domenica 27 dicembre 2015



LETTERA SULLA PAESOLOGIA 

 Dopo cinque libri da me interamente dedicati all’argomento forse è arrivato il momento in cui io tenti di riassumere in poche parole che cos’è la paesologia. La prima cosa che mi viene da dire è che la paesologia è una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. La carne di chi osserva, la terra che è osservata. Una forma d’attenzione fluttuante, in cui l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione arrivano spesso a cambiare ruolo. E allora è la terra a guardare la carne, è la terra a indagare gli umori di chi la guarda. Ci vuole un’idea di sé scucita dagli abitini classici e rassicuranti dell’ego cartesiano. Noi siamo materia esposta alle intemperie esattamente come un albero, come una casa cantoniera. Non siamo una fortezza da cui spiare l’infantile disastro del mondo, non siamo adulti riparati dagli spifferi che vengono dal basso, gli spifferi dell’infanzia e del thànatos. Ieri un amico architetto mi diceva che lui vorrebbe qualificarsi come paesologo. Mi diceva che l’ottica paesologia contiene in sé tutto quello che lui fa e non gli dà molto piacere definirsi architetto. È lo stesso motivo per cui non mi sento a mio agio a sentirmi definire scrittore o anche poeta. Mi sembrano parole che parlano di esperienze troppo diverse. Che senso ha che qualcuno mi definisca allo stesso modo di Moccia? Con la paesologia io me ne vado da un’altra parte, definisco un territorio fatto di volpi e di poiane, di lampioni rotti, di cani randagi, di gatti, di vecchi sulle panchine, di vecchine che girano per strada con una busta in mano. Questo territorio è la goccia di sangue sotto il vetrino. Ma non c’è bisogno di microscopio. La vista è dilatata dall’ansia, dal tremore di stare nel cratere del proprio corpo, un cratere che trema, trema da sempre. La paesologia non è una nuova scienza umana, è una forma d’attenzione verso il fuori, attenzione intensa perché provvisoria, perché il paesologo parte dagli abissi del suo corpo e ci torna continuamente. Il suo guardare è un mettersi in bilico sulla propria presunta inesistenza, un tentativo perenne di venire al mondo che pare non riesca mai a compiersi del tutto. Ma in questo sporgersi si avverte la grazia, il vorticare confuso delle cose che stanno fuori, la distesa immensa delle creature deposte nel lieto inferno della terra tonda. Per me oggi non ha senso essere scrittori, sociologi, architetti. Non ha senso neppure definirsi umani. Siamo chiamati ad ascoltare l’aria e l’aria ci dice che i nostri saperi sono chiodi di gesso a cui non possiamo appendere niente. La paesologia è una disciplina inerme ma non arresa. Non partecipa alle marcette e alla marchette accademiche. Allinea dettagli, avanza, indietreggia, inciampa e forse è con questo inciampare che riesce a essere più dentro, più vicina alle cose. Il paesologo non ha in programma la salvezza dei paesi, non tutela i campanili, i dialetti, le manfrine del rancore, la fregola delle confidenze e dello stare vicini. A volte combatte, s’indigna, chiede tutela per gli esseri e le cose che stanno in alto, lontane dai vaneggiamenti delle pianure, ma questo filo di ardore subito s’intreccia al filo della mestizia. Va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può essere una piazza vuota o un vicolo col ronzio di un televisore. La paesologia non dà ricette per curare, ma si prende cura di guardare, di aggirarsi senza meta, di indugiare o anche di andare via alla svelta. Non ci sono regole, questionari da riempire, non c’è un formulario da approntare. Si esce, si esce per poche ore oltre la prigione domestica, oltre la prigione della propria professione, si và nei luoghi più nascosti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha senso solo dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare. Non sarà sempre così. La paesologia è una scienza a tempo. Non poteva esistere cento anni fa e non potrà esistere fra cento anni. Fra un secolo i paesi avranno una piega più chiara, saranno morti o saranno vivi e vegeti e allora non avranno più questo crepuscolo che li rende così particolari. Si è aperta una piccola finestra e da questa finestra il paese ci fa vedere il delirio e la gloria di stare al mondo Andate nei paesi allora, andate dove non c’è nessuno in giro. Abbiate cura di credere alla bellezza sprecata del paesaggio, portate il vostro fiato alle sperdute fontanelle del respiro. di franco arminio




....LA FILOSOFIA COME ..... CONOSCENZA DI SE’......
per un individualismo paesologico.....
di mauro orlando

Il vero sapere si risolve nel sapere interrogare e nel saper rispondere :Nessuno riuscirà mai a diventare sapiente nell’isolamento, ma solo nell’assidua frequentazione e nel quotidiano dialogo con i suoi concittadini : Socrate dice “io amo imparare, ma la campagna e gli alberi nulla mi insegnano,imparo invece dagli uomini della città”
Tutti i dialoghi di Platone sono dialoghi politici e vera scienza è solo la scienza politica.”
Dallo spirito profondo di queste parole mi piacerebbe che il prossimo anno alla "casa della paesologia" di Trevico ci trovassimo nello spirito delle "eterie e thiasi" a discutere di poesia e filossofia come "frome di sapere....arreso cum-munus"...... 
Simposi- incontri-dialogo sulla cultura filosofica greca con allievi-maestri particolarmente sensibili e ricchi interiormente quali possono essere le persone anziane e giovani cariche di curiosità e di disincantata saggezza .Per una "paideia" di reciprocità si richiede la disponibilità a chiedere o ricreare situazione migliore per un vero e maieutico dialogo in vista della scienza vera e della autentica ‘fronesis’(saggezza).....in un contesto anche di esperienza paesologica......
e per incanto ricercato o ricreato dobbiamo respirare un clima di perfetta ‘coinonìa’, ‘affinità elettiva’ dove le parole assumano al loro compito insinuante e pervasivo di mezzi di comunicazione vera e sentita . Il resto verrà tutto da sé con la spontaneità e la profondità del comunicare mitico-religioso dei momenti importanti e cruciali della propria vita mentale e spirituale......che il sapere moderno ha sacrificato ad un sapere finalizzato al potere.E con questo spirito sarà naturale e facile cogliere l’intrigante fascino del ‘mitos’, e la presuntuosa pretesa del ‘logos’ di tutto conoscere ; la profondità mistica della cultura ‘oracolare’ e l’ntrigata e accattivante sfida del ‘labirinto’ e delle sue prove cognitive e di ‘vita’ ; il conflitto ‘tragico’ delle dionisiache ‘baccanti’ per "eros" con gli apollinei rituali di uomini ordinati e formali del "Logos", l’impegnativa ricostruzione del senso di un velato sapere oracolare, profetico, divinatorio e onirico quale quello di Cassandra,la sfida ‘tragica’ dell’enigma per Edipo, il pathos e il fascino del nascosto ,del mistero e dell’infinito, il recupero della ‘follia’ come fonte della sapienza, il piacere dell’agonismo nella retorica ...... ed in questo , sentire e conoscere il fascino e la riscoperta delle proprie profondi e originali radici culturali non senza un legittimo e recuperato orgoglio.
E alla fin fine scoprire che l’uomo greco e occidentale è essenzialmente ‘zoòn politikòn’, animale politico e la ‘pòlis-comunitas"’,la casa ,la città, lo stato e la democrazia, è il luogo per eccellenza dove vivere la vita al meglio insieme agli altri uomini con comportamenti e finalità che solo il vero sapere (la filosofia ) può dare.
“Non primeggiare nella città, che sempre costringe a compiacere ai più, ma il governare se stessi senza senza dover soffrire sdoppiamento, dire una cosa e pensarne un’altra, provare sdegno e vergogna per ciò che si fa e si continua a fare, non questo assicura la vita migliore e mostra nella sua chiarezza cosa sia l’uomo”
Ci faremo trasposrtare ad Atene da un Socrate dei nostri giorni e far rivivere Socrate rileggendo le parole della “Apologia” agli ateniesi che lo condannavano a morte e a noi ‘suoi amici ,che lo assoltveremo nel nostro cuore,rileggendo il suo dialogo con l’amico "Critone" e con "Fedone" per perlarci dell’anima ,della vita, delle leggi e della politica, della giustizia e della felicità, dell’amicizia e soprattutto della vita e della morte in un aurea di religiosa e tracica intimità e profonda e armoniosa bellezza : un aurea filosofica .
Pieni di una rilettura ricreeremo un magico momento di “corrispondenza di amorosi sensi” ,raro momento, dove tante anime si ritrovavano in sintonia attiva e ne traggono benessere individuale e felicità collettiva : è questa la filosofia......che mi ha stregata da giovane e mi accompagna come Edipo nel mio viaggio a Colono-Trevico.......ad incontrare il vero sapere.......“Merita il nome di scienza soltanto ciò che conferisce il giusto ordine all’anima e rende migliori e felice colui che essa si dedica”
Epistème,sophìa,frònesis la vera scienza è quella in virtù della quale l’uomo si cura di sé”.
FILOSOFIA E’UN MODO DI VITA,ANZI IL MODO DI VIVERE FELICE

’ Angelus novus e la paesologia di mauro orlando . “Lo stato di eccezione, che eravamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria, sta diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo…… che determina in misura crescente la politica tanto estera che interna. Si direbbe, anzi, che la creazione di uno stato di emergenza permanente (anche se non necessariamente dichiarato in senso tecnico) sia divenuta una delle pratiche essenziali degli stati contemporanei, anche di quelli cosiddetti democratici” .Agamben Viviamo in “uno stato d’eccezione” non solo “politico” ma anche teoretico, estetico e filosofico toutcourt.”Una emergenza permanente” che obbliga la persona ad uno stato di necessità pratico dove la coscienza di sé e la cura di sé e dell’altro-da- sé diventano problemi di secondaria importanza. L’esperienza paesologica si propone in modo concreto di riappropriarsi del “maltolto” e pone il proprio “io” in un territorio che l’antropologia culturale, la filosofia e la politica hanno concretamente lasciato all’incuria drammatica e all’ abbandono dell’uomo a cominciare dalla modernità. L’io da “esistente” si fa soggetto “cogitans” e accampa pretese egemonico sul mondo “extensus”…..fino alla pretesa hegelo-marxiana di dotarsi di un “pensiero” che imbrigliasse o spiegasse il divenire del mondo, delle cose e degli uomini in una struttura logico- dialettica che tutto comprendesse e cambiasse ….senza nulla comprendere e cambiare a partire uno dal “pensiero-principio” , l’altro dalla “realtà-principio” e il resto si risolve ad essere “sovrastruttura” …..secondaria e marginale. La “paesologia” come per Bejiamin intende muoversi all’interno di categorie sovrastrutturali strutturali materialistiche ma non dialettiche che non coincidono coercitivamente con quelle marxiste.E’ un sapere “arreso” a cui non interesse la ricerca o il recupero di possibili presupposti storico- filosofici ad un pensiero che è essenzialmente esistenziale e pratico o al massimo come stimolo euristico- metodologico.Insomma non ci interessa ricreare le difficoltà culturali della sinistra tedesca di Adorno-Horkheimer-Benjamin nel discorso struttura –sovrastruttura.Adorno accusava Benjamin di “rappresentazione stupita della fatticità” e “ il tentativo di fissare l’immagine della storia nelle cristallizzazioni meno appariscenti dell’esitenza, nei suoi cascami” culturali e poetici del surrealismo di Baudelaire, Rimbaud e Mallarmè.Benjamin aveva una passione per le piccole, piccolissime cose, amava i margini e gli aspetti periferici….per lui le dimensioni di un oggetto …due granelli di frumento …erano inversamente proporzionali al loro significato e importanza storica.Una passione che corrispondeva alla sua “visione del mondo” che prediligeva una “esistenza fattuale” da rinvenire e nel mondo delle apparenze, dei sentimenti e delle passioni in cui confluiscono significatoe apparenza, parola e cosa,idea e esperienza.Ciò che affascina e interessa non sono le idee, i concetti, le opinioni ma le cose, i paesaggi, le persone come “fenomeni” che ci appiano percettivamente.E’ il miracolo e il mistero dell’epifania che diviene che interessa non “la rotonda perfezione” dell’Essere “che è e non può non essere”. E’ “il viandante-flaneur” la figura di riferimento che vaga oziosamente e senza meta non solo nelle metropoli ma soprattutto nei “piccoli paesi” per scoprire gli angoli sacri, i genius loci, i piccoli segni della vita abbandonata per dare senso ad una esitenza mentale ed attiva….fuori dalla folla frettolosa e indaffarata e scoprire i significati segreti e nascosti delle cose e delle parole.Le parole che paradossalmente come in Benjamin …avvertendo che “….dietro ad ogni sua frase il passaggio repentino dalla massima mobilità a qualcosa di statico,, quasi la rappresentazione statica del movimento stesso” (Adorno).Atteggiamento considerato di fatto “antidialettico” secondo il quale “l’angelo della storia” non avanza dialetticamente volgendosi al futuro ma ha “il viso rivolto al passato.Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe sostare , destare i morti e ricomporre l’infranto…..Ma una tempesta dal paradiso (…) lo spinge irresistibilmente verso il futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine s’innalza al cielo davanti alui.Quello che noi chiamiamo il progresso, è questa ‘tempesta”. Quando la paesologia parla di “modernità incivile” non per gusto retro antimoderno con pretese ideologiche vincolanti e esteticamente militanti.Un sapere che non si fa mai dottrina prescrittiva e vincolante in strutture materialistiche o idealistiche che ingabbiano l’io in labirinti imprescrutabili e assoluti.Un sapere che quando pensa ,pensa poeticamente dove anche una metafora diventa un dono per lo stesso linguaggio che si usa e la trasposizione linguistica ci consente di dare forma materiale e vitale a ciò che appare o anche all’inivisibile, al misterioso , al sacro…..alla totalità dei dati esperiti dai sensi. Un sapere sostanzialmente poetante non necessariamente dialettico meno che meno metafisico

martedì 22 dicembre 2015

 «nonluogo» chiamato Terra

Marc Augé Domenicale 20 12 2015
Gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne dei consumi possono essere anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza? La risposta dell’antropologo
La nozione di non luogo è stata concepita in relazione e per opposizione a quella di luogo o, più esattamente, a quella di luogo antropologico. Il luogo antropologico è il luogo in cui vi è una coincidenza perfetta tra disposizione spaziale e organizzazione sociale. 
In esso le regole di residenza sono rigide e si combinano con le regole di filiazione; il sistema che ne risulta può essere, secondo la terminologia degli etnologi, «armonico» o «disarmonico»: armonico quando c’è coincidenza tra la fi­ liazione e la residenza (filiazione patrilineare e residenza patrilocale o filiazione matrilineare e residenza matrilocale), disarmonico quando filiazione e residenza non coincidono (filiazione patrilineare e residenza matrilocale o filiazione matrilineare e residenza patrilocale). In tutti i casi, l’organizzazione sociale è trascritta nello spazio - il che implica, viceversa, che una lettura attenta dello spazio fornisce un’immagine della struttura sociale. La decodificazione del luogo antropologico dà dunque all’etnologo un’idea concreta della struttura sociale: delle regole di filiazione e di residenza, delle modalità di alleanza matrimoniale, della eventuale suddivisione in classi di età, della gerarchia sociale e così via. Le regole variano da un gruppo all’altro, ma vi sono sempre delle regole, più o meno facilmente reperibili, nell’occupazione dello spazio. A completare la definizione di luogo antropologico intervengono vari simboli di identità collettiva, che fanno riferimento alla storia comune o alla religione condivisa. In tal modo il luogo antropologico ha fornito ai primi etnologi una via d’accesso ai gruppi umani che erano oggetto dei loro studi. 
Sono stato dunque indotto a chiamare nonluoghi gli spazi caratteristici della “surmodernità”, come gli aeroporti o i supermercati: spazi dove si passa e nei quali non esiste a priori alcun legame simbolico immediatamente decifrabile tra gli individui che li frequentano. 
A questo punto si impongono alcune precisazioni e alcune avvertenze:
1) non ho mai voluto opporre il luogo al nonluogo come il bene al male. L’assegnazione a residenza derivante dalla rigida definizione di luogo è esattamente il contrario dell’aspirazione alla libertà individuale che corrisponde in teoria all’ideale di modernità;
2) ciò che per alcuni è un luogo, per altri può essere un nonluogo e viceversa. Non è la stessa cosa trovarsi in un aeroporto come passeggero o lavorarci quotidianamente con dei colleghi, delle postazioni e degli orari di lavoro. Lo stesso vale per un supermercato; [...]
3) in senso stretto è dunque impossibile redigere una lista ponendo fianco a fianco i luoghi e i nonluoghi empirici. Ci può essere un luogo nel nonluogo e viceversa, in funzione degli attori o dei momenti considerati. [...]
4) ciò non impedisce che oggi si moltiplichino gli spazi di circolazione (vie aeree, autostrade, treni ad alta velocità ecc.), di consumo (ipermercati e circuiti di distribuzione, istallazioni turistiche ecc.) e di comunicazione che corrispondono a un cambiamento di scala nella vita degli esseri umani – cambiamento di scala che traduce il termine globalizzazione, sinonimo di urbanizzazione nella misura in cui il pianeta comincia a funzionare come un’immensa città, il mondo-città.
Questo “mondo-città” è composto di metropoli, le “cittàmondo”, più o meno legate le une alle altre attraverso il tessuto, ogni giorno più denso, di zone urbanizzate e di reti di comunicazione virtuali. 
La crisi del luogo – Il termine nonluogo oscilla dunque tra una definizione teorica, che rinvia all’impossibilità di produrre una lettura sociale dello spazio condotta termine a termine, e la constatazione di un cambiamento di scala che si traduce nell’inesorabile estensione delle zone urbanizzate così come nell’estensione, parallela, degli spazi del consumo turistico (hotel, villaggi vacanze ecc.) o dell’esilio (campi profughi). [...]
Gli spazi della comunicazione sono dappertutto e colonizzano i corpi individuali. Ciascuno aspira a connettersi con l’insieme del pianeta e c’è da temere che la nuova forma di disuguaglianza tra gli esseri umani opponga coloro che sono “collegati” a quelli che non hanno i mezzi per esserlo. Eppure lo spazio cibernetico non è un luogo nel senso antropologico del termine: non è possibile leggervi nessuna forma di relazione sociale né i simboli di un’identità condivisa. Esso eccede ogni capacità individuale di relazione e sotto questo aspetto la folla degli internauti , che pare metaforicamente assai chiassosa e chiacchierona, somiglia piuttosto alla lonely crowd (folla solitaria) analizzata da David Riesmann nel 1950. 
Se il termine nonluogo ha conosciuto una certa fortuna, talvolta a prezzo di alcuni malintesi, ciò è dovuto senza dubbio al fatto che esso dà nome a un sintomo. Questo sintomo passa per un doppio e contraddittorio sentimento di eccessiva pienezza e solitudine, di vuoto e di sovraccarico che si esprime in diversi modi nella società, nella letteratura o nelle arti. Questo fenomeno, che si rivela un po’ dappertutto, potrebbe essere chiamato crisi del luogo. Esso ha diverse cause e diversi aspetti, storici, demografici, geografici e politici. Tutti questi aspetti possono ricondursi al fenomeno del cambiamento di scala nella vita umana, il passaggio alla scala planetaria, vissuto da tutti e da ciascuno. 
Il fatto più significativo a tal proposito è certamente il cambiamento di stato del pianeta, che diventa sotto i nostri occhi un oggetto di turismo, un paesaggio. Presto i turisti più fortunati potranno farsi mandare in orbita a contemplare per un po’ di tempo il pianeta nel suo insieme. Questa riduzione del pianeta a un oggetto di consumo turistico è veramente notevole: essa permetterà a qualche privilegiato di provare ciò che avevano già sperimentato gli astronauti di professione, ossia la nostra qualità di “terrestri”. [...] Nel frattempo, le tecniche di comunicazione, più ancora del mercato, e ancor prima l’immaginazione politica, delineano maldestramente e approssimativamente la possibilità di una società planetaria, di un luogo planetario che non sarà estraneo a nessun essere umano. Che cos’è oggi, in queste condizioni, il nonluogo, se non il contesto necessario di ogni luogo possibile? 
Da ciò deriva il carattere profondamente ambivalente della nozione di nonluogo. Ci si domanda talvolta e in una buonafede un po’ ingenua: come trasformare un nonluogo in luogo? Con ciò si intende: umanizzarlo, renderlo a misura d’uomo, farlo sfuggire all’anonimato. Ma, nella misura in cui viviamo, semplicemente, passiamo il nostro tempo, dove che sia, a costruire o tentare di costruire legami e luoghi. L’uomo è un animale simbolico. Si può andare ancora un po’ oltre e voler inventare dei luoghi nuovi, nei quali le relazioni tra gli uni e gli altri siano ridefinite sia in una modalità più ludica e provvisoria (per esempio un villaggio vacanze), sia in una mo­dalità più durevole (così alcuni sessantottini sono andati ad allevare capre sulle montagne delle Cevenne). Qeste utopie realizzate corrispondono a ciò che Michel Foucault ha chia­mato eterotopie, ma oggi non può venire alla luce nessuna eterotopia, a meno che non sia inserita in un contesto più va­sto e più globale, quello che definiremo come nonluogo.
La verità del nonluogo, bisogna insistere su questo punto, è dunque in definitiva contestuale. Così il mondo-città (le sue immagini di fluidità, il volo degli aerei nella notte illuminata dalle luci dei grandi grattacieli, le performance dei grandi sportivi ritrasmesse su tutti gli schermi del mondo ecc.) è esso stesso il nonluogo e il contesto, visibile attraverso schermi interposti, del luogo della città-mondo sul quale si possono leggere tutta la diversità e tutte le disuguaglianze della Terra. In questo modo, il non logo del mondo-città è l’ideologia del luogo della città-mondo; esso viene presentato come il suo avvenire o la sua verità, quando invece non è altro che la sua illusione. 
Resta il fatto che questa illusione possiede la sua parte di verità, la parte di verità del desiderio, che forse spinge alla nascita dell’illusione. Il luogo empirico è spesso il luogo del rifiuto degli altri e delle diffidenze interne, della gelosia, della sorveglianza e del segreto – il che non toglie nulla alla dolcezza del focolare, dei ricordi di infanzia e delle successive nostalgie. Per quel che riguarda i nonluoghi empirici, essi sono gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne del libero consumo; ma sono anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza. 
Dal momento in cui il pianeta diventa un paesaggio che un turista può abbracciare con un solo colpo d’occhio, esso diventa il contesto finale, il nonluogo ultimo o piuttosto, sulla scala dei tempi a venire, il luogo Terra infine compiuto, a partire dal quale l’umanità dovrà ancora cambiare scala temporale e spaziale per proiettarsi un po’ più lontano nel sistema solare. Stiamo assistendo non alla fine della storia, ma alla fine della preistoria dell’umanità terrestre come società planetaria.[...]

mercoledì 16 dicembre 2015


da bambino di notte avevo paura come tutti bambini entrai per la prima volta in una grotta oscura mi svegliai nel sonno e... alla fine di un lungo pensare... inventai i fantasmi.... e li feci camminare nella grotta per gioco.....come in un film... la seconda notte .... stufo delle finzioni e delle ombre danzanti.... sulla parete della grotta decisi di uscire a inseguire la luce e vidi un luminoso cielo stellato e una falce di luna calante che brillava su un deserto infinito vidi uomini che si affancendavono con opere....gesti e parole ma non erano felici e poi incontrai un vecchiuo pastore errante dell'asia con una macchinetta attaccata al collo "perchè niente va diemnticato" mi diceva e come tutte le sere era in cerca di riparo dalla notte e mi raccontò delle belle notti di riposo nella grotta .....si raccontava delle favole non per dormire ma per il piacere di raccontarsele e costruiva sogni e alla fine mi spiegò che tutto era frutto della mia paura più che della fantasia e della mia immaginazione di far finta di niente perchè anche ....i fantasmi e i sogni non esistono ma servono per sopravvivere e mi insegnò a salire su un palo altissimo per vedere la luna da vicino per toccare la luna e non confondere come lo sciocco la luna con il dito che la indica solo indicarla col dito.... o con gli occhi che la vedono 
mauro orlando