lunedì 26 luglio 2010

Elsir d'amore per ......don Chisciotte.






Mi piace pensare nell’emozione di uno spettacolo musical-teatrale alla nostra esperienza “comunitaria” nello spirito della paesologia al “cavaliere della triste figura ” Don Chisciotte della Mancia o delle varie Irpinie in giro per il mondo urbanizzato e non. Pensando a lui e al suo fido Sancho mi chiedo se è mai possibile ,ammettendo che la finzione sia o possa fare storia, trasformare la verosimiglianza o la poesia in qualcosa di efficace e concreto che si faccia politica e storia .Perchè anche noi “visionari e vagabondi dell ‘impotenza e della provvisorietà” stiamo coltivando e praticando un sogno nella verosimiglianza e nella poesia.Siamo ammaliati dalla caotica commistione, nella povera mente allucinata di Don Chisciotte, di ciò ciò che non può essere vero, con ciò che può esserlo nella confusione concettuale di un epoca di transizione e di degrado culturale ,civile e politico.Non solo una vecchia posizione estetica, romantica e poetica per resistere alla devastante teoria e pratica tecnologico-scientifica assoggettata all’economia. Foucault scriveva : “ Don Chiscotte è la prima delle opere moderne poiché in essa si vede la crudele ragioni delle identità e delle differenze deridere all’infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà, nel suo essere scosceso, solo dopo che è diventato letteratura, poiché la somiglianza entra così in una età che per essa è quella della insensatezza e dell’immaginazione”. Il cavaliere dalla triste figura …..un invincibile in nome della “finzione,del sogno e della fantasia” nel tempo che altri “taroccati cavalieri” dalla losca figura hanno esproriato e travisato per noi anche le parole del sogno,della finzione ,della libertà e del futuro E allora noi ”nuovi visionari provvisori e smarriti” ,semplici migratori stanziali innamorati della propria terra che ci spostiamo non più per emigrare ma per spostare e cambiare il mondo, come il visionario e pazzo Qujote, osiamo coltivare queste belle e sognanti “vie di fuga” da un mondo definitivamente sottomesso ai nuovi e vecchi “giganti cattivi ” delle forze economiche ,dei poteri freddi e degli interessi costituiti…….anche in nome dei “piccoli paesi dalla grande vita”…

mercuzio

giovedì 22 luglio 2010

Elisir d'amore per ........"Grotta".

Grottaminarda è il mio paese e "la fratta" è il borgo medievale che l'incuria e il disinteresse ha fatto sparire anche dalla memoria dei suoi abitanti tranne qualche poeta "folle" ed isolato che continua ad alimentare con i suoi scritti quella che è la coscienza di una comunità........




Quartiere di periferia

Casupole e taverne
ai lati della strada
(la “Via nova”)
che ai miei tempi correva in mezzo ai campi.
Dalle querce e dai pioppi
venivan le foglie a cadere nella via.
Afrori si spandevano di grano,
di fieno, erba medica, letame.
Nidificavano le rondini
sotto i bassi tetti.
Nel sole abbarbagliante
i grilli e le cicale
rompevano l’anima coi loro strilli
e il selciato bruciava
dei piedi nudi le piante.
Nella sera
vagavano le lucciole fra le case
come nei campi.
Tonino Capaldo

sabato 17 luglio 2010

Elisir d'amore per .......la "MUSICA"......



Un dialogo immaginifico con pasquale innarella e mercuzio a Cairano 7x 2010..

Oggi si discute molto dell’interesse degli intellettuali italiani per la musica. E’ un fatto sociologico,antropologico,culturale o più drasticamente estetico o teoretico?Lasciamo stare il trito e ritrito pigro “ ritornello che la musica radicale del ventesimo e ventunesimo secolo è difficile! Oppure che è tediosa! Una piccola rassegna di opere firmate Anthony Braxton, Karlheinz Stockhausen, Fausto Romitelli, John Cage, Francesco Cusa, Mauricio Kagel, Edoardo Sanguineti-Stefano Scodanibbio può servire a smontare questi luoghi comuni.”Bisogna andare oltre e ritornare all’essenziale del discorso vede l’ ” io che si espone e comunica” al centro del nostro interesse culturale oltre che esitenziale.

“Partiamo da esperienza concreta come quella di Cairano.Io ho semplicemente spiegato ai miei allievi occasionali e provvisori che il cuore universale e musicale è nel ‘blues’ che giganteggia su tutti gli altri linguaggi musicali classsici, moderni o locali come il“pop“ il “folk” la pizzica”……prima imparare a suonare una “strumento perbene” stabilire armonia o accordo tra la mente e lo strumento e infine esprimere il proprio “io” musicale nel rapporto con il ritmo, la melodia e l’armonia…….una koinè originale ed autentica per poter vivere e frequentare la musica jazz come fatto non solo culturale ma esistenziale con “una testa che ti fuma”……curiosità.ascolto, discrezione e autenticità soprattutto questo è il senso e le attese per fare musica ….comunque….”

Alt! Al tempo…..ma questo mi sembra un vecchio discorso che vuole far rientrare dalla finestra le vecchie dicotomie estetiche musicali o addirittura le vecchie gerarchie…..

“No assolutamente ! Premetto anch’io credo che la musica sia un fatto eminentemente di cultura del proprio tempo, una esperienza del tempo, conflittuale o armonico con il proprio tempo, forma e occasione di liberazione attraverso i suoni..I generi c’entrano poco ….’colto’, ‘extracolto’, ‘popolare’ e quant’altro….La musica non è solo linguaggio tecnico ha un suo “pensiero” o “anima”e partecipa a tutti gli effetti alla battaglia delle idee in tutte le circostanze storiche in cui si è trovata ad esprimersi……dai primordi dell’umanità per fare gruppo ,comunità e comunicare con Dio ….. fino alle esasperazioni più sperimentali degli ultimi tempi sempre per il medesimo scopo….Questo semplificando voglio significare quando parlo di una priorità “imparare a suonare “uno strumento perbene” e poi suonare ,esprimersi…..comunicare.”

Ma allora anche tu ritieni che agli intellettuali oggi o per statuto mentale ed estetico non interessa la musica o che sottovalutano l’importanza del suo linguaggio nella comunicazione culturale ?

“ beh anch’io ho il sospetto o il dubbio che agli intellettuali di stretta formazione letteraria dove “la parola” la fa da padrona per intenderci, la musica interessa poco o in modo errato o limitativo. La musica è vero è “stare sulla lunghezza d’onda delle trasformazioni,delle sorprese,delle aperture” fuori dai luoghi comuni inossidabili e provinciali. Vorrei essere più preciso e semplice a rischio di essere banale o s emplicistico.Si parte dal presupposto o pregiudizio che la musica contemporanea è difficile all’ascolto e per “pochi”…..la solita “tirannia della maggioranza “ che dalla democrazia si è trasferita nella cultura in senso lato.Io suono spesso per giovani svezzati e cresciuti con l’elettronica post-techno “dove di tonalità non si ha più memoria e nemmeno della distinzione tra musica e rumore”. Eppure poi quando si comincia a suonare la magia funzione sempre a patto che la performance comunque esprime al meglio quelle che sono comunque le espressioni dell’io di chi sta suonando al di là di cosa suona e spesso anche di come suona. In giro per l’Italia nei luoghi meno eslcusivi ed impensati trovi nuovi intellettuali di nuovo tipo e di spiccata sensibilità musicale.Bisogna cercarli questi nuovi “luoghi” non certo solo nei circoli esclusivi ed autorefernziali anche dei spazi politici dissenzienti, centri sociali per intenderci .Io vado nei piccoli paesi dove il pubblico e “vario ed eventuale” ma curioso,attento e rispettoso. Anche nei luoghi dell’inpegno,della rabbia o della protesta …..anche questi li sento molti spesso disattenti e a loro modo ‘snob’. Consumano techno,jazz mainstream, rock,dub, dj,elettronica fatta in casa e quant’altro ma in un certo senso hanno dimenticato “l’anima” semplice ed autentica della musica che è comunque l’ “io” nelle suo forme autentice e profonde di comunicare agli altri se stesso ,il suo sentimento, la sua passione,….i suoi sogni…… attraverso i suoni e uno “strumento perbene” e rispettato ” Io personalemente credo che la mia anima si è trovata in consonanza o armonia con il “blues” ma non in modo eslusivo o discriminante …..è il mio modo di essere e di intendere la vita come esercizio di “koinonia” tra armonia,ritmo e melodia….inordine sparso e non gerarchico.Questa è stata la mia esperienza a Cairano 7x e questa è l’esperienza che ripeto in giro per l’Italia e nel mondo dove sento “i respiri” di consenso di tutti quelli che vengono a sentirmi giovani,vecchi intellettuali e non”

Grazie pasquale per la tua competenza,generosità anche a nome di “zio carminuccio” e il suo organetto antico come l’Irpinia e “perbene” come tu ben dici!

mercuzio

venerdì 16 luglio 2010

Elisir d'amore per ........il grande Cesare!

"Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore" (Th. Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V - Cap. XI)








Ferrara “Antonio”. (Alzandosi con tutta la sua debordante mole e improvvisamente serio) Sì, basta con le chiacchiere o con le declinazioni delle paranoie .Voglio che le cose siano chiare. Se io avessi il suo potere , agirei come lui, dato che sono animato dalle stesse passioni e dalle stesse convinzioni. Ma c’è un punto sul quale non posso esser d’accordo con voi. Ed è che se Be è pericoloso per sé e per tutti noi non è perchè , vi ha reso la vita insopportabile o più patrimonialmente comoda , non è certo per le sue oscenità storiografiche ed i suoi lapsus lessicali né per le sue a volte orrende barzellette, né per i suoi tics da commedia dell’arte o da avanspettacolo di provincia né per le mie crudeltà intellettuali e cinismi psicologici ma neppure per le più alte e più immortali credenze che fedelmente lo sorreggono.
Una voce unisona : Che vuoi dire? Che cos’è questa storia?
Ferrara “Antonio” : “ Ecco ve lo dico subito. Attraverso Berlusconi , per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui rischia di trasformare inconsapevolmente per una sorta di transfert schizofrenico e ossessionato o “radicalismo mattoide” la sua filosofia in cadaveri non solo metaforici. Voi dite che è un anarchico , un impolitico postmoderno un antipolitico mediatico . Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza.
In disparte con riserbo e circospezione sospetta …intanto due personaggi non marginale alla storia….
Fini “Bruto” : (rivolgendo confidenzialmente a Casini “Cassio)( con un ghigno sfottente, intimamente cattivo ma lucido e determinato di chi malvolentieri deve quotidianamente reprimere il disagio o l’obbligo istituzionale ad una pratica di servilismo dovuto e mai del tutto somatizzato negli “arcana imperi”)
“Sì lasciamolo fare .Assecondiamolo. Gestiamo la sua follia. Verrà un giorno in cui si troverà da solo davanti ad un impero di ‘anime morte’ , amiche e nemiche, nani e ballerine ,quei quattro vecchi rincoglioniti ,compagni di merenda della prima ora e di parenti morti e ossessionati dalla continuità gestionale di “aziende creative” ad usum Delphini in assenza del Delfinus”.
Casini “Cassio” : “ Gianfranco, è da un po di tempo che ti vado osservando: non trovo nei tuoi occhi quell’affabilità e quella espressione d’affetto che ero uso a trovarvi quando eravamo assieme al Governo.
Fini “Bruto” :” Pierferdi, non ritenerti ingannato, se il mio sguardo è offuscato, il turbamento del mio viso riguarda solo me .Da qualche tempo sono afflitto da passioni contrastanti, pensieri che appartengono solo a me, e che, in qualche modo, appannano, forse il mio comportamento.”
Casini “Cassio” : “Non so dire che cosa tu ed altri pensiate di questa vita; ma quanto a me personalmente, preferirei non vivere piuttosto che essere soggiogato da qualcuno che è mio pari. Sono nato libero , altrettanto tu… spero. Ho udito ,qui in Roma , molte persone di tutto rispetto che, parlando di te ,Fini, e gemendo sotto il giogo di questa epoca hanno espresso il desiderio che il nobile Fini , il coerente Fini,riacquisti la vista oltre che la parola”
Fini “Bruto” : “Il mio parere attuale non è importante ma penso questo. Lasciamolo fare .Assecondiamolo. Gestiamo la sua follia. Verrà un giorno in cui si troverà da solo davanti ad un impero di ‘anime morte’ , amiche e nemiche, nani e ballerine , ruffiani e puttane e di parenti morti e ossessionati dalla continuità gestionale di “aziende creative” ad usum Delphini in assenza del Delfinus”.Non vedo per il momento la necessità di un nostro concreto intervento per rimettere in discussione la sua ossessionata “ leadership”. Lasciamo al tempo la libertà di lavorare con la sua cinica necessità ….al momento più opportuno agiremo con la spregiudicatezza e la cattiveria necessaria per liberare Roma dal suo aguzzino-buffone.”
mercuzio

Racconto immaginifico di una storia politca che si ripete vichianamente!

sabato 10 luglio 2010

Elisir d'amore per .......il parco rurale dell'Irpinia d'oriente.

Nella sua tenuta agricola «La Turchina», vicino Viterbo, la giovane Loretta Di Simone, laureata in giurisprudenza, ha riseminato il grano «Senatore Cappelli». Aveva ritrovato, per caso, un vecchio sacco di semi.
Anche in Alta Irpinia, specie sul Formicoso, si coltivava fino a pochi anni fa quella particolare varietà di grano che porta il nome del fautore della riforma agraria negli anni ’30. Le spighe erano alte quanto un uomo.






Loretta Di Simone ha avuto successo: il «grano Cappelli» , essendo un seme antico, ha un glutine molto digeribile e facilmente tollerabile, ricco di proteine; ha ottenuto una pasta buona, di sapore, certificata dall’Università di Firenze come salutare. Loretta ha ripreso l’attività agricola della famiglia con due obiettivi aggiunti : riavvicinare i giovani all’agricoltura e rieducare le persone ad essere consapevoli di quello che quotidianamente mangiano.
Tutti avranno notato nell’ultimo mese la martellante campagna informativa del Ministero delle Politiche Agricole su quotidiani e riviste: «L’agricoltura italiana punta sui giovani, l’agricoltura a beneficio di tutti»; «Le aree rurali per uno sviluppo sostenibile; le nuove sfide dell’agricoltura: imprese giovani ed efficienti per valorizzare i prodotti del territorio e tutelare ambiente e paesaggio».
In quest’ultimo claim ministeriale è ben riassunta la prospettiva del Parco rurale dell’Irpinia d’Oriente. Naturalmente il titolo è provvisorio; si tratta di ragionare e riorganizzare un territorio specificamente agricolo, di circa 700 chilometri quadrati, pari ad un terzo della superficie della Provincia di Avellino, che comprende i comuni più ad est della Campania, delimitati come triangolo dai fondovalle dell’Ofanto e dell’Ufita, oltre che da parte dei territori comunali ricadenti sul lato sinistro dell’Ufita e confinanti col Formicoso.
Chiaramente anche i confini, in questo momento, sono pretestuosi perché si tratta di iniziare il ragionamento da qualche parte. In questa parte di terra, la popolazione attuale è di soli 44mila abitanti, in progressiva decrescita, una delle densità abitative più basse d’Europa. Dopo la politica dei posti di lavoro nel pubblico impiego – durata fino a tutti gli anni ’90 -, sappiamo bene com’è andata a finire con le prospettive edilizie-industriali-infrastrutturali del dopoterremoto. Qui, adesso, i giovani sono in gran parte emigrati; soprattutto i laureati. Negli ultimi tre anni, altre inutili aspettative giovanili sono state riposte nei centri commerciali e, di recente, nei call-center.
Naturalmente la terra, quella agricola (700 chilometri quadrati), è stata man mano dimenticata; in parte rimboschita naturalmente; in parte per legno da destinare all’industria (noci e ciliegi), con i contributi comunitari. In gran parte declassificata a coltivazione di foraggio per l’industria delle carni (il foraggio rende più del grano).
La risorsa primigenia e ultima dell’Irpinia era ed è la terra. I paesi devono la loro esistenza alla coltivazione della terra. Bisogna quindi ripartire da questo elemento che è qui così vasto e preponderante. Una terra capace di fare ancora un gran bel paesaggio; e di cambiarlo ad ogni decina di chilometri. Una terra capace in futuro – sicuramente – di poter far dimenticare decenni di inutile politica assistenziale e pseudoindustriale. Basta crederci. Assieme.
L’idea di parco è, almeno in questo momento, legata indissolubilmente alla terra, all’agricoltura. Un parco rurale, un parco agricolo.
Poi anche energetico, paesaggistico, ambientale, storico, paesologico, eccetera.
«Il futuro dell’agricoltura non è più legato solo alla produzione di materie prime per l’alimentazione, ma anche alla sua centralità nella tutela dell’ambiente e del territorio, a beneficio di tutti. Le sfide: clima, energia, risorse idriche, biodiversità», continua la campagna ministeriale. Viene da pensare in contrappunto agli slogan della politica locale, alla vetusta idea del corridoio infrastrutturale est-ovest, alle cementificatorie piattaforme logistiche; alla legge nazionale per la discarica sul Formicoso. Nell’ultima campagna elettorale è stato presentato un progetto da venti milioni di euro per raggiungere in superstrada più telecabina un parco archeologico in altairpinia con annesso villaggio turistico. Ci sono decine di progetti di campi da golf presentati nella sola provincia di Avellino a valere sui fondi Por.

E il grano del Senatore Cappelli?

(angelo verderosa)

Elisir d'amore per ......una comunitaria del pensiero poetico.

Sul fondo e dall’alto
è così importante apparire?





anche la persona più insospettabile, con un microfono in mano, o una tastiera e un blog, è capace di lanciarsi in lunghissime dissertazioni piene di certezze, di dogmi.
il risultato è che non siamo in grado di riconoscere la grandezza altrui, lo splendore silenzioso di cose piccolissime o grandissime e di inchinarci di fronte a loro.
forse abbiamo tutti paura, paura di scomparire, di non essere “nessuno” di apparire gregari, accompagnatori, gregge.
ma questa paura è tipica di chi non nutre vera passione per gli altri, per la vita, per il mondo, non solo quello umano.
lunedì mattina, prima di andare via, ho raccolto a cairano un cane randagio quasi moribondo, me lo sono portato via per provare a salvarlo, perché per me equivaleva a fare un po’ di bene, di bene vero, immediato.
rivolgersi a un paese a un paesaggio è operazione che ha bisogno di grande mitezza, di gesti semplici, di menti pulite, poche parole, pochissimi concetti, molti, moltissimi dubbi.
è il dubbio, la frammentarietà, la crepa ad alimentare la nostra vita se vogliamo ancora dirci umani.non dovremmo mai dimenticare di essere il frutto di un caso, e non dovremmo dare al lògos più importanza di quanta non ne abbia.
cosa ce ne dobbiamo fare ancora dei profeti del “cosìsifa”, non abbiamo già subito, nel corso di trecentomila e più anni, già troppe colonizzazioni, troppi percorsi obbligati stabiliti da altri?
io da diverso tempo sto provando a percorrere altre strade. è un po’ come se, per andare a cairano o a monteverde, si sceglie di fare le strade interne invece che l’autostrada o l’ofantina…ma vuoi mettere?
quanti di noi lo fanno?pochi, pochissimi, perché molti sostengono di “non avere tempo”.
io a chi mi dice di non avere tempo non credo più, così come a chi cede troppo spesso alle lusinghe dell’esposizione fine a se stessa.
invece credo sempre di più ai generosi, ai puri di spirito, ai semplici, ai miti, ai furenti e ai folli.
il mio parere è, per dirla con pasolini, quello di cercare molto in alto o molto in basso. solo lì si può ancora trovare il vero splendore.
il tempo della mediaetas non funziona più, non a queste latitudini, non con queste temperature.
il nostro mondo è sfinito, sta morendo. non c’è spazio per galleggiare, bisogna andare a fondo, bisogna tirare un bel respiro e provare a scendere, oppure bisogna iniziare a volare.

elda martino

p.s. ringrazio per la foto Franco Arminio

Elisir d'amore per ......"un paesologo"

Faccio il paesologo perché non ho idee sul mondo buone per ogni giornata. Il mondo mi fa impressione, mi suscita talvolta meraviglia, più spesso disagio. Il mio lavoro di scrittura è una risposta alla frizione che il mondo esercita sulla cartilagine dei pensieri. La paesologia non ha l’ambizione di salvare i paesi, né di indicare strategie di alcun tipo, più volte l’ho definita una scienza arresa. Non capisco bene il senso della crescita e in un certo senso neppure quello dello sviluppo sostenibile. Mi sembra che si tratti più che altro di un mercato anche delle opinioni, di una bancarella a cui potersi approvvigionare per far finta di avere qualcosa da dire. In un certo senso abbiamo fatto e continueremo a fare Cairano 7x proprio perché le idee, i ragionamenti e le stesse parole in circolazione non ci convincevano. Prima che un nuovo modello di sviluppo io penserei a un nuovo modo di percepire le cose e soprattutto noi stessi. Per me l’idea del parco dell’Irpinia d’Oriente è innanzitutto questo: vedere un luogo con occhi più attenti, vederlo in tutte le sue pieghe, nelle brutture e nelle bellezze. La prima cosa da fare non è parlare del parco, ma viverlo. Oggi al tramonto credo che farò una lunga passeggiata sul Formicoso. Nei prossimi giorni andrò a salutare Monteverde. Per come la vedo io c’è da affermare il primato dell’esperienza sul lògos.




Quello che c’è fuori viene prima di quello che c’è dentro. L’aria mi sta più a cuore delle opinioni. Camminare più che stare seduti a parlare male della politica. Anche il discorso sulla via Appia mi sta bene non tanto nella chiave di progetto di sviluppo, ma come incentivo a mettersi in cammino, a tenere desta la voglia di girovagare nei dintorni. La gente allestisce le proprie vacanze mirando a luoghi lontani, sembra quasi che se ne ricavi più prestigio. È un’illusione. Non c’è nessuno ad aspettarli al ritorno. E allora vale di più, a mio parere, vagare nei paesi vicini, vedere a che punto è la loro salute e la loro malattia. Molti non hanno avuto tempo di venire a Cairano, ma lo troveranno per andare ai tropici. Considero questo un atteggiamento molto provinciale. Il bel ragionamento di Angelo Verderosa sulla terra rischia di essere inficiato da un diffuso provincialismo che arriva a ritenere poco prestigiosa la parola “contadino”. Difficile nei nostri paesi trovare un uovo fresco e difficile pure vedere ragazzi che vanno in cerca di more. Poi c’è pure il fatto che un quintale di grano costa quanto un chilo di baccalà. Non sono un esperto di economia agricola e neppure di turismo. Al massimo posso dirmi esperto delle mie paure. Stando qui da mezzo secolo mi pare di vedere certe mutazioni, cerco di segnarne opportunità e pericoli, tutto qui. Da un po’ di tempo il mio lavoro si è incrociato con quello di altri. La Comunità Provvisoria è nata da questo incontro. Non abbiamo soluzioni da offrire, forse possiamo svolgere qualche esercizio di perplessità. Volendo si può anche scorgere nel nostro lavoro un modo particolare di vivere la modernità, una sorta di umanesimo dei monti. Bisogna avere la buona creanza di pensare che tutto questo non ha niente di particolarmente originale. Non stiamo inventando niente e non siamo una setta in cerca di adepti. Il nostro stare in Irpinia qui ed ora ci ha portato a capire che donare se stessi forse è più utile che lamentarsi di quello che fanno gli altri. Non è detto che ci riusciamo, ma almeno ci proviamo. Cairano 7x è indubbiamente una prova di questo tipo. Una prova provvisoria. Non siamo un’istituzione, non abbiamo compiti e non siamo pagati per svolgerli. Direi che è già una buona cosa far circolare affetti, dare posto all’ammirazione più che all’accidia. Poi chi vuole può fare progetti, può delineare strategie. Questo non è il mio lavoro. A me interessa scrivere, guardare il mondo. Mi capita spesso stando qui di impegnarmi in quelle che si chiamano battaglie civili, penso alla lotta contro la discarica o sulla sanità, ma sono cose che mi sembrano quasi ovvie. Nella nostra provincia prevale un’opinione pubblica che ha scelto uno stato di quiescenza. Si preferisce una posizione parassitaria in cui il potere viene esecrato genericamente, ma poi blandito in tutte le maniere quando ci può venire comodo per gli affari di famiglia. Io non ho nulla da spartire con questo sud. Sono stato qui mezzo secolo senza chiedere nulla a nessuno. E così è accaduto anche alla mia famiglia. Pure questa cosa dovrebbe essere ovvia invece così non è in una provincia che pratica una sorta di illegalità psicologica in cui si briga per anni alla ricerca di un favore e poi non si ha energia per nient’altro. Io le energie che mi restano le voglio impiegare con chi ama la poesia, con chi dà più valore alla cultura che all’economia. Non è la base per la vita degli altri, è la base, forse l’unica possibile e seriamente percorribile, per la vita mia e per le persone che mi sono care.

franco arminio, bisaccia, luglio 2010

Elisir d'amore per ......la politica del nostro scontento.

La “Politica”: esercizio del nostro scontento.
Nella “ comunità provvisoria” la politica in tutte le sue forme espressive gioca un ruolo accattivante ed insidioso assieme .E’ il convitato di pietra e la ammaliante sirena assieme che rischia di ingenerare equivoci,incomprensioni e conflitti inutili e distruttivi se non preventivamente chiariti nei suoi presupposti e finalità. La politica politicata o politicante nella nostra provincia anche quando ha a che fare con gli uomini o le idee, opera nella oggettività del potere, della saldezza delle istituzioni, della forza degli interessi. Questa è la funzione della politica che comunque ci interessa come cittadini con diritto di voto ma non esaurisce le nostre esigenze o pretese nello specifico della nostre iniziative culturali comunitarie sul nostro territorio. Sgombriamo il campo dagli equivoci :noi non amiamo per niente o coltiviamo “i pensieri corti” e le pratiche di potere della politica politicante e strumentale. Tuttavia non escludiamo a priori che la politica nella dimensione della parola, del pensiero, della rappresentazione, della narrazione necessita di mediarsi e legittimarsi attraverso saperi; e che accetta il rischio o la sfida cognitiva di confrontarsi con altri saperi autonomi ed aperti , ma critici quale è e deve essere il nostro nella società e sul territorio.




La “paesologia” come sapere comunitario non è orientato nel potere , nell’ oggettività o nelle “strategie di alcun tipo” ( parco rurale o nuova e corretta analisi del territorio) quando questi non si vivicano nello spirito della soggettività,della creatività e esitenzialità del fare e del dire sociologicamente , letterariamente ,poeticamente o filosoficamente .”Non abbiamo idee buone sul mondo per tutta la giornata” (F. Arminio). Tuttavia non amiamo e non rifiutiamo a priori o a prescindere il linguaggio e le pratiche del potere e dei contropoteri, delle istituzioni .Non è il nostro campo e non soddisfa i nostri interessi. Della radice della parola “politica” prediligiamo la sua accezione di ‘pòlemos’ (mutevole,nomade,cangiante ,plurale) alla classica “pòlis” (stabile,stanziale,univoca e singolare) .Come scrive Franco” c’è da affermare il primato dell’esperienza sul lògos. Quello che c’è fuori viene prima di quello che c’è dentro. L’aria (ci) sta più a cuore delle opinioni”.
A noi comunque interessano le parole e le pratiche (meglio le idee) della politica non per semplice esercizio retorico o dialettico ma per provocarle, contaminarle o vivificarle perché consumate ed abusate e metterle a confronto (pòlemos) con le nostre idee e azioni culturali che si esprimono in “idee lunghe”, sentimenti autentici ,fantasie concrete ,sogni pratici,poesie ragionanti e racconti personali detti in libertà ma anche con qualche consapevolezza, passione,rabbia ,sconforto o apatia. Ovviamente,nessuno pensa di dare, delle parole e dei fatti della politica, una definizione o un giudizio in qualche modo univoco o partigiano sapendo che in essi si è depositata la storia vera di uomini di ieri e la vita di oggi , e vive la nostra passione (o apatia) di ieri e di oggi. Intellettualmente interessa mantenere desto e vivo il significato autentico delle parole della politica.” A partire, naturalmente, dalla coppia oppositiva ‘ politica-antipolitica’ . Il cui secondo termine è cambiato di significato, e da ‘ opposizione alla buona politica’ (qual era il suo valore originario) oggi si usa nel senso di ‘ contrarietà alla politica’ , estraneità, indifferenza alla politica, fuga dalla politica in generale; una sorta di qualunquismo, in cui i singoli si chiudono, politicamente disperati. Oppure un’ ideologica pretesa che la politica sia inutile, una truffaldina complicazione di questioni semplici, che- se non esistessero quei parassiti che sono i politici – potrebbero benissimo essere risolte col buon senso pratico, con la competenza tecnica, oppure con l’ armonia automatica del mercato” (C. Galli) . Noi anche in Irpinia quando progettiamo “il parco rurale dell’Irpinia d’oriente” o nuove letture della programmazione del territorio, nuove forme organizzative del turismo e del vivere il territorio, privilegiamo la cultura politica dello stare insieme di realtà e di norma, di fatti e parole, di azioni e pensieri”. Insomma la nostra esperienza comunitaria anche con Cairano 7x è autenticamente culturale e politica assieme e vuole essere una “prova continua” ….. “una prova provvisoria. Non siamo un’istituzione, non abbiamo compiti e non siamo pagati per svolgerli. Direi che è già una buona cosa far circolare affetti, dare posto all’ammirazione più che all’accidia. Poi chi vuole può fare progetti, può delineare strategie” (F. Arminio) liberamente ma non in modo definitivo , esclusivo,fondante e prescrittivo. Culturale nel senso di recuperare la capacità di essere “in grado di riconoscere la grandezza altrui, lo splendore silenzioso di cose piccolissime o grandissime e di inchinarci di fronte a loro” (E. Martino).Di amare la nostra Irpinia e il suo paesaggio non per costruirci intorno una bella e preziosa cornice ma sapendo e spiegando che “ rivolgersi a un paese a un paesaggio è operazione che ha bisogno di grande mitezza, di gesti semplici, di menti pulite, poche parole, pochissimi concetti, molti, moltissimi dubbi” (E.Martino).Questo è il terreno,il senso e la portata della nostra “sfida cognitiva” alla Politica il resto è già stato fatto con nobiltà di intenti e di sapere .Noi dobbiamo essere sfacciatamente presuntuosi della sfida che proponiamo perché consapevoli che come scrive visionariamente Elda “il nostro mondo è sfinito, sta morendo. non c’è spazio per galleggiare, bisogna andare a fondo, bisogna tirare un bel respiro e provare a scendere, oppure bisogna iniziare a volare”. A noi piace pensare alla nostra esperienza comunitaria come un bel e buono viaggio di ritorno (nòstos).Come Ulisse nel nostro ‘nostos’ ci prepariamo a non farci ingannare dalle ‘sirene’ utopistiche o fondanetaliste, dalle ammalianti profferte amorose della dionisiaca Circe, dalle giovanili invadenze e occasioni delle ‘Nausiche’ alla stanzialità di un talamo giovane e al potere correalato, ma sopratutto temiamo il ritorno a una possibile casa ( oikos)”Irpinia d’oriente” come fine del sogno e della esperienza nomade e delle transumanze stagionali e provvisorie…o nuova e immobilizzante “pòlis” che si dimentica della istanze ed esigenze ‘naturali’ di Cassandra per accettare le logiche formali del potere di Creonte…..e non cè tranquillizzante ,moglie-madre Penelope che tenga!Siamo antichi e nuovi “viandanti irpini” nostalgici per passione e pensiero in viaggio con la “ciurma provvisoria ” della Comunità con una consapevolezza attiva, libera,critica,leggera e convinta del momento magico e difficile di tutte le ‘fasi costituenti’ della nostra vita e delle nostre storie da inventare e raccontare.

Mauro Orlando