lunedì 16 aprile 2012

Elisir d'amore per .....la paesologia "ministeriale"

“… non ho mai girato il mondo.
faccio ogni giorno
l’imitazione di mio padre
che è stato qui tutta la vita.
Quelli che giravano il mondo
arrivavano ogni tanto a casa sua”
franco arminio


di mauro orlando

....a Pertosa (sa) ieri il ministro Barca e franco arminio ammiravano attraverso la grande vetrata le colline e il paesaggio mentre nella sala si consumavano velate e volanti parole nei giochi dei progetti, metodi e ….denunce e lamenti…. tra urgenze ,decisioni e responsabilità…..naturalmenete “nuove” e “originali”! Parole e concetti di una nuova modernità di una tecnica e di una economia teologica che comunque stenta a mettere l’uomo al centro ma sempre in disparte critico, corrucciato,arrabbiato ….sempre mezzo e mai fine.Ecco alcuni florilegi letterari e sociologici non solo tra il buon senso e senso comune:” la lingua napoletana non ha il futuro come tempo verbale”, “Sud …ospizio a cielo aperto”, ” bisogna proporre un ‘accisa per la felicità”, ” i luoghi hanno piacere e sentimento”, ” non costruire nuove “enclave” culturali”, “allungare le reti”, ” nei piccoli paesi….evitare l’occhio e la lingua lamentosa di chi si sta estinguendo”, “chi cerca soluzioni economiche a problemi economici è sulla strada sbagliata”(Einaudi)…………, ……..”la bellezza è il petrolio dell’Italia”, “il futuro o è un ipotesi o è un imbroglio se non sai declinarlo al presente”…..e cosi andando nel minuetto della new economy…. nuova sociologia, nuova politica …nuova metodologia e cultura ….Il cuore e l’anima paesologica comunque l’ha fatto da “padrona” non solo per il riconoscimento pubblico non formale del Ministro e del presidente della regione Lucania al suo poeta .Franco ha ribadito la necessità di rimettere al centro dei nostri sentimenti,concetti , idee e porgetti … la centralità dei “piccoli paesi dalla grande vita” partendo dal superamnto delle categoria del moderno …spazio e tempo”…. recuperando il concetto di “luogo” come concentrato della vita passata, presente e futura. ……”A parlare della fine della modernità sono in tanti, ma le cose vivono a lungo anche dopo che sono finite, perché devono finire prima di tutto nella nostra testa. Il modello della crescita tanto osteggiato da intellettuali come Latouche, viene da molto lontano e non può essere ribaltato da un altro modello economico ma da un altro modello del sacro. Si potrebbe dire che la crescita come noi la concepiamo ha molto più a che fare con Cristo che con la borsa. Gli alberi in questi giorni fioriscono grazie alla loro generosa intelligenza e non perché si pongono il problema della crescita o della salvezza. Fino a quando non usciremo da questa ossessione di stare dentro un tempo lineare che ci deve portare a una qualche forma di salvezza, saremo sempre istigati a usare il mondo come una cava da cui estrarre merci e concetti per distrarci dalla morte.
La modernità è stata un lungo equivoco che ha migliorato le condizioni di vita materiale, ma ci ha isolato dai nostri simili e dalle altre creature del pianeta. L’io cartesiano è un sarto che ha preso le misure al mondo e gli ha fatto un vestito che è una camicia di forza. Ci siamo staccati da quello che una volta si chiamava il creato, considerandoci le uniche creature intelligenti del pianeta e invece siamo solo la specie più anomala e presuntuosa”.

mercoledì 28 marzo 2012

elisir d'amore per .......il desiderio...









PAURA E DESIDERIO, dialoghi immaginifici: tra l’angelo Mercuzio e il Clown Nanosecondo

Carissimo Mercuzio, angioletto mio,
Sai, ieri mi sono fatto visitare in ospedale avevo paura per il mio cuore infranto, ma poi mi hanno detto che è intero e sano.
M: Mi sembra di capire che tu consideri il sentimento di “paura” come un momento debole della tua vita mentale e sentimentale. Prova a usare “pensieri lunghi ed a vedere che un connubio tra paura e ragione può essere evocato per uscire dalla minaccia della morte e per fare il proprio ingresso nella vita civile e comunitaria consapevole e responsabile. La possibilità per l’uomo di emanciparsi dalla condizione naturale risiede infatti “in parte nelle passioni e in parte nella sua ragione.” Le passioni che inclinano gli uomini alla pacificazione dei “demoni caldi e freddi” che configgono nella propria anima possono essere indirizzati nel timore della morte e del niente eterno, il desiderio di quelle cose che sono necessarie per condurre una vita comoda, e la speranza di ottenerle mediante la loro pratica. La ragione poi suggerisce convenienti articoli di pacificazione, ordine su cui gli uomini possono essere tratti ad accordarsi per vivere i propri conflitti e il proprio caos primigenio e naturale.….Questi articoli sono quelli che vengono altrimenti chiamati leggi di natura…
Sai, Mercuzio, io però avevo paura anche se la paura nasceva da un desiderio. Ma come è possibile desiderare senza aver paura? Beh! Si, lo so! Il mio è un desiderio che forse non posso più permettermi? Amare ed essere amato. Eppure mi hanno detto che lo spirito se nasce da un corpo è la meraviglia delle meraviglie, ed io posso desiderare tutto ciò senza più paure?
M: Desiderio è parola chiave, parola elettiva dai tanti significati e molteplici risvolti affettivi .Il desiderio in genere non nasce dalla nostra volontà e decisione. E’ un folletto generoso e avaro che non si lascia padroneggiare dal nostro “io”. Crea non assuefazione, ma senso di perdita e di vertigine e sfida sia la forza di gravità nel tempo e nello spazio sia la sfida cognitiva della relatività. Si serve della paura come gioco di inciampo, sbandamento e perdita di padronanza con turbamento dell’animo umano e rimessa in dubbio di tutte le convinzione consolidate. In quanto al connubio con l’amore ….il suo status diventa esplosivo e pericoloso per l’intero “io”, anche se ciò potrebbe far nascere uno spirito immortale.
Beh lo so mi dirai che non si può avere tutto dalla vita per giunta poi l’immortalità dell’amore come desiderio senza più paure. Ma è un pò che vado in giro con la mia moto del tempo, a cercare questo amore, e non riesco a capire ancora se l’ho trovato oppure no, come faccio a non aver più paura di cercare?
M: Quante sono grandi le tue contraddizione e quanta confusione nella tua ricerca di questo “amore”. Se ti può servire è il gioco prediletto dalle divinità da sempre con i mortali che amano inventarsi di tutto pur di non affrontare di petto questa loro debolezza. Tu usi la “moto del tempo” per scappare dalla realtà che ti va stretta e ti affligge. Altri usano le parole e la poesia. Altri il pensiero rotondo come sfera e cangiante come un fiume. Altri si servono di immagini e colori, altri di note armoniche e dissonanti. Sono mezzi diversi per uno stesso fine: la difficoltà di vivere in concreto e imbrigliare e padroneggiare il caos sfuggente, la disarmonia sconcertante….l’amore libero e imprendibile in un amata in carne ed ossa, dove tutto è spirito immenso.
Mercuziooooo, ma tutto mi scorre, come un fiume in piena, si a volte mi sento come un bambino trascinato dalla corrente. Mi hanno pure detto che non posso pensare di nuotare contro corrente ma a favore per cercare di salvarmi. Mi devo abbandonare, a questo moto eterno, di un acqua che scorre, ma poi mi irrigidisco ed ho paura di lasciarmi andare.
M: Ecco hai spiegato bene la dinamica della tua paura desiderante. Abbiamo paura della nostra incapacità di padronanza, a cedere alla sua credenza, alla sua follia, alla sua prepotenza e sottostare a questa forza (dunamis-eros) che ci travolge e ci rende insicuri, deboli e esposti al desiderio come fonte vitale e libero del nostro “io”. Quando il trincerarsi dietro ad un Io, padrone e signore, viene meno, si indebolisce, tramonta, si eclissa e si depersonalizza si dà di far esistere il desiderio come possibilità desiderante dell’altro-a, al di là e aldi sopra della follia narcisistica della pacificata immagine di sé stesso nello specchio mutante della vita. La nostra paura è paura di esclusione, di dipendenza, di debolezza e di non padronanza di sé. Qui “l’Altro-a” non centra niente ancora qui siamo solo noi ad essere messi in gioco nella nostra voglia e capacità di perdere il potere su noi stessi e di poterlo esercitare sugli altri. Ti ricordi quante parole belle e inutili abbiamo speso sulla relazione stretta rapporto Eros-Potere ?
E, si lo so che l’amore è la perdita di tutti i poteri, è il fallimento della nostra ragione o volontà per dare spazio allo spirito libero dell’amore. Però mi hanno detto pure che i desideri andrebbero lasciati perdere, perché si rischia di illudersi o peggio di illudere. E qui arriva la mia paura, sai di ritornare adulto e perdere il mio bambino….di perdere la possibilita di essere cosi fragile nel gioco da assaporare la sconfitta come una vittoria.
M: Sei di una ingenua e infantile vocazione ad esporti e ciò inganna doti ancora intorno alla dicotomia categoriale “Adulto-Bambino”. Dovresti ragionare sul binomio “Servo-Padrone”. Siamo sempre quello che i nostri progenitori pensanti hanno detto di noi, che siamo prima di tutto ‘ animali politici’ (zoòn politikòn) e poi ‘animali in possesso di parole’ (zoòn ekon legon)….siamo animali continuamente attratti e stimolati ad assoggettare l’altro-a, come oggetto del nostro desiderio per comandare e esercitare un potere di vita e di morte si di ‘esso-a’. Non riusciamo a concepire una libertà e responsabiltà senza padronanza, senza proprietà o sudditanza. Non sopportiamo la semplice forza del desiderio desiderante se non in vista di un desiderio desiderato.
Io voglio continuare a pensare e sognare che è possibile praticare il desiderare, che è possibile non aver paura, eppure ho paura.
M: Continui ad avvitarti nella tela che costruisci intorno a te. Tu continui ad aggrovigliati nello “gnommero” che tu stesso stai avvolgendo intorno a te stesso. Questo si può cominciare riconquistando il senso profondo e responsabile di una paternità su noi stessi e non come smascheramento e indebolimento ma come forza ed equilibri momentaneo o provvisorio con l’‘altro-altra’. La paternità in questo senso ha possibilità desiderante e non oggetto appacificato e desiderato. Il sogno è l’infinita ombra del vero. L’importante che il gioco delle ombre non serva a comprimere ma a sviluppare la forza del desiderio.
Sai a volte mi sono abbandonato ai desideri e quando li ho dichiarati, alcuni sono scappati via, per paura? Boh! Mi sono accorto che è un po’ come non riconoscerli più. Mi dicono sempre ma tu sei pazzo. Ci sono i problemi. Ma che sono questi problemi? Ma, non ci capisco più niente (?).
M: Il mondo, la realtà è un problema, una domanda, un desiderio non è mai una risposta o una soluzione se non momentanea e provvisoria. Certo che scappano via ma non sono essi a scappare via sei tu che non riesci a starci dietro e ti fa comodo non ammettere questa tua precarità o incapacità a riconoscergli la positività di essere mutevole, cambiabile e soprattutto indefinibili e imprendibile una volta per tutto, C’est la vie ,mon cher amie! Non è un Essere ben rotondo e rassicurante ma un fiume mutevole e diveniente dove “il cor si spaura” e la mente si inceppa. Prova a ripartire come consigliava Socrate ….”non ci capisco più niente”!
Mercuzio, allora Io non sono io quando amo?
M: Dipende, se parti dal “saper di non sapere”…tutto è ancora possibile. Altrimenti non ti resta il consiglio leggero di quella bella canzone di Mina …”proviamo anche con Dio non si sa mai”. Partiamo da questo tuo “io” indebolito, fragile, confuso ma desiderante. Il desiderio, però, diventi domanda di riconoscimento non di identità…l’importante è praticare e ottenere riconoscimento di questa tua domanda ed esigenza di aiuto non di diritto di padronanza. Difendiamo questo nostro diritto di riconoscimento del desiderio dell’altro-a. Il problema non chiedere legittimità alla nostra identità ma legittimità al nostro desiderio dell’altro-a. Amare è un progetto continuo di amore è “stato nascente costituente e desiderante” mai uno stato costituito, desiderato e praticato. E’ l’indicibile processo aristotelico tra “potenza-atto” per ingabbia re concettualmente il viaggio di andata e ritorno, di libertà desiderate dal regno delle ombre della caverna platonica verso la vita calda e luminosa del sole come esperienza per riaffrontare continuamente il ritorno tra le ombre e la caligine che insozza parole, mortali e cose. Questo è la forza di amore-eros che “muove il solo e le altre stelle” ma sopratutto gli uomini desideranti e pensanti.
E, chi sono allora?
M: Qui comincia la tua avventura e il tuo viaggio dentro e fuori di te. Un viaggio che sconfigge le paure solo con la forza rinnovata del desiderio non di cercare dentro di te solo “il fantasma primario del bambino” bisognoso di cure ma del Padre autorevole che dà sicurezza, premure e cura all’altro-a da sé, La nostra identità è questa possibilità desiderante all’infinito.
Io non sono così forte da nuotare controcorrente, si è vero a volte mi lascio affogare dai miei desideri e dalle mie paure ma almeno cosi mi sembra di essere vivo. Mi tocco e mi faccio male. E, poi penso che se non sono capace di abbandonarmi ai miei desideri e alle mie paure non crescerò mai. Mi tratterò sempre come un bambino spaventato, con la paura di non poter aprire il mio cuore. Ma cos’è questa paura? La paura di essere abbandonati? O, è paura di diventare grandi? desidero però ho paura!
M: Ecco cosa non intendevo prima con questo tuo senso negativo di ricerca e considerazione della vera identità. Sentirsi vivo in una cassa da morte di paure e di decrescita è veramente il peggio del peggio dell’inganno. Ingannarsi nella vita può anche servire a rimandare il problema, ma bisogna essere onesti con sé stessi e sapere di ”volersi ingannare”. La paura è sempre di voler diventare “padre” (non padrone) di sé stesso ed esercitare la paternità della benevolenza, della cura e dell’amore dell’altr-a. La paura dell’abbandono è dell’eterno bambino che è in noi che diventa una buona volta “padre” di sé premuroso ed affettuoso e non padre-padrone e repressore autoritario del desiderio in uno Stato totalizzante e illiberale per i sentimenti, i sogni e le passioni.
Adesso ho capito “io sono il padre tuo” ecco da dove nasce lo spirito dalla capacita di amarsi ed amare e diventare così pardi e madri di se stessi. Sai mi hanno detto pure che devo però più che desiderare metterci un’intenzione nel desiderato, che non può essere la paura, ma appunto l’abbandono, all’amore.
M: Non continuare a giocare con le parole per imbrigliare le tue paure. L’amore non è mai un desiderato ma un desiderante continuo e dinamico. E’ ferita sempre aperta e dolorante …Se tu cerchi di tutto per cauterizzarla o curarla insieme alla ferita toglierai anche il desiderio di amore.
L’amore per tutto e nelle diverse forme?
M: Ecco così va meglio ma purché non sia “la notte in cui tutte le vacche sono nere” per anestetizzare le diversità, complessità e ricchezza di desideri possibili e mutevoli.
Si credo che non devo controllare più desideri e paure ma semplicemente liberarle e lasciarle andare, si lasciarle andare giù per la corrente, come l’acqua di un fiume, come tante barchette di carta pronte a salpare per un nuovo mondo.
M: Quando molti anni fa anch’io ero un bambino giocavo nel ruscelletto del mio paese con le barchette di carta e o con dei semplici pezzi di legno …mi appassionava molto di più il gioco in se stesso che la vittoria finale. Ecco… tu libera le tue barchette e lasciale andare come i tuoi desideri liberi come le foglie d’autunno e leggeri come le piume di un uccello. Troveranno contrasti, paure, ostacoli .Importante confidare nella forza (dunamis) dell’acqua e nel piacere del bambino di vivere quella esperienza di gioco non come ricerca di potere vincente sugli altri ma come esercizio di comunione e cura di sé e degli altri. Forse non lo sai ma pure questo è amore…..avrebbe detto il mio amico Roberto. Ed in questo io mi fido più dei poeti.
Si Mercuzio io desidero essere amore per sorridere al mondo.
M: Io direi: sì io desidero vivere l’amore per sorridere con il mondo……volo via adesso….ciaooooooo Nanos a presto!

martedì 6 marzo 2012

Elisir d'amore per .........l'amicizia comunitaria

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio………”

“ Se uno ,con la parte migliore del suo occhio, che noi chiamiamo pupilla, guarda la parte migliore dell’occhio dell’altro, vede se stesso” Platone.







di mauro orlando

L’amicizia non è ancora un sentimento fondativo ed essenziale della esperienza esistenziale e culturale della Comunità provvisoria. E’ dissolta,nascosta o momentaneamente accantonata per i tempi migliori? Forse siamo vittime inconsapevoli degli ultimi sviluppi tecnologici delle società di massa che incollandoci davanti a un computer a consumare le nostre bulimie affettive per esorcizzare la solitudine,lo sradicamento , il silenzio,le offese e le amnesie delle identità. Sempre più l’amicizia non praticata diventa difficile,impraticabile nello schema e nella funzione della ‘fiction’.La pratica praticata intorno a noi delle conoscenze utili e degli scambi di favori che aiutano le relazioni ipocrite e convenzionali che possono diventare vantaggiose…..non ci aiuta .La nostra grammatica sentimentale e sociale ci obbliga oggi a ragionare al ‘singolare’ o al ‘plurale’.Nel singolare coniughiamo la solitudine dell’anima che progetta e vagheggia mondi ideali o ancestrali, eden e paradisi perduti, radici nobili che la società ha corrotto ,dimenticato o deviate,ideazioni e sogni che non possono essere declinate in pubblico o nei rapporti comunitari. Al singolare possiamo vivere il dolore e il morire con dignità e autenticità e al massimo ci permette di avere il coraggio di esporci nelle nostre piccole comunità. Al plurale siamo costretti sempre a dare prova di sano realismo, apertura,tolleranza e pluralismo, di stare ai fatti, di controllare le emozioni, le rabbie, i sogni ,le speranze, a dare risposte agli altri e contenere e controllare le domande per essere accettati,riconosciuti,identificati e in qualche caso applauditi. L’amicizia può permettersi di coniugare il singolare al plurale ….e non è un gioco di parola. I nostri antenati greci ( spero di non offendere altre convinzioni) avevano in uso il ‘duale’ come forma verbale che esprimesse la valenza simbolica del linguaggio quando doveva esprimere i momenti e i furori sentimentali dell’innamoramento come “stato nascente” in cui non si riesce a pensare a se stessi senza l’altro. L’amicizia comunitaria come l’amore dovrebbe abitare e vivere al duale rifiutando l’anonimato e l’ipocrisia nel pubblico e la solitudine e l’afonia nel privato. Ecco perché la scelta comunitaria e paesologica e altruista e rivoluzionaria e l’amicizia in più ci permette di comprendere tutte le eccedenze di senso che in pubblico potrebbero apparire come segni di follia ,di idealismo,romanticismo ma in privato una possibilità di ascolto accogliente e generoso delle nostre intime verità e sentimenti. Per questo anche nella Comunità provvisoria si possono auspicare molte amicizie che possono corrispondere alle sfaccettature delle nostre anime che non possono essere svelate alla legittimità di custodire intimi segreti che altri segretamente custodiscono. Le nostre azioni pubbliche e comunitarie non devono necessariamente cercare consenso, conforto o confidenze ma sviluppare la necessità di alterità e apertura nei ritmi intimi della propria anima che non hanno voglia perdersi nella solitudine dolorosa o nei rumori assordanti e omologanti del mondo. Per questo io sono per sviluppare e non mortificare nella nostra esperienza comunitaria il sentimento e lo stato dell’amicizia per derimere e combattere la falsa alternativa tra l’anonimato o l’adeguamento nel pubblico e la solitudine dolorosa o gloriosa nel privato.Anche io penso a una ” creatura ….. magra, randagia, distesa su poche ossessioni, ma decisa a portarle avanti”. Ma nello stesso tempo credo che sia nelle caotiche e anonime società del nord e nell’isolamento- o meglio solitudini- delle società dei piccoli paesi e delle colline l’esperienza politica deve sempre più ricreare,favorire o promuovere primaditutto l’incontro a tu per tu con quello sconosciuto che ciascuno di noi è diventato per se stesso e vedere in un amico la luce dello sguardo o accogliente che ci invita a fare un viaggio assieme per scoprire le proprie radici per poter continuare i propri racconti personali ad altri a cui hanno mortificato la coscienza , vietato le storie ma sopratutto gli hanno tolto le parole per raccontarle e continuare a viverle amichevolmente e politicamente insieme agli altri.In un viaggio sempre diverso non per un nuovo orizzonte elitario ed arsitocratico ma convinti che di fatto lo “spirito paesologico e comunitario” se autentico nel cuore e non omologante nella ragione comunque possa “contaggiare altre persone e territori” .Il mio viaggio -malgrè moi-
privileggerà sempre compagni che non amano le radure, la stanzialità, i recinti mentali e territoriali.
mauro orlando

giovedì 1 marzo 2012

Elisir d'amore per ......la vita più che per qualsiasi filosofia.

La vita concreta prima delle analisi e delle ideolgie.



"...se l'uomo fosse o avesse da essere questa o quella sostanza, questo o quel destino, non vi sarebbe alcuna esperienza possibile- vi sarebbero solo compiti da realizzare" Agamben



di mauro orlando


In questa fase di empasse della “Politica” rispetto alla “Tecnica Economica” e l“evanescenza o l’intortamento dei movimenti” della cosidetta società ancora nella dicotomia “violenza-non violenza” vorrei consapevolmente sottrarmi alla discussione tecnico ideologico–politica ,salvo che per necessità razionale e sfida cognitiva e rispetto critico delle analisi altrui solo se nascono da esperienze individuali,sociali e territoriali e non da vecchie e sepolte ricette palingenetiche. Non ho ricette preconfezionate,logiche,coerenti e accattivanti da proporre per l’immediato futuro .Posso solo riferire lo spirito ,i sentimenti e le idee personali che sono maturate nella mia esperienza della Comunità provvisoria in Irpinia con un piede critico nella realtà posturbano-produttiva della vallepadana. Dopo anni di analisi alla ricerca di alternative concettuali e concrete mi sono convinto per adesso che solo il racconto delle nostre esperienze e autobiografie sentimentali e razionali riescono a determinare le analisi , la cronaca e la storia degli ultimi due anni della politica italiana e non viceversa. Due sono stati i sentimenti che mi hanno portato all’esperienza nella Comunità provvisoria .Un ritorno alle mie radici prerazionali come completamento della mia identità di uomo che vive la sua contemporaneità nel sospetto conoscitivo verso tutte le forme di deriva di sviluppo senza progresso. Paradossalmente la situazione antropologica,culturale,economica e sociale dell’Irpinia arretrata rispetto alla Storia nazionale e terremotata nella sua storia intima e sociale si prestava alla riproposizione concreta di una esperienza esistenziale e politica incardinata su due categorie concettuali classiche e moderne, minimale e universale : paesologia umanistica e comunitarismo.Scienze arrese ma vive ,consapevoli e attive. L’affetto e la stima umana per i miei nuovi compagni di avventura e l’indignazione e il disprezzo per quasi tutto riproduceva il ceto politico dominante e dei loro atti politici…hanno dterminato il resto . Sono non a caso due sentimenti distinti ma essenziali nella originale esperienza politica che ho fatto e continuo a fare nella mia ,aimè, non giovane vita sentimentale,mentale e politica.
E’ il “sentimento” ,non necessariamente contrapposto alla “ragione”, la peculiarità e l’anima di questa nuova esigenza di politica che ci ha piacevolmente trascinato in questa straordinaria esperienza sociale e culturale.
Ognuno di noi ha dovuto fare delle scelte esigenti rispetto alla propria vita privata, intellettuale e professionale .Abbiamo dovuto correggere convinzioni inossidabili e vocabolari inadeguati. Abbiamo dovuto fare “tabula rasa ” delle nostre sintassi e grammatiche, perché sentivamo che questa esperienza aveva una necessità e originalità che obbligava a mettere in discussione prima di tutto noi stessi, le nostre accomodanti e pacificate pigrizie mentali e psicologiche.
Le nostre care e vecchie categorie politiche si sono manifestate nella loro insufficienza sia per la comprensione del fenomeno ma soprattutto per interpretarne il senso e la sua rappresentazione.
Educato ad una salutare diffidenza culturale e politica dell’individualismo moderno se pur filosoficamente profondo (Locke,Kant, Stuart Mill) ,questa nuova esperienza sociale mi ha riaperto un quadro analitico meno dottrinario e più aperto e critico.Ho scoperto la ricchezza di un individualismo “riflessivo” ,progressivo e attivo finalizzato a stimolare e consentire agli individui prima di tutto,di fare libere scelte per quanto riguarda la loro vita privata e pubblica e la povertà pericolosa di un individualismo pigro ,regressivo e gregario o di un comunitarismo ideologico o teologico che riproponeva sotto forme accattivanti vecchgi miraggi regressivi o progressivi.
Si è detto che le emozioni non possono costruire nuove identità collettive. L’esperienza dei “piccoli paesi dalla grande vita”, Delle “sentinelle del territorio” della ricerca delle basi emotive e culturali per un “umanesimo degli appennini” possono essere la risposta concreta a una sociologia o una scienza politica viziata da un errato privilegio esclusivo della razionalità e dell’astrattezza.Una sorta di astratta razionalità politica rischia di fare dei brutti scherzi non solo ai nostri detrattori ma anche ad intelligenti analisti e praticanti presenti nella nostra esperienza nella realtà sociale piuttosto che nelle formalizzazioni istituzionali della politica.
Abbiamo bisogno di una modestia intellettuale e un orgoglio politico che parte da un risultato al di là e al di sopra delle nostre personali capacità e previsioni. Ho accettato consapevolmente la scelta di aprirsi ad un incontro e confronto con tutte le atre esperienze comunitarie e individuali che partissero dalle stesse nostre esigenze senza preclusioni ,primazie e gerarchie nella possibilità di esperienze.
Io sono convinto che le nostre esperienze non sono nate per essere compresi solo razionalmente o alla ricerca di personalità o gruppi legittimati , se pur con competenza e intelligenza, ad una direzione anche solo orizzontale ma soprattutto per essere vissute e praticate democraticamente in prima persona anche in modo istintivamente attivo e responsabile.
Non stanchiamoci di ricordare agli altri , ma anche a noi stessi,che non nasciamo anarchici, impolitici, apolitici o antipartitico ma carichi di originali stimoli e sane provocazioni intellettuali e,direi senza essere frainteso, istintive alla politica tutta ,ingessata e autoreferenziale che ha smarrito il senso dei suoi fondamenti ,sia quando si fa pratica praticata e politicante , sia quando si fa ideologia, mito,metafisica o dottrina, dimenticando di essere soprattutto ricerca critica, scienza o attività dell’uomo e per l’uomo non universale ma concreto e storicamente determinato nelle sue realtà territoriali e culturali senza miti e ideologie .
In conclusione mi piacerebbe discutere e confrontare esperienze,stili di vita più che interpretazioni di filosofie o peggio ideologie di vita siano esse laiche o religiose.

mauro orlando

venerdì 24 febbraio 2012

Elisir d'amore per .......i dialoghi immaginifici....

dialogo immaginifico tra il Clown Nanos e l'amgelo Mercuzio....




Carissimo Mercuzio,
lo so è un po’ che non ti chiamo perché? Boh diciamo che ho tenuto un po’ da fare in questi “attimi” sono andato come al solito alla ricerca di me e mi sono imbattuto nella mia coscienza.

Beh ti è andata bene! Molti altri più intuitivi di te hanno speso una vita di studi e di analisi e non hanno avuto l’onore o l’onere di averla incontrata .Il più di tutti che ci è andato vicino nel suo racconto è stato un certo Pirandello siciliano di nascita e di convinzione. Ha spinto sino al virtuosismo l’analisi della scissione dell’io, ha descritto il prodursi di personalità sdoppiate o multiple, esercitando il dubbio iperbolico nel trattare le fratture e le deformazioni psichiche. Ha sperimentato le configurazioni della coscienza scissa di un individuo simultaneamente o alternativamente sedotto dalla tranquillizzante sicurezza di essere “uno” , dall’angoscia e dallo sconcerto di essere “centomila” e dal sollievo derivante dall’ascetica decisione di azzerarsi per essere “nessuno”.

Sai mi hanno detto una cosa che al dire il vero non mi convince molto: “la coscienza non ci appartiene ma ci possiamo solo accedere” , e che poi figurati mi hanno pure detto che io non sono io, ma solo una parte della coscienza, e che quando sto insieme ad un altro clown e siamo uno più uno sempre uno fa, e potremo alla fine anche essere mille clown, che sempre uno fa, ma allora io non esisto e non ho coscienza, e gli altri non esistono e non hanno coscienza?

La confusione tra voi mortali è al massimo della sopportabilità ,ma quello che più mi preoccupa è che i ciarlatani , “i vù cumprà” e i sofisti del Logos nei momenti di crisi crescono a grappoli e non solo sugli alberi.Socrate ci ha rimesso le penne solo per cercare di farli ragionare confidando nella “ironia” come smascheramento dei paralogismi, dei sofismi, degli antilogismi……tutte forme errate del funzionamento cerebrale e linguistico umano. Un esempio : un clown è incosciente, nanosecondo è un clown……nanosecondo è incosciente!Bisogna uscire dai labirinti delle parole e restare comunque nella realtà effettuale. Il mio “Masto”, sempre con rispetto parlando, perché ultimamente mi ha rivelato di essere in confusione o depressione proprio per i vostri comportamenti mentali e non solo politici, già ‘ab initio’ vi aveva liberamente dotati di una una logica delle passioni distinta da quella della ragione e che ciascuno di voi è necessitato a oscillare liberamente e responsabilmente tra questi due poli della personalità.Riteneva che per un miglior uso della propria libertà l’umano doveva caratterizzarsi come Homo duplex piuttosto che come Homo siplex.Il tuo problema parafilosofico è di “essere indeciso …a tutto”.

Ma allora se non esiste la mia e la loro di coscienza quante ne esistono?

..ancora “una, centomila……nessuna”? Ma quel povero uomo almeno sapeva di essere a teatro e di rappresentare una “maschera”….. e il dramma superficiale della esistenza moderna“ come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?» Il tuo problema sei tu che hai ancora questa infantile in genuinità di pensare che per “conoscere sé stessi” bisogna cercarlo nell’amore per “altri” sia unica di genere femminile sia tante universalmente e metafisicamente umane. E’ già un bel fardello cercare di aver coscienza noi stessi il resto lasciamolo ai poeti che non hanno l’obbligo conoscitivo ed etico di distinguere tra sogno e realtà,tra finzione e verità .

Sai mi sono chiesto a questo punto ma allora io insieme agli altri sono più coscienza, ma se sempre è una la coscienza allora anche io sono tutto? E di che?

« Se l'uno sarà identico a sé stesso, non sarà uno con sé stesso e così, pur essendo uno, non sarà uno. Ma questo è certamente impossibile. Dunque è anche impossibile per l'uno o essere diverso da altro o essere identico a sé stesso. »(Platone, Parmenide 139e1-4) Come vedi già Platone in questo dialogo della vecchiaia si poneva il problema vecchio ed eterno , come usate dire voi mortali quando siete in ‘impasse esistenziale’, del “monos” uno e dei “polloi” molti.
Molte sono le difficoltà incontrate nella discussione ,io te ne riportto a mò d’esempio una. La prima difficoltà riguarda la partecipazione (mètexis) dell'idea con l'oggetto sensibile: «ciascun oggetto che partecipa [di un'idea] partecipa dell'intera idea o di una parte»? Socrate tenta un paragone con il giorno, che pur essendo uno illumina varie terre, e con un lenzuolo che copre molti uomini. Tuttavia, il lenzuolo non potrà essere per intero su ciascun uomo, ma solo per una sua parte. Se ne deduce che anche l'idea dovrà essere divisa in tante parti, quante gli oggetti che ne partecipano
.
Senti Mercuzio, a questo punto non ci capisco più niente, ma se io sono io e sono tutto perché non vado d’accordo con il tutto, che mi sembra sfugge?

E meno male !Prova a metterti dalla parte di “uno” di quel tutto che giustamente e liberamente ti sfugge …il problema si allarga all’infinito o meglio “a spirale” come dice il nostro saggio amico fisiofilosofo napoletano.Il tuo “scienziatissimo e micissimo Renatino.A spirale e non lineare o a cerchio come ancora il tuo pensare funziona. Ogni punto della spirale o della vita non ha un fine o un fine o un ritorno eterno ed uguale ma ogni momento di questo viaggio a spirale ha un senso in sé sia che si vada all’insù sia che si vada all’in giù e non ci è dato sapere o impaurirci se si allarga o si ristringe nel tempo e nello spazio ….anche con la metafora del labirinto e del bosco c’è un uscita da ricercare e questo crea ansia e rinuncia …e questo umanamente è male…..ma basta così per ora!





Figurati che mi ero fatto pure la moto del tempo per cercare di acchiapparla la mia coscienza, ma fino adesso allora mi ero illuso di esserci riuscito!

Ecco il tuo errore ….dettato dalla tua benevolenza e assieme dalla tua incostanza generosa mediterranea. La tua moto del tempo tu l’avevi indirizzata in viaggio “nel tempo esterno” degli uomini e delle loro storie complicate e complesse.La dovevi prima di tutto indirizzare “dentro di te…in interiore homini est veritas”! Sai quanti poeti e quanti scrittori hanno raccontato questo viaggio in pagine di una intuizione e un’intesità da restare senza fiato. Un mio amico ,immortale come me, ha scritto “un viaggio nel tempo immobile” E gli racconta ,immaginando per educare i mortali, di Alessandro Magno che viaggia al contrario nel tempo rivivendo a rovescio la vita e sentendo sempre la stessa ossessiva noia di vivere; di Ferdinand De Saussure che risolve un intricato caso di omicidio con l'ausilio della linguistica; di un uomo che dice di chiamarsi Sancho Panza insegue e uccide Cervantes; Ulisse, dopo aver combattuto una guerra epica e immensa, esita a piegarsi all'ordinaria felicità che ha a portata di mano... È la voce del narratore atipico, un immortale come sono gli angeli che conosce segreti particolari e affascinanti, a raccontare queste storie, svelandoci l'altra faccia delle cose, quella nascosta dietro i fatti, i miti, gli infelici destini di uomini ormai leggendari. Dieci viaggi fuori dal tempo scritti con un linguaggio veloce e denso, con un ritmo da ballata, dieci vicende impossibili se misurate col metro della logica, ma attraversate da una verità umana piú intima e profonda.

Certo dovrei inventarmi qualcos’altro, per andare più veloce della luce e del pensiero. Dovrei staccarmi dai pensieri, mi ha detto il mio scienziatissimo e micissimo Renatino. L’amore ma pure questa mi sembra che mi scappi sempre? O mi devo fermare e aspettare che passi, come diceva un amico di tanti anni fà?

Il nostro saggio e carissimo “scienziatissimo e micissimo Renatino” fa bene a metterti in guardia “dai pensieri” anche se poi anche lui spesso si fa ammaliare dalla sua ninfa “partenope” scegliendo liberamente di togliersi i tappi di cera dalle orecchie. Debolezza e forza che sono l’essenza dei mortali a cui va l’invidia degli stessi Dei proprio per questa loro capacità,piacere e sofferenza di amare nello stesso tempo.L’amore esiste ed è piacevole proprio per questo su vezzo di scappare e tu te ne fai un cruccio?
Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond' elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'amor che move il sole e l'altre stelle.
Ti ricordi agli inizia anche tu eri afflitto dall’ansia di “misurar lo cerchio” ed io gentilmente cercavo di dissuaderti e poi da solo ,dopo prove ed errori” ,ti sei infilato nel “cul de sac” della realtà effettuale e ti sei ritrovato “ab initio” e imballato nei problemi della “coscienza “ e nella paura della sua perdita” che è nella intrigante,piacevole e dolorosa posta in gioco della vita dei mortali.Ma tutto qua…..


Insomma io mi sono convinto che io la coscienza non la tengo e che devo perdere la speranza di trovarla ma tutto poi se è vero che c’è e che tutto ciò che è, è coscienza, allora la coscienza si muove ma se a volte mi è sembrata di acchiapparla poi non me la sono più ritrovata.

La parola “io” ,cosciente o non , è un contenitore multiforme, una specie di Proteo ,divinità inafferrabile e per questo desiderabile, quando lo definiamo appunto “in toto” o riguarda il “tutto” di uomini ,cose naturali e ideali. In realtà usiamo questa parola per cercare di sbarazzarci di qualcosa che non ci piace, e che vediamo nell’altro o in noi stessi. In sostanza, stiamo giudicando uno o più aspetti psichici che abbiamo soffocato o rinnegato quando eravamo bambini. Può trattarsi dell’arroganza, dell’egoismo, dell’espansività, del menefreghismo o del controllo… infatti ognuno di noi crescendo ha messo da parte alcuni aspetti, a favore di altri, con cui siamo identificati e che ci fanno sentire comodi. La chiamano tecnicamente “memorizzazione selettiva” o inibizione volontaria.Se abbiamo fatto dei percorsi di crescita, può essere che anche le nostre vecchie identificazioni finiscano per essere giudicate “io ” cosciente : siamo stati troppo nel controllo (e ora vogliamo imparare a fluire nella vita), oppure siamo stati troppo razionali (e ora vogliamo scoprire la nostra intuizione,creatività …..); siamo stati troppo cauti (e ora vogliamo scoprire la fiducia nell’Universo mondo e nel Tutto umano)… e così via. Siamo spinti a pensare di essere “intrappolati nell’ io ” , che non ne riconosciamo il senso e che ora vogliamo vedere la luce alla fine del tunnel, senza renderci conto che ci stiamo intrappolando… in altre zone dell’”io” cosciente o alla ricerca della coscienza! “C’est la vie …mon ami” ed è dolorosamente meravigliosa, complicata e intrigante!


Tu, angelo mio, che ne pensi di questa storia della coscienza? Io penso , e mi hanno detto pure che fin quando penso non ho coscienza e che solo quando smetto di pensare posso arrivare alla mia coscienza ma allora è un po’ quando penso che è meglio stare davanti ad un tramonto, che nel traffico?Però poi penso che pure il traffico di Napoli ha la sua bellezza. Che sia questa la mia coscienza, un ingorgo? O essere capaci di testimoniare la bellezza sempre?

Anche un ingorgo psichico o materiale può essere bello o brutto. Dipende dallo stato del tuo animo….Orazio rispetto alla imprevedibilità e bellezza della vita umana scriveva poeticamente “ Quid voles? Est hic ( ognuno mette la sua città e i suoi ingorghi) est Ulubris…….nisi deficias animo aequo” se non ti manca l’ordine nell’animo…..un “ordo amoris” che non sia sempre diverso,provvisorio…..mai definitivo

mercoledì 22 febbraio 2012

Elisir d'amore per ........l'amore!

la parola poetica
di mauro orlando

La sua lingua , impaziente, poetica per urgenza, rapida a stringere in poche parole il giro largo degli avvenimenti ,dei racconti, del pensiero analitico e logico. Animata."...ma ai poeti, anoi poeti,/noi paria e pari a Dio/ è dato,straripando dalle rive,/rotti gli argini, rubare/ anche le vergini agli dei" .(M. Cvetaeva). Una frequentazione con il Vecchio testamento con le religioni ( o meglio “religio” lucreziana ) o con la poesia tout court ( e in particolare per corrispondenza sentimentale con la lirica greca o classica latina (Saffo,Archiloco,Orazio, Catullo) ) gli ha insegnato che ogni sillaba o fonema pesa, ogni pausa è importante e musicale , la lingua deve essere breve ed intensa,profonda,ansiosa di non perdere il punto cruciale ,interno e profondo. Incomprensibile nella sua superfice e difficile da cogliere da un orecchio poco attento all'ascolto o da un occhio distratto nella lettura.
La lingua della poesia non può essere morta e convenzionale, ma viva densa e sempre sorprendente anche quando evoca e ricorda.







di roberto vecchioni





“L’amore è una condanna,- scrive Marguerite Yourcenar- siamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli”, al che ribatte Eluard :” Noi non arriveremo alla meta a uno a "Uno, ma a due a due” .Ed hanno ragione entrambi. C’è nell’amore ,in questo intruso alieno che viene a sconvolgere la nostra passeggiata sul filo,una forza dirompente che non ammette difese,perché ci sfida e ci batte sul terreno dell’incertezza e della mancanza, insinuandoci il dubbio di non bastarci da soli e lasciandoci il fiato corto di quando qualcosa disperatamente non c’è e tutto il resto non è.Improvvisamente si sovverte ogni logica.ogni principio di causa-effetto : anni per costruirci a nostra immagine ,stabilendo priorità di piaceri e vantaggi a nostro comodo spazzati via da una bufera che sfugge ai nostri strumenti scientifici e che quando s’acqueta in vento prima,brezza poi siamo già degli altri. O forse altri eravamo prima .
I poeti della “Palatina”(Callimaco, Meleagro,Silenziario) conoscevano bene la potenza dell’Eros,Catullo ci lasciò corpo ,anima e testicoli fino all’inganno di sé;si persero Raimbaut d’Aurenga,De Ventadorn,Bertrand De Born,tutti i più grandi trovatori in questa magia bianca; la canzone napoletana è un’antologia della dipendenza servile e sublime alla donna,alla fanciulla ,stringente accurata dolcezza in “i’ te vurria vasà”, strazio dell’età avanzata davanti a una giovane (“Era de maggio”,”reginella”),senza che mai,nemmeno per un attimo il poeta sia attraversato dalla tentazione di tornare indietro,di fare come non fosse,perché no,perché non si può.
L’amore è il compimento di un viaggio cui siamo destinati ab origine : pùò sfavillare.accendersi.illuderci ,perire,perché non era lui,non era quello . ma anche così ce ne mette per andarsene via,per liberarci :le tenta tutte finchè non è convinto, testardo e squassante quando arriva e quando prende il largo ,ti trascina fino all’ultima speranza e non à poi che dica “scusa ,m’ero sbagliato”,ti molla lì, ti atterra.
Ma quando resta,quando ti si ferma accanto, coglie e compie la magia che riempie ogni universo ,collega due punti per cui una retta,e una retta sola doveva passare e aggiunge un tratto al disegno che chissà chi e dove ha in mente da tempi immemorabili.
Si può scrivere una parola,una sola,tagliente e indimenticabile, si può concepire una frase,legarla ad un’altra,metterla in versi,rapire un attimo al proprio animo e rileggerselo fremendo, si può provar quel brivido che dura verticale e breve,brevissimo,consumandolo in sé : l’amore no,l’amore è romanzo e poema,non si accontenta dello spazio,vuole,esige il tempo ,la malinconia delle cadute oltre gli assalti,vuole ,esige il contrario,la rabbia ,lo scazzo,la sconfitta,la rivincita,l’ammissione di colpa,la comprensione,il perdono,perché tutte queste cose che portano al distacco nel viver sociale,sono nell’amore attesa di ritorni ,giochi sottili per mettere alla prova l’intesa e le offese, i voltafaccia,le liti più aspre diventano richiami accorati,laddove ,tolti il limite e la noia,l’amore è un brivido altrimenti orizzontale ,di scosse e sussulti,e altro modo non ha per definirsi se non la sua lunghezza,la sua durata ,perché se arriva il disastro non si è più quei due,si è altri due.E allora l’amore non c’entra ,fa bene a mollare,non è più affar suo, riprende a cercare altrove.
Mi meravigliava una volta e non mi meraviglia più l’impressione,direi di più,la certezza di vedere in mia moglie sempre la stessa donna di tanto tempo fa : questa illusione ottica dei sentimenti è per me verità assoluta.A volte vedo in lei tutte le donne del mondo, perché non è cambiata mai,ma è mille volte sé : mi scopro a sbirciarla sotto le sottane per ridere poi del fatto che potrei farlo senza nascondermi,ma mi diverte così ; non concordiamo quasi mai in niente e passiamo dei bei periodi a non salutarci, a non guardarci nemmeno in faccia :lei educa, io vizio,lei costruisce io distruggo,lei vive per me,io vivo per lei che vive per me,non sempre però.
L’amore ci ha rincorsi e ci ha afferrati per la collottola nei momenti più difficili e disperati,ci ha tenuti per un pelo davanti a fossi che credevamo voragini,ci ha impedito con tutte le sue forze di prendere il mare l’uno o l’altra,sulla barca di una nostra infanzia ,di una nostra solitudine perduta quanto ingannevole, Si è sbattuto come un dannato, mascherandosi,saltando fuori all’improvviso da dietro gli angoli,tirandoci per i vestiti e per l’anima.Ne abbiamo sentita tutta la forza,la convinzione,la preghiera ,la speranza,l’irriducibilità ,quasi il suo pensiero fosse “già me ne restano pochi,figurarsi se mi lascio scappare voi due”.
E così la mia ragazza,che ha sempre vent’anni’si è messa il cuore in pace.

martedì 14 febbraio 2012

Elisir d'amore per ......il "liberal....democratico"


LIBERAL DIRTY e LIBERAL CHIC


di Ugo Morelli

Non è che dopo lunghi anni di climi e prassi liberal dirty, all’insegna cioè di un’ideologia dichiaratamente iperliberista ma inconcludente nella prassi, se non per le cose oscene e, per così dire, poco eleganti, ci toccheranno adesso un’ideologia e una prassi liberal chic? La questione è di non poco rilievo perché ha riguardato anche gli stili di vita e le prassi locali, dove non sono mancate, sia nel pubblico che nel privato, sia nella cooperazione che nell’associazionismo, manifestazioni di adesione, magari imitativa, al managerialismo nazionale e internazionale. Gli esiti, in molti campi, sono sotto gli occhi di tutti. Si potrebbe fare una selezione dei fallimenti sulla base di un indicatore di supponenza managerialista. Ma si sa, l’ammissione di responsabilità e il riconoscimento degli errori non sono merce comune. Il tratto di sobrietà che ha distinto la storia dei mondi trentino e altoatesino, ne è uscito non poco turbato e messo in discussione. Anche questo concetto, la sobrietà, va usato con cautela, perché anche di questo concetto, di recente si fa abuso, consegnandolo alla macina di quel nominalismo per cui il dire sembra assolvere dal fare. Sempre dimentichi del monito dell’Alighieri che pure svetta nelle nostre piazze: “sì che dal fatto, il dir non sia diverso”. Ebbene, su alcune questioni cruciali abbiamo visto emergere posizioni che non sembrano né sobrie né appropriate al tempo in cui viviamo, nelle dichiarazioni e nelle scelte del nuovo governo nazionale. Rifletterci può essere un utile caveat per le nostre scelte e i nostri stili locali. L’evasione fiscale è forse il più evidente dei temi. Se recuperare risorse dove era immediatamente possibile può aiutare a comprendere le prime scelte del governo italiano, sarebbe importante, sul principale problema nazionale, il delitto di evasione fiscale, vedere qualcosa di più che le dimostrazioni dei finanzieri a Cortina e in via Montenapoleone a Milano. Segue la questione dei giovani e del lavoro. Ben quattro esponenti del governo hanno perso una buona occasione per tacere sul tema, mentre si attende un provvedimento effettivo. Ripetere stereotipi supponenti serve solo a volgarizzare le relazioni su una questione, quella della precarietà o dell’assenza totale di lavoro, che rischia di creare una disintegrazione sociale senza precedenti. Vi sono poi le spese militari. A meno che non vi sia chi se la sente ancora di sostenere che “più cannoni porteranno più burro”, sia l’ammontare di circa ventitre miliardi annui del bilancio della difesa, che gli investimenti per l’acquisto degli F35 e per il programma Nec per la digitalizzazione delle componenti di terra dell’esercito, non rientrano in nessun disegno strategico, ma solo in scelte “di comodo” difese dal ministro, come le definiscono perfino alcuni generali. Scelte che garantiscono la continuità di contratti e decisioni prese in altri tempi e, certamente, in altri scenari politico-strategici. L’auspico è che non solo lo stile ma anche la sostanza siano diversi su ognuno di questi punti e sul resto, proprio perché non c’è alternativa come si sente ripetere in ogni momento, e che ognuno faccia sul serio quello che va fatto, a Roma e qui...........


..........una possibile risposta

Bella l’immagine del “liberal dirty e liberal chic” che ci riporta intellettualmente nel cul de sac della crisi “liberal ” tout court.Il tuo scritto ci spieca le dinamiche e le contraddizione di questa “crisi” che si mostra sempre più sistemica e non solo sovrastrutturale.Abbiamo tra furori crici e sconfitte depressive vissuto la cultura del rischio, che è poi la cultura della libertà,(economica e politica) e della responsabilità individuale e la rinascita ,difesa o riproposizione della domanda di sicurezza,che è poi
domanda di protezione politca,delega ad altri (lo stato) delle proprie responsabilità o di protezione economico-sociale con il welfare.
C’è una vocazione reazionaria del pensiero europeo, e italiano in particolare, è figlia di una metodologia filosofica della conoscenza che si chede moralisticamente “perché” senza chiedersi innanzitutto come “le cose” “effettualmente” stiano.Il risultato è che la risposta è un salto logico dall’essere al dover essere . Ritorna ossessivamente in agenda semplicemente i vecchio dilemma se i soggetti collettivi- istituzioni,mercato,capitalismo ecc ecc- sono spiegabili con una teoria individualistica. I soggetti collettivi non pensano e tantomeno agiscono. Sono gli individui che pensano e agiscono. E sono responsabili di quello che fanno. E’ il principio di libertà su cui si fonda la cultura politca ed economica occidentale malgrè nous.Il riferimento è all Illuminismo delle “virtù” anglosassone , cioè della convinzione-antitetica a quella dell’Illuminismo razionalistico francese- che siano le passioni guidare la ragione e non la ragione a governare le passioni.
E’ dalla interazione di molteplici individui,ciascuno che procede autonomamente alla ricerca dei propri interessi secondo la propria visione personale del mondo he scaturisce inconsapevolmente un beneficio generale (Mandeville, ‘La favola delle api’: il ricco che dilapida i propri averi- vizio privato- è anche a e senza volerlo manifestazione di una pubblica virtù, perchè fa ilbene del suo prossimo che gli procura ciò che lui compra e consuma con la propria dissolutezza).Non da un progetto, un piano, elaborato da una volontà esterna.Saranno milioni di individui,consumatori, produttori, non la politca ce ci tireranno fuori dalla crisi economica attuale.Il resto è puropensiero comunque reazionari “Ancienne regime”.
mauro orlando

Elisir d'amore per la "nostalgia...comunitaria"

“Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. Per uscire dall’autismo corale ci vogliono posture nuove. È tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma, nella polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti insieme al sole e alle stelle”. franco arminio



[youtube http://www.youtube.com/watch?v=PBvtBJJ7vQQ]



di mauro orlando



Ho un colpo di nostalgia della comunità provvisoria per come l’ho vissuta negli ultimi tre anni : le passeggiate , le colazioni al sacco con salame ,formaggio e buon vino, il piacere delle amicizie come occasioni di scambio di sentimenti,passioni ,esperienze ed idee e il blog che ne era nel bene nel male la vetrina e lo spazio delle idee originali, degli umori,delle passioni calde e fredde di esigenze esuberanti s di esprienze esistenziali,culturali e politiche.Non mancavano le occasioni e lo spazio per costruire nuovi paradigmi ,logiche e grammatiche per vivere e pensare un territorio e uno stile di vita in modo autentico e originale ma assieme .Mi piace ricordare queste situazioni e le persone che le vivevano con il piacere e il gusto di fare qualcosa di unico,originale e autentico. Eravamo ambiziosi e incoscienti come tutti i neofiti e i praticanti.Il blog era anche nelle difettose spigolature umorali l'accompagnamento organizzativo e informativo delle iniziative che come Comunità provvisoria proponavamo alle varie realtà comunali : di approfondimento conoscitivo (es seminario a Grottaminarda sulla paesologia o a Lacedonia sul parco rurale o incontri mirati sulle varie “eccellenze”,letterarie,poetiche e politiche ) ma anche accompagnamento e informazione delle visite esistenziali , individuali e comunitarie , paesologiche e amicali nei piccoli paesi nello spirito che Franco ci suggeriva e ci raccontava nei suoi scritti. Il Blog è anche l'espressione di un dialogo, un conflitto o un amore e una cura per una "terra", l'Irpinia dei piccoli paesi …dalla grande vita”. Avevamo voglia di continuare il racconto e la pratica della migliore tradizione dell’’irpinia (d’oriente o di occidente) dignitosa e ricca letterariamente e culturalmente. Per ultimo e non ultimo :Cairano 7X. Avevamo scelto non a caso “un piccolo paese” come simbolo e anche una possibile pratica di”grande vita” nascosta e da scoprire con una esperienza veramente innovativa e originale con alle spalle una grande esigenza o idea di Franco Dragone che Franco Arminio ha avuto il coraggio dei sognatori , la testardaggine dei poeti e la capacità del vero politico di pretendere di realizzabile al meglio degli uomini e idee che circolavanono in Italia ed in Europa in cerca di esperienze coerenti di nuovi modi di abitare e pensare la terra che ci è data in comodato d’uso. Incomprensioni ,pigrizie e scelte al ribasso in coda ai poteri costituiti istituzionali e sociali hanno determinato rotture non volute ma necessarie . Di tutto ciò dobbiamo sentirci non solo orgogliosi ma gelosi come esperienza non da dimenticare ma da conservare gelosamente nelle pieghe delle nostre storie personali e anche come legittima e dignitosa storianostra e della nostra terra .Nessuno ce la può negare o sottrarcela .La scelta del cambio del nome del Blog “Comunità provvisorie” doveva essere nella continuità l’apertura della nostra esperienza autoctona e specifica ad altre esperienze territoriali e comunitarie di altri territori o realtà sociali con la caratteristica di una ricerca e difesa di una sensibilità che volesse affrontare il tema dello sviluppo e della modernità non solo economica pur da una oggettiva posizione di marginalità o perifericità come valore e non come soggezione. Siamo ancora in una fase costituente dal basso ed abbiamo un estremo bisogno di convinte adesioni ma soprattutto di entusiasmo culturale , passione civile,sentimenti caldi e un impegno personale nella responsabilità e contestualità concreta secondo le proprie conoscenze, esperienze sociali e capacitàtà organizzative. Unica bussola e orientamento del Blog è evitare che diventi una vetrina eccellente delle nostre esigenze e capacità letterarie o analitiche senza un legame con le nostre esperienze territoriali e sociali. Ricordiamoci di continuare ad essere “sentinelle dei propri territori” anche per i cittadini e gli amministratori distratti e smemorati.Ricordiamoci la cornice delle nostre opere d’arti e d’altro nella ricerca per un “umanesimo dei territori” di collina , di pianura o di montagna che vogliono vivere la marginalità come risorsa e non come colpa o risentimento. Le storie e la storia della Comunità provvisoria irpina resta nella sua originalità una buona e bella idea coltivata e vissuta al meglio delle nostre capacità e possibilità non per isolarsi nella sua specificità ma per stimolare il rapporto di altre esperienze comunitarie . Noi non rinnegheremo mai nessuno dei momenti e le persone della passata esperienza di Comunità provvisoria in Irpinia ma attenti ,gelosi e ostinati a non annacquare o disperdere la sua anima “paesologica” .Non è solo “un valore aggiunto” ma un modo unico e irripetibile di essere,pensare e vivere l’Irpinia e tutte le “irpinie” della nostra “ terra madre”……..

domenica 5 febbraio 2012

Elisir d'amore per ......la Comunità provvisoria


Comincia a cadere una pioggia incessante.
nell'arca, e dova mai potresti andare:
voi, poesie per una sola voce,
slanci privati,
talenti non indispensabili,
curiosità superflua,
afflizioni epaure di modesta portata,
e tu, voglia di guardare le cose da sei lati....
Szymporska







La nostra esperienza comunitaria è stata nei vari momenti un lusinghiero e ricco incontro di persone disponibili a giocare la loro personale vita mentale e concreta nella possibile declinazione di due categorie apparentemente contrastanti ,locale e globale, che tanto ci inquieta e ci disorienta particolarmente in questa crisi finanziaria ed economica che insidia i nostri corpi e le nostre anime. Dopo vari anni ed esperienze paesologiche oggi diventa sempre più chiaro e complesso ribadire non solo la grammatica e il lessico rinnovato nella esperienza culturale e sociale ma assieme la necessità di ristabilire un rapporto di tipo nuovo con una realtà meridionale sociologicamente e psicologicamente immutata in un contesto di modernizzazione “con sviluppo e senza progresso” e una mondializzazione non solo economica e finanziaria ma soprattutto antropologica e politica . La “paesologia” ormai non è solo una intuizione personale da definire e sviluppare ma si va definendo sempre più in concreto nel dibattito tra le esperienze comunitarie nazionali uno strumento conoscitivo originale e nuovo che incide non solo sugli stili di vita ma sulle identità individuali-plurali.Il contesto bibliografico di riferimento si fa sempre più definito ed esclusivo intorno alla nuova categoria di “bene comune” intorno alle produzioni di F. Cassano con la sua “ragionevole follia dei beni comuni” per l’acqua,l’aria ,il vento, la terra sino all’informazione e la cultura .” I poeti sono un bene comune” nella sua radicale espressione poneva un problema vero anche se complesso nella sua declinazione politica.Segnale profetico era stata l’assegnazione del premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom nel 2009.Gli scritti di R. Esposito che partendo dalla categoria manniana di “impolitico” era approdato agli studi sulla “immunitas” e “communitas” ha finito per “mantenere viva l’attenzione per per una questione alla quale è affidato un passaggio d’epoca. Giustamente R. Esposito sottolinea come questa sia una via da percorrere per sottrarsi alla tirannia di quella che W. Benjamin ha chiamato “la teologia economica” .(S. Rodotà). Per sottrarsi alla ossessiva centralità del mercato un saggio di Luca Nirvana analizza la possibilità di contrastare questa deriva politica e conoscitiva con un saggio sui “beni comuni” per “appropriarsi di beni destinati al soddisfacimento di bisogni primari e diffusi, ad una fruizione collettiva”, ridefinendo il valore di bene non solo dalla sua appartenenza o prietà privata o pubblica ma quello della sua gestione ed uso.”I beni comuni sono “ a titolarità diffusa” appartengono atutti e anessuno ,nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive” (Rodotà). Luciano Gallina ,poi , ci ricorda poi l’importanza della consoscenza,del sapere e del potere della esperienza in Rete.Problema posto all’ordine del giorno da Franco recentemente non ponendo solo la individuazione e la definizione di gestori in senso tecnico e gestionale non solo come fatto partecipativo e di fruizione del bene ma per una maggiore definizione di un “idem sentire” , “koinè” che non mortifichi le individualità nella omologazione ma arricchisce la pluralità nelle differenze in un percorso che non ha un mitico inizio e fine ma si costruisce nel tempo in modo provvisorio. Tutto dipenderà dall’uso che ne vorremmo fare per il futuro di noi e dei nostri territori……Una persona che ha intenzione di vivere e pensare un territorio del sud ha la necessità di rivendicare alla base della sua ricerca di funzionalità intellettuale e esistenziale non solo retaggi e ricchezze culturali pregresse in modo consolatorio o di orgoglio identitario.Oggi bisogna rivendicare la categoria di “bene comune” insieme a quelli della “marginalità” e “fragilità”come capacità e possibilità di autenticità e originalità di stare e vivere contemporaneamente il mondo nel suo piccolo e nel suo grande. Si può vivere non con il vecchio schema della schizofrenia una bella esperienza emotiva e culturale a Bisaccia o Grottaminarda e il giorno dopo visitare una importante mostra alla Tate Gallery di Londra e una settimana dopo partecipare ad un convegno a Bombay sulle nuove tecnologie informatiche e il futuro delle economia mondiale.Lo spazio concettuale libero e liquido tra centro-margine-periferia si è aperto incondizionatamente e ci permette di verificare nei fatti e non solo nella volontà le idee ma soprattutto la nostra disponibilità e capacità di attivare volontà e strumenti per condividere “comunitariamente” anche le nostre individuali solitudini, introversioni, umori caldi e freddi, inquietudini e sogni .Non in una sorta di sopravvalutazione con sovrappesi culturali e professionali di sé stessi che ci costringe a costruire muri e barriere intolleranti non solo psicologiche per rifiutare o accettare gli ‘altri’. Sapendo che stare insieme può essere anche una sofferenza ,un esercizio faticoso di ridurre frammentazioni e chiusure e alleggerire pesantezze conoscitive e rigidità dottrinarie .Per iniziare questo nuovo viaggio di prospettiva necessita anche un viaggio nelle nostre storie mentali costruite su un eccesso di sviluppo accumulativi di saperi-poteri e un eccesso di ‘criticismo’ sedimentato o ossifificato nelle nostre diaspore migratorie. “Siamo emigrati male e spesso ritorniamo peggio”. Ci siamo costruiti intellettualmente e professionalmente con una idea di acculturazione e sapere come possibile strumento per acquisire potere e riscatto su un diffidenza e non fiducia verso gli altri in termini sociali e politico. Cultura e sapere non è acquisire potere ma proprio una possibile possibilità di depotenziamento ,“derobè” svestimento, del potere e del sapere stesso.Con una tale idea di acquisizione di conoscenze,abilità, sapere come strumento di possibili poteri e riscatti anche la categoria economica e sociale di ‘marginalità ’ nei piccoli e grandi paesi del sud e del nord del mondo può acquisire slancio progressivo e ideativo e riscatto individuale nella propria vita mentale e politica nei luoghi che ci è dato vivere hic et nunc. Dato per acquisito che la politica politicista depotenziata per motivi endogeni ed estrogeni va dunque sempre più sospettata e criticata nella sua rigidità e illiberalità costitutiva e istituzionale ma sopratutta per la sua inattualità che continua ad educare a coltivare pensieri corti e relazioni corte. Dobbiamo ricostruire una “società civile” di nuovo conio e funzione non seguendo i canoni e le categorie politologiche classiche e moderne che la mettono necessariamente e unicamentein rapporto con la “società politica” in una sorta di separatezza e superiorità solo concettuale. La differenza tra società civile e società politica è che una obbliga a pensieri lunghi e di prospettiva la seconda abitua a pensieri corti e regressivi ingessati e chiusi nelle istituzioni rifugio . Noi abbiamo bisogno di mettere in campo con modestia e presunzione “pensieri e relazioni lunghe sapendo però che vivere insieme agli altri e confrontarsi non è mai stato perfetto,idilliaco,edenico. Bisogna diffidare chi ci ripropone “paradisi perduti” e chi ci lusinga con utopie di comunità utopiche e mitiche. Bisogna accettare le complessità e difficoltà nei possibili spazi di amori ,di sogni, di odi,di controversie, di rancori, di rimorsi , sempre disposti al rischio ma con “gesti eroici”ed autentici anche di intelligenze confuse ,provvisorie o smarrite mai dogmatiche,autoritarie e prescrittive. Massima vitalità anche in possibili massime disperazioni”.
……Mi dispiace io per certi versi sto curando ” una mente premoderna e prepolitica” lenta ,liquida e la più leggera possibile e in certi discussioni mi sento estraneo e fuori luogo.Invece mi sono sentito a mio agio nello spirito comunitario a Cairano ed oltre , in certe serate a Bisaccia, ad Aquilonia , agli scambi di idee a Grottaminarda fino a Caposele nelle nostre estati irpine e in tante altre occasioni che mi piace ricordare e voglia di ripetere………

Mauro Orlando

sabato 4 febbraio 2012

Elisir d'amore per ......le parole

La gioia di scrivere
...silenzio
-anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola
"bosco"....
Szymborska

“ Uomo ,la mosca ha un volo più veloce del tuo occhio
e una vita più breve del tuo dolore”
Anonimo, VII secolo a.C.

“ Interrogammo i templi di Selinunte,
il loro silenzio aveva più peso di tante parole”
J.P. Sartre e S. De Beauvoir

In questo spazio mi piace riscontrare un rispetto e una cura delle “parole”.La storia delle parole viene da lontano e dal profondo e scavare dentro di loro e come “cercare una rotta dentro di sé ,della propria storia e della propria terra”Quanti veli ,sedimentazioni,polveri sottili la modernità tecnologica ha accumulato sopra di loro e noi …abbiamo perso tutte le sfumature. E con le sfumature i sentimenti che le accompagnano e le provocano. Noi stiamo sentendo e praticando la “paesologia” scienza arresa ma esigente .” La paesologia è una forma d’attenzione. È uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma. Non sai cosa sia e cosa contenga. Vedi case, senti parole, silenzi, in ogni modo resti fuori, perché il paese si è arrotolato in un suo sfinimento come tutte le cose che stanno al mondo, ciascuna aliena allo sfinimento altrui” Franco Arminio .Noi in questo spazio ci sforziamo di voler bene alle parole e prendercene cura .E ci sforziamo di coltivare l’occhio del poeta per scoprire “la grande vita custodita gelosamente nei piccoli paesi”. Solo i poeti ,infatti,hanno avuto il coraggio sacerdotale di conservarne la forza (dunamis) visionaria e profetica frequentando “l’unica arte in cui la mediocrità è imperdonabile” ricordando sempre che “in Principio c’era la Parola,ma la Parola è stata tradita” (E. Pound).Ma al di là di questo senso di perdita teologico-metafisica a noi interessa la perdita dei loro colori sentimentali e passionali che nei nostri racconti non riusciamo a vedere e trasmettere normalmente agli altri. Oggi si parla di “colori del buio”con l’occhio folle e profetico del poeta .Buio che il nihilismo filosofico postmoderno e un teologismo eteronomo e precettivo ha scaricato in dosi massicce sulle parole colorate dei sentimenti e delle passioni.
Andare al di là e dentro il tempo mobile e imprendibile della cultura e della storia e recuperare il sapore e i colori del tempo immobile dei bambini quando “..si giocava e immaginava , si immaginava e giocava.”
Un bambino non sa di poter essere altro, vive in un tempo fermo al presente e al futuro prossimo. E nelle parole ci sono normalità, regole, armonie che nemmeno noti tanto è scontato che ci siano. Oggi ’ l’ecceziome, lo sconvolgimento del consueto che ti mette ansia, ti rizza i nervi, ti sbulina l’animo . La più grande bellezza e l’infinita bruttezza partecipano del mistero. C’è negli antipodi, nel contrasto assurdo, nel diverso in natura come un filo che se lo tiri ti fa sentire vicino a una verità che le cose che le cose di tutti i giorni nemmeno sfiorano. C’è nel lampo e nel tuono una forza che manca alla giornata serena; c’è nella febbre ,nell’incubo notturno, perfino in una sbornia, un indefinibile atto di chiarezza, di certezza improvvisa.
Solo quando qualcosa sconvolge,provoca ci dice molto più di quel che siamo abituati a sentire.
L’inspiegabile, l’unico, arriva come a scuoterti, svegliarti come da un sonno di ordinarie, concilianti abitudini. L’uomo con le parole fredde della burocrazia e della tecnica televisiva ha livellato tutto, pur di far scorrere il suo sangue a quella precisa velocità, far battere il cuore a quel ritmo sempre uguale a se stesso e così vivere il più a lungo possibile, non importa come, non importa a costo di cosa, pur di vivere disegnando un linea dritta, tra immagini a specchi consueti.

mauro orlando


lunedì 2 gennaio 2012

Elisir d'amore per ......la "nudità" del pensiero

“La nudità non è la verità. Ne è insieme l’inquietudine, l’attesa, la cura e l’appello. Forse anche lo svestimento: tolta la veste, occorre comprendere che tutto resta da scoprire. Può darsi che si scopra alla fine che non c’era niente da svelare, ma ciò stesso diventa scoperta e lezione. La nudità non è l’esito, ma l’esordio di una iniziazione, un’apertura propedeutica alla ricerca della verità attraverso il lume naturale, come direbbe un trattato classico di metafisica”.J.L. Nancy


di mauro orlando


“Derobè” il gesto di lasciar cadere,togliersi la ‘robe’ di un pensiero solido che non ama gli slanci, le inquietudini, le incertezze …le nudità. Difficile per noi in tempi di crisi ‘epocali’non solo economiche ,sociali,antropologiche,direbbe Pasolini, spogliarsi di un sapere che ordina e dà sicurezza per destrutturare un pensiero nella sua funzione di mostrarsi nel suo carattere di tensione,di mobilità, provvisorietà,di agitazione che lo avvicina ad un sentimento,una passione più che ad un atto teorico o etico che lo sovverte e lo rivoluzioni dall’interno e non solo nel linguaggio. Nel pensiero in origine c’erà un senso di passione,di sensibilità e di sessualità (eros) che lo vedeva legato all’amore come rapporto all’altro non solo singolo e nel genere. Rapporto che non è finalizzato o idealizzato a fusione e ‘reductio ad unum’ ma ad un aprirsi conflittualmente alla differenza,un esporsi ad un’alterità che come Proteo non si lascia afferrare, ma a inquietare e sconvolgere la stessa identità. La tensione del sentimento e della passione non parte da una esigenza del “legèin” razionale del legare assieme le diversità come esigenza di compimento e di riempimento rispetto ad una mancanza ma ad una esigenza e finalità di relazione all’altro,differire da sé. Svertirsi del suo ‘abitus’ razionale,occidentale è soprattutto piacere personale insieme ad un senso di privazione e di sofferenza. Educarsi ad uno sguardo paesologico “arreso” non è solo esposizione piena, “nuda e cruda” nella carne,come eliminazione di qualsiasi nascondimento autistico,poetico,letterario o filosofico individuale o corale,che nella sua esposizione ed esteriorità comunitaria si mostra meglio nella sua complessità,precarietà, provvisorietà e fragilità. E in questo modo dare senso alla sua ‘imprendibilità ed omologazione attraverso la sua ritrosia verso tutte le forme superficiali e comuni di sottomissioni al flusso necessario della modernità nelle sue facili etichettature o schematizzazioni. Il nostro uscire da sé nel rapporto con gli altri sembrerebbe più facile e comodo nelle indicazione della paesologia a riscoprire “la grande vita nascosta nei piccoli paesi” ,”un vedere senza guardare… abbassarsi all’altezza del cane, lo sguardo tipico del paesologo, e non annusare niente….una disciplina non fatta di protocolli, ogni volta si comincia da zero, non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi. E questa è una cosa che non riesce sempre. A volte ci vuole un’infiammazione, altre volte ci vuole un senso di estraneazione. Quello che dà vita alla scrittura paesologica non è sapere tutto di un paese, non è informarsi su di esso, non è rimanerci per poco o per tanto”. Paesologia è imparare in continuazione a vivere e pensare nella modernità non con la “passione per frammenti oggetti, relitti di un passato ormai privo di contesto,rovine della storia ormai perdute per la storia…..nuovi silenzi “ e non si esaurisce nel recuperare un linguaggio ‘denudato e povero’ capace ancora di parlare di esperienze originali ed autentiche e di persone e cose con un vissuto motivazionale ed esistenziale nuovo ed insieme. E’ “un sapere arreso” nel senso non coltiva la presunzione di descrivere gli altri ,le cose ,la natura come una cultura ,una sociologia , una antropologia ,una storia ….un sapere e una paideia oggettiva e prescrittiva e nemmeno come “avanzi di un mondo di sogno” perduto e da “utopie” da reinventare o da ricercare. La paesologia è “nudità e povertà” esposta e non politica del compimento. E’ un uscire da sé che non comporti uno svelamento,un rendersi pienamente trasparente, ma un abbandonarsi semplice e tragico all’esistenza, al suo differire da sé, e quindi al rapporto comunitario con gli altri in cui ci tocchiamo, ci parliamo, ci incontriamo senza poterci mai afferrare rinchiudendoci in una identità stabile,unitaria e definitiva. Ogni nostro incontro o evento deve conservare necessariamente in sé la dimensione della sorpresa, del dubbio e del sospetto per una pienezza che non nasce dalla mancanza ma dalla sua eccedenza di finito che non ha compimento e assenza di “un finale” che tutti i ‘totaliritarismi’ politici ed identitari che vogliono riempire di senso il presente per trascenderlo. A noi la presunzione ela fatica di “vivere completamente il presente” nelle sue difficoltà ,complessità e varietà. Questo il ‘buon e difficile viatico” per il prossimo anno paesologico e comunitario.

mercoledì 28 dicembre 2011

Elisir d'amore per.......la fragilità e il dono





Fragilità, indifferenza e provvisorietà comune.

Nella nostra esperienza comunitaria ho messo in gioco , istruendo un processo d’amore (philìa), la stessa filosofia rea di pensare solo per conoscere invece di ricercare un modo e un senso del vivere per essere belli,buoni,giusti e felici. Una prassi quotidiana ed esistenziale non un lavoro di cervello. Partendo dalla categoria della fragilità più che della forza…della incompiutezza che della pienezza,della molteplicità più che dell’unità. Nella pratica,insomma, della felicità non cercata nelle teorie astratte ed eteronome ,logiche,etiche,metafisiche o religiose ma nelle autonome vie ,discipline,stili di vita che consentono di uscire indenni ed attivi dalle trappole e tagliole intriganti dell’esistenza. Ma una felicità che non è le tavole della legge mosaica o la legge morale kantiana dentro di noi ma….è “eudaimonia”…cura di sé come .ordine ed equilibrio dei vari demoni della nostra anima individuale e equilibri e giustizia della nostra vita in comune. Per cercare in sé stessi e nelle nostre piccole e grandi comunità un equilibirio ed una armonia capaci di difenderci e ricattarci dalla fragilità della paura ,del dolore e degli squilibri delle diversità e pluralità.La “paesologia” non come una sorta di nuova o vecchia pedagogia del senso,dell’intelletto e della ragione ma una sorta di “esercizio spirituale” attraverso cui ognuno di noi trovava la sua identità (equilibrio) personale e la sua (koinonìa) comunanza sociale con gli altri.Camminare, leggere, meditare, armonizzare la giungla dei propri sentimenti e passioni,ascoltare, fare silenzio, coltivare amicizie,dialogare nella vita concreta di tutti i giorni e nella realtà effettuale .”Scolpire la propria statua” come scriveva Plotino, non per ergerla su un nuovo e d originale piedistallo di potere ma per fare e praticare , come prescriveva la scultura greca e umanistica, opera di sottrazione,di alleggerimenti di scorie per successivi svelamenti.Scappellando dal nostro marmo grezzo ed informe tutto ciò che è falso,superficiale ed inutile che ci si è attacato col tempo culturale al nostro corpo e anima e liberare l’essenziale armonico di quel che noi veramente e autenticamente siamo. Recuperare con questa esperienza anche il senso vero della filosofia non come attività puramente teorica e speculativa ma di recupero-svelamento (alethèia) dell’idea aurorale di filosofia come conversione umanistica,guarigione ,prassi di sanità-armonia mentale. ”Fare il proprio volo ogni giorno” senza abbandonare la nostra specificità di esseri umani terrestri,”..Almeno in momento che può essere breve, purchè sia inteso.Ogni giorno una esperienza umana e territoriale come un “esercizio spirituale”, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimente migliorare.Uscire dalla durata. Sfozarsi di spogliarsi della proprie passioni,delle vanità, ,del desiderio di rumore intorno al proprio nome. Fuggire la maldicenza.Deporre la pietà el’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta” (Pierre Hadot) .Le idee e i concetti di questo studioso del mondo greco mi hanno fatto pensare al senso che noi vogliamo dare alla parola “rivoluzione” nella nostra esperienza comunitaria e provvisoria: “ rendercene degni” oltre che “immergerci interamente nella politica militante,nella preparazione della rivoluzione sociale”.Fragilità e provvisorietà ci aiutano non solo a resistere ma soprattutto ad essere modernamente consapevoli ed attivi. E’ l’indifferenza il peggiore dei sentimenti freddi che ci costringe in una solitudine arida e pietrificata, che nulla ha a che fare con la solitudine interiore, creatrice che riscopre la semplicità ela bellezza, ama il silenzio non come rinuncia ma come ricchezza e non ci costringe all’isolamento..Nella indifferenza si inaridisce e si esaurisce una qualsiasi comunità provvisoria interpersonale o di destino che riuscirebbe per incanto anche a rendere vivibile e degno di pensiero…. una vita vissuta anche nella dolore, al margine, nella provvisorietà ,nell’angoscia ,nella sofferenza o nella disperazione per contrastare un nihilismo disperato verso un confortevole passato o un inquietante futuro.Una vita degna di essere vissuta per la sua naturale vitalità e che vede anche solo nel dono gratuito della amicizia (philìa) un possibile superamento dei labirinti consapevoli e inconsapevoli del nostro ego che ci possa far vivere anche il dolore e la sofforenza ,la fragilità, il morire e il nascere nostro ed altrui come qualcosa che ci interessa molto da vicino come un destino comune anche in cui siamo coinvolti anche noi.Una comunità del cuore che va oltre la comunità di cura o di lotta in cui siamo capaci di capire e convivere come nostra anche la fragilità, la difficoltà, la sofferenza degli altri. Un destino comune come esperienza complessa,difficile, affascinante ma anche inquietante. In questo senso mi inquietano e mi affascinano le parole profonde e sofferte della Elda e nel mio caso mi incitano a continuare con testardaggine e ripetitività a vederle necessariamente inserite nel percorso della nostra esperienza comunitaria in Irpinia anche a costo di testate di incomprensioni , dolorose e insopportabili. Per non cadere in un solipsismo nobile e degno che non ci costringe ad inventare,sognare e cercare vie di uscite dignitose in un mondo culturale e politico che ha perso il bandolo umanistico della suo essere vivibile.Ed ho pensato ad un riferimento umano e storico che mi confortasse non solo con bellissime e profonde parole ma con azioni e fatti storici che veramente hanno determinato situazioni e cambiamenti “rivoluzionari” interiori ed esteriori…..
mauro orlando

lunedì 26 dicembre 2011

Elisir d'amore per .......chi non ama il cinismo


Uscendo dal bar ho sbagliato strada. Il vento era fortissimo e nevicava. Il cuore si è gelato sotto il cappotto......f. arminio








CINISMO: (LETTERA AI VIVI)

Scriveva la Rochefoucauld “chi vive senza follie, non è così savio quanto crede”. Sacrosanta verità per demarcare un confine tra vita normale subita e vita impegnata per scelta a saper affrontare “venti fortissimi e nevicate”.
Un lento e inconsapevole morire per un “un cuore gelato sotto il cappotto” parla di noi quando accettiamo supinamente di smarrire il gusto e il senso di una esperienza comunitaria rassegnati alla insensibilità del senso comune, alla rassegnazione del “così va il mondo”, alla connivenza con l’insensatezza della banalità, alla ingenua o consapevole disponibilità a farsi complice di qualunque cosa a qualunque prezzo.
Uno spettro inquietante si aggira come un “venticello” per le nostre terre sopraffacendo la nobilitata e propulsiva “ipocondria” arminiana: il cinismo.
Il cinico contemporaneo non ha come punto di arrivo la classica botte di Diogene ma una ordinata e riconosciuta carriera spesso segnata da frustrazione, rassegnazione e avvilimento morale. Il ‘cinicus’ antico era una forma estrema di affermazione della dignità, una riproposizione coerente di distanza dalle pochezze umane e dai pressappochismi e interessi pratici, della cura di una estrema padronanza e sovranità su se stesso e i propri difetti pubblici e attivazione del governo dei propri demoni interiori negativi come la “razionale auriga” platonica.
Il neocinico cura e ostenta una “falsa coscienza illuminata” con un discreto vocabolario polimorfo e una forma malcelata di “disincanto” che li rende molto efficienti e accettati sul piano pratico.

Qualcuno autorevolmente in modo cattivo ha scritto che il neocinico è “ un caso limite di melanconico che riesce a controllare i suoi sintomi depressivi conservando una certa capacità di lavorare” che mal sopporta “avvisi ai naviganti” disinteressati o venati di ironia e peggio di benevole commiserazione perché “intellettuali e …quindi inutili”.
Bisognerebbe imparare dal “cinismo classico “ dei morti di Franco Arminio ("Cartoline dai Morti" Ed. Nottetempo) che ci regalano una morale fatta di libertà ed autonomia e non “coperte di linus” come alibi pseudopsicologici ma soprattutto con il compito “etico” di riscaldare quotidianamente, profondamente e continuamente il nostro “cuore” infreddolito e debole.
Nella “pòlis” greca il primo atto cinico contro la costruzione di “una comunità” libera e consapevole, avvenne con un atto violento formalmente e simbolicamente reale e tragico.
La restaurata democrazia ateniese aveva bisogno della condanna a morte di Socrate nel 399 a.c. e la promozione sul campo degli “Antistene, Diogene di Sinope, Cratete e Ipparchia” come fatto consequenziale, illuminante e normalizzante.

Con quell’atto si condannava la ragione, il sogno, il sentimento, la fantasia, la democrazia che presume farsi “comunità” di un sapere non commerciale e commerciabile che ha solo il compito di difendersi per smascherare, responsabilità, inadempienze , ostilità, rancori latenti e combattere quelle palesi e praticate. Le ragioni del cuore non possono mai entrare in un orizzonte limitato che gli è estraneo per statuto.
Non vive di pensieri corti, di i rapporti di forza, della pratica o l’ aspirazione dei poteri a tutti i livelli.
Ritornando in metafora : “sbagliare strada” affrontare un ”vento fortissimo e una nevicata” è ancora parte possibile e integrante del vivere umano. Ma evitare sempre e comunque “Il cuore gelato sotto il cappotto” che è il vero e tragico morire sia personale che comunitario anche della limitata vita umana troppo umana …..e per questo…….
“Merita il nome di sapere soltanto ciò che conferisce il giusto ordine all’anima”.

di Mauro Orlando

giovedì 22 dicembre 2011

Elisir d'amore per ......l'Irpinia dei "piccoli paesi"

Un nuovo inizio dall’Irpinia delle colline
Per quanto avverto , come irpino delle diaspore, costretto o capitato a vivere sulle sponde di un lago, il richiamo del sole e del mare Mediterraneo sulle cui rive amo trascorrere gli inverni, mi sono abituato da terra a capire la sfida del mare aperto e compreso il ruolo dell’Oceano come una possibile o necessaria “grande crisi “ epocale o secolare. Sono un uomo dell’appennino abituato agli orizzonti corti verso l’alto o in orizzontale sul lago. Noi irpini non possiamo essere “santi, eroi” ma neppure “navigatori, al massimo “banditi” , piccoli agricoltori,pastori o cacciatori di frodo. I nostri modelli mistici sono umani troppo umani. I nostri viaggi erano legati al nomadismo conoscitivo ,introverso e fantastico della transumanza…. E i nostri tratturi mentali ci portano per il mondo con la promessa a noi stessi di ritornare. Siamo “pastori erranti” dei “piccoli territori o paesi”…dal “vagar breve”. E n inseguiamo “il corso immortale “ della luna non oltre le Colonne d’Ercole o di Thule, se non nei sogni del dovuto riposo come viatico al massimo a fantasticare …..Forse s'avess'io l'ale/Da volar su le nubi,/E noverar le stelle ad una ad una,/O come il tuono errar di giogo in giogo,/Più felice sarei”…….Ma al risveglio con sogni burrascosi di avventure , belli o brutti , riprendiamo comunque il viaggio che è anche lavoro. Pur amando i filosofi del tempo presente e dell’avvenire non avvertiamo più neppure la cogenza del Termine imposto al nostro viaggio. Da molto tempo per noi sono ormai abbattute nel loro valore simbolico le Colonne d’Ercole, guardiane di una misura mediterranea ormai obsoleta. Sulle nostre terre o sulle nostre coste si sono sentite le parole dei poeti,dei sapienti o dei filosofia «Via sulle navi, filosofi!, era alle soglie della modernità il perentorio invito a prendere il largo lanciato ai pensatori dell’avvenire, incitandoli a scoprire più di un nuovo mondo nell’«oceano del divenire», sollecitandoli a trasformarsi in «avventurieri e uccelli migratori», assumendo sguardo vigile pronto a carpire «con la maggior fretta e curiosità possibili» tutto ciò che accade. Uomini appunto oceanici, atlantici, questi nuovi eroi della conoscenza sono quegli «aerei naviganti dello spirito» che dalla Vecchia Europa sciamavano con la loro fantasia e i loro desideri come uccelli migratori, spiccando il volo alla volta di nuovi più ospitali lidi, pur sapendo che nessun terreno potrà essere da ora in poi sicura dimora, ma soltanto provvisorio punto d’appoggio, base per volare ancora più lontano. Nella Gaia scienza, col titolo Nell’orizzonte dell’infinito Nietzsche scrive :«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito. Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più “terra” alcuna!».Siamo agli antipodi del ‘nóstos’ mediterraneo; il viaggio cui pensa Nietzsche è davvero ‘éxodos’, un salpare senza ritorno nel cuore della crisi di tutto l’occidente europeo e freddo. D’altra parte, parliamo del filosofo che aveva dedicato una poesia a Cristoforo Colombo. Non più ‘póntos’, questo mare spinge piuttosto a tagliare tutti i ponti, a dimenticare perfino la terra ormai definitivamente alle spalle. La sua esperienza terminale a Napoli e sulle nostre spiagge doveva diventare fatale alla sua “eccitata e affaticata ragione”. Ora la nave diviene unica e precaria dimora per chi sente d’essersi imbarcato, lasciandosi indietro solo un’incerta scia disegnata sull’acqua. Ovunque è oceano, smisurata distesa d’acque senza più terre all’orizzonte e lo sguardo è sempre confitto in avanti, nell’incessante avanzamento della prua che batte rotte sconosciute. Infinito è l’oceano, illimite e senza riconoscibili confini, spazio sterminato e privo di misura, ma, proprio per questo, proprio perché omogeneo e vuoto, straordinariamente disposto ad accogliere le misure che l’uomo vorrà imporgli. Un horror vacui, uno sgomento di fronte al Niente potrebbe allora sorprendere questi audaci naviganti, poiché non c’è nulla di più spaventoso che sentirsi scivolare in questa liscia distesa priva di ‘nómos’. Qui, nell’Aperto spalancato dal mare, potrebbe assalire i naviganti il dolore del ritorno, la nostalgia struggente per la terra cui hanno voltato le spalle, dalla quale hanno preso congedo. Ma sarebbe vano cedere a questa estrema, regressiva tentazione, come se la terra potesse ancora garantire con le sue leggi maggiore libertà di quanta non possa invece offrirne, adesso, lo spazio infinitamente libero del mare. Questa è la crisi epocale economica,finanziaria ,storica e culturale in cui siamo bandalzosamente imbarcati sospinti dai demoni del capitalismo dopo aver distrutto in noi stessi i demoni della utopia e nella storia gli orrori del totalitarismo egualitario e elitario. Non è possibile tornare indietro a quella terra, sommersa dall’onda oceanica che investe ormai ogni dove. Essa, come l’oceano, è ormai soggetta ad una “dislocazione”, ad una delocalizzazione e ad una deterritorializzazione che non consente più radicamento e dimora. Come tornare a quella terra, come tornare a quel mare mediterraneo che la lambiva, se tutto ormai appare uniformarsi alla tabula rasa di una infinita distesa oceanica? Anche il nostro viaggio immaginario,onirico e reale a Cairano, a Nusco, a Bisaccia, a L’Aquilonia, a Rocca corrispondeva e corrisponde al nostro “costume” irpino di “ umanità precaria delle montagne” provvisoria e terrestre anche quando sogna.. Niente “Colonne d’ercole” , paradisi ed utopie ma un inizio di viaggio periferico, quotidiano,fragile e provvisorio alla ricerca non dei paradisi perduti profani o del Santo Graal divino ma “la grande vita nascosta nei piccoli paesi” delle nostre belle colline che muta di senso,di colori, di misteri, di storie e di espressione ogni giorno sempre ….nella forza della fragilità e nella sicurezza della provvisorietà. Il paese è il luogo del suo farsi male e più prova a scappare più lo agguanta. Qui la sua vita è sempre stata questa, una vibrante vita mesta”.F.Arminio, Circo dell’ipocondria.

Mauro Orlando



mercoledì 14 dicembre 2011

“L’essere consapevoli che la fragilità come esperienza necessaria, significa accogliere e rispettare la fragilità degli altri; senza disconoscerla e senza ferirla”

E. Borgna.



di mauro orlando

Nella nostra esperienza comunitaria ho messo in gioco , istruendo un processo d’amore (philìa), la stessa filosofia rea di pensare solo per conoscere invece di ricercare un modo e un senso del vivere per essere belli,buoni,giusti e felici. Una prassi quotidiana ed esistenziale non un lavoro di cervello. Partendo dalla categoria della fragilità più che della forza…della incompiutezza che della pienezza,della molteplicità più che dell’unità. Nella pratica,insomma, della felicità non cercata nelle teorie astratte ed eteronome ,logiche,etiche,metafisiche o religiose ma nelle autonome vie ,discipline,stili di vita che consentono di uscire indenni ed attivi dalle trappole e tagliole intriganti dell’esistenza. Ma una felicità che non è le tavole della legge mosaica o la legge morale kantiana dentro di noi ma….è “eudaimonia”…cura di sé come .ordine ed equilibrio dei vari demoni della nostra anima individuale e equilibri e giustizia della nostra vita in comune. Per cercare in sé stessi e nelle nostre piccole e grandi comunità un equilibirio ed una armonia capaci di difenderci e ricattarci dalla fragilità della paura ,del dolore e degli squilibri delle diversità e pluralità.La “paesologia” non come una sorta di nuova o vecchia pedagogia del senso,dell’intelletto e della ragione ma una sorta di “esercizio spirituale” attraverso cui ognuno di noi trovava la sua identità (equilibrio) personale e la sua (koinonìa) comunanza sociale con gli altri.Camminare, leggere, meditare, armonizzare la giungla dei propri sentimenti e passioni,ascoltare, fare silenzio, coltivare amicizie,dialogare nella vita concreta di tutti i giorni e nella realtà effettuale .”Scolpire la propria statua” come scriveva Plotino, non per ergerla su un nuovo e d originale piedistallo di potere ma per fare e praticare , come prescriveva la scultura greca e umanistica, opera di sottrazione,di alleggerimenti di scorie per successivi svelamenti.
Scappellando dal nostro marmo grezzo ed informe tutto ciò che è falso,superficiale ed inutile che ci si è attacato col tempo culturale al nostro corpo e anima e liberare l’essenziale armonico di quel che noi veramente e autenticamente siamo. Recuperare con questa esperienza anche il senso vero della filosofia non come attività puramente teorica e speculativa ma di recupero-svelamento (alethèia) dell’idea aurorale di filosofia come conversione umanistica,guarigione ,prassi di sanità-armonia mentale. ”Fare il proprio volo ogni giorno” senza abbandonare la nostra specificità di esseri umani terrestri,”..Almeno in momento che può essere breve, purchè sia inteso.Ogni giorno una esperienza umana e territoriale come un “esercizio spirituale”, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimente migliorare.Uscire dalla durata. Sfozarsi di spogliarsi della proprie passioni,delle vanità, ,del desiderio di rumore intorno al proprio nome. Fuggire la maldicenza.Deporre la pietà el’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta” (Pierre Hadot) .Le idee e i concetti di questo studioso del mondo greco mi hanno fatto pensare al senso che noi vogliamo dare alla parola “rivoluzione” nella nostra esperienza comunitaria e provvisoria: “ rendercene degni” oltre che “immergerci interamente nella politica militante,nella preparazione della rivoluzione sociale”.Fragilità e provvisorietà ci aiutano non solo a resistere ma soprattutto ad essere modernamente consapevoli ed attivi. E’ l’indifferenza il peggiore dei sentimenti freddi che ci costringe in una solitudine arida e pietrificata, che nulla ha a che fare con la solitudine interiore, creatrice che riscopre la semplicità ela bellezza, ama il silenzio non come rinuncia ma come ricchezza e non ci costringe all’isolamento..Nella indifferenza si inaridisce e si esaurisce una qualsiasi comunità provvisoria interpersonale o di destino che riuscirebbe per incanto anche a rendere vivibile e degno di pensiero…. una vita vissuta anche nella dolore, al margine, nella provvisorietà ,nell’angoscia ,nella sofferenza o nella disperazione per contrastare un nihilismo disperato verso un confortevole passato o un inquietante futuro.Una vita degna di essere vissuta per la sua naturale vitalità e che vede anche solo nel dono gratuito della amicizia (philìa) un possibile superamento dei labirinti consapevoli e inconsapevoli del nostro ego che ci possa far vivere anche il dolore e la sofforenza ,la fragilità, il morire e il nascere nostro ed altrui come qualcosa che ci interessa molto da vicino come un destino comune anche in cui siamo coinvolti anche noi.Una comunità del cuore che va oltre la comunità di cura o di lotta in cui siamo capaci di capire e convivere come nostra anche la fragilità, la difficoltà, la sofferenza degli altri. Un destino comune come esperienza complessa,difficile, affascinante ma anche inquietante. In questo senso mi inquietano e mi affascinano le parole profonde e sofferte della Elda e nel mio caso mi incitano a continuare con testardaggine e ripetitività a vederle necessariamente inserite nel percorso della nostra esperienza comunitaria in Irpinia anche a costo di testate di incomprensioni , dolorose e insopportabili. Per non cadere in un solipsismo nobile e degno che non ci costringe ad inventare,sognare e cercare vie di uscite dignitose in un mondo culturale e politico che ha perso il bandolo umanistico della suo essere vivibile.Ed ho pensato ad un riferimento umano e storico che mi confortasse non solo con bellissime e profonde parole ma con azioni e fatti storici che veramente hanno determinato situazioni e cambiamenti “rivoluzionari” interiori ed esteriori…..

mauro orlando