domenica 9 novembre 2008

........ entra nel cuore della mia terra d'Irpinia.

Una «marcia da fermo» in un «chilometro quadrato di argilla e ansia». È la vita, è la scrittura di Franco Arminio: crocifissa in un territorio descritto ormai, si può dire senza iperbole, in ogni centimetro. È un territorio reale e circostanziato, tra l’Irpinia, il Cilento e la provincia di Foggia. Ma è anche un territorio fantastico: che coincide col corpo e l’immaginazione di quest’autore che a sorpresa, sei anni fa, riuscì a raccogliersi in un libro-libro, un libro splendido, Viaggio nel cratere. Il «cratere» era quello, fisico e soprattutto psichico, lasciato dal terremoto dell’80. Ma assomiglia a un cratere anche questa scrittura: che si avvita su se stessa, si ripete, si dettaglia sempre più con un accanimento che (date le fissazioni di questo virtuoso dell’ipocondria) si deve dire terapeutico. Un quieto vortice, una trivella che scava lenta ma implacabile nei sedimenti delle nostre abitudini percettive, dei nostri presupposti sociologistici, dei nostri aggiornatissimi luoghi comuni. Pare un cratere anche perché è segno tangibile di qualcosa di catastrofico che è già successo. Non propone ricette, non ha soluzioni: il peggio non si può evitare perché è già qui – forse da sempre.
Il problema di Arminio è quello di fare libro, di questa sua scrittura straordinaria. Nella bella collana «Contromano» di Laterza questo piccolo miracolo è avvenuto. Ma non chiamatela «scrittura di viaggio», non chiamatela «reportage». Dall’epicentro della sua Bisaccia, a brevissimo raggio le escursioni «paesologiche» di Arminio durano una mattina, blocnotes o telecamera alla mano. E dopo non c’è nulla da raccontare, nessun arcano da svelare, nessuno scempio da denunciare. È l’«Italia che non si vede mai alla televisione» perché in essa effettivamente non c’è nulla. O, altrimenti detto, c’è il nulla: tangibile e vivido, in tutto il suo splendore d’assenza («Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono»). Arminio evoca altri grandi cantori del Nulla, da Cioran a Manganelli, ma non gli convengono compiacimenti né ironie. La sua cifra è perfetta quando è più se stesso: quando la paura e la disperazione le scopre nelle cose e nelle persone che incontra. Quando Arminio riesce a mostrarci La vita incomprensibile (così s’intitola il suo brano più bello) davvero si spinge a toccare quel Reale che va ogni realismo: traumatico appunto perché impossibile da capire, da analizzare, da osservare con distacco. Perché quel Reale, quel Vuoto, siamo noi.
di andrea cortellessa

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