mercoledì 19 marzo 2025


 parlare  con te è un pò come pregare Dio.....è come morire .....cercare e assimilare nuove emozioni oltreumane.....un ricordo ...un piacevole e doloroso ricordo è come un presentimento di un possibile abbracciare niente ...nessun segno ...nessuna voce riconosciuta ....e sotto ogni segno una immagine nebbiosa...una parola usuale ....come stai e come va ....parole di un racconto fantastico e fantascientifico....e nella realtà esiste sempre una immagine eun racconto  che nessuno vedrà mai  e ascolterà mai .....forse il sogno  o meglio la poesia  perchè è più  generosa  e vera  può invitare anche gli altri a vederla e ascoltarla con fonemi misteriosi e angelici  

lunedì 17 marzo 2025



appunti ritrovati in un vecchio tacquino  abbandonato in un cassetto.......le donne sono ottime madri  e mogli  ma la stanchezza le frega  quando abbassano la soglia dell'attenzione e  della riflessione...perchè quest'ossessionato richiamo alla scoperta dell'altro...gli altri sono da sempre li davanti a te  e non c'è bisogno doi scoprirli.....vedere una persona e percepire una classe, massa o una folla....le aspettative di visione del mondo partendo da un proprio universo mentale ...empatia non è sempre  capacità di partecipare  o accettare i sentimenti ,le passioni , i dolori degli altri attrezzando lo sguardo o cercando le  parole giuste...non è qualcosa di istintivo o qualcosa puramente sentimentale...essa giunge a compimento solo se coinvolge tutta la mente con il riconoscimento dell'altro come essere umano pensante ....uno spasimo utopico...velocità della luce  dei neutrini che producono il pensiero.. voglio sapere che strada devo prendere  a quel bivio....tutto dipende da dove intendi andare e perchè.....chiedilo al cappellano matto ...la apazzia dei grandi uomini non può essere lasciata sola.....scappa lupo ti inseguono...ci sono sentimenti passioni e virtù usurate ...io vivo nelle mie dita che pensano sulla tastiera del mio computer....oggi mi sono fermato a guardare la primavera nei suoi primi segni  e ci ho camminato sopra...pensando al mio autunno  di sfondo e ai possibili inverni del mio scontento ...
mercuzio     

 

mercoledì 26 febbraio 2025




 Mai come negli ultimi tempi la discussione su cosa sia l’Occidente, sulla sua “crisi”, “declino”,

“tramonto”, o addirittura “autodistruzione”, è particolarmente fervente, almeno in certi

ambienti intellettuali, quelli più o meno (ma non solo) conservatori.

Non solo in Italia (si pensi al vivacissimo dibattito culturale francese, per esempio). Non è un

dibattito nuovo, ma risale come minimo a un secolo e mezzo fa, diciamo alle spericolate

avventure intellettuali di Friedrich Nietzsche. Ma a intensificarlo è stata sicuramente

l’accelerazione che la storia sembra aver preso negli ultimi trent’anni, in seguito ai processi

che vengono generalmente etichettati come “globalizzazione”. Soprattutto alle crisi che

l’hanno costellata, da quelle generate dalla sfida terroristica sino alla crisi pandemica, senza

dimenticare quella economico-finanziaria.

D’altronde, cosa è la globalizzazione se non l’apice della modernità occidentale, il momento

in cui anche le forze portanti che l’hanno trainata (la scienza-tecnica fondata

sull’”oggettivazione” del mondo), e gli ideali connessi (il Progresso) sembrano radicalizzarsi

pronti alla battaglia finale. Radicalizzarsi, ma anche paradossalmente convertirsi nel loro

contrario: la Ragione (seppur tecnico-strumentale) in irrazionalismo e relativismo;

l’oggettivazione del mondo nella sua “immaterializzazione” o “de naturalizzazione” (a cui

sembrano alludere ideologie come quella gender).

E infatti molti ritengono che la crisi la si possa “risolvere” solo ritornando in qualche modo ai

valori premoderni (Del Noce, Macintyre), al contrario di chi insiste (come fa Habermas che

poi però contesta alcune conseguenze della sua posizione) sulla modernità come “progetto

incompiuto”.

Altri (Heidegger, Severino), più radicalmente, vedono il declino già inscritto in nuce negli

albori dell’Occidente, in idee confermate poi dallo stesso cristianesimo, nel cui orizzonte si

svilupperebbero pure, e contrario, l’illuministica modernità (è il cosiddetto paradigma della

“secolarizzazione”). Altri ancora (Esposito ad esempio) hanno messo in luce la

complementarietà fra le ideologie del “compimento” dell’Occidente (Hegel) e quelle della sua

“crisi” .

Ovviamente, in questa breve nota, non si vuole prendere posizione, ma solo sottolineare, da

una parte, la complessità del tema, non riducibile alle opposte ideologie politiche sulla “crisi”

dell’Occidente; dall’altra, fare una constatazione. Che è questa: in tutte le dispute

l’Occidente viene considerato in rapporto a ciò che è stato o a ciò che sarà, in base alla

storia. Ed è alquanto paradossale perché Occidente, il luogo dell’occàso, cioè di dove

tramonta il sole, dovrebbe essere prima di tutto un “luogo” geografico, spaziale, più o meno

esteso o estendentesi (la globalizzazione è stata anche vista come una “occidentalizzazione

del mondo”).

E se Occidente fosse invece, appunto, prima di tutto un concetto di tempo e non di spazio?

Se a farlo sorgere non fosse proprio una particolare concezione della temporalità, quella che

vede il tempo come una retta e che vuole consumare il tempo accumulando diritti,

realizzazioni, progressi, eventi, in un vortice di novità che diventano fini a se stesse? Anche i

“reazionari”, in fondo, vogliono andare avanti, seppur per tornare indietro. Una suggestione,

ma dà da pensare


 I libri di Franco sono la storia di una amicizia particolare tra chi scrive le tue idee e i tuoi sentimenti di “ irpino della diapora” a cui a volte hai voglia di farne “ la tara” “ per abundantiam cordis” Le idee che mi sono piaciute discutere alla casa della paesologia di Trevico e nei bei giorni di Aliano cercando sempre di non incorrere di fatto nel pericolo di essere catalogato tra gli “ opinionisti e i problematici militanti e disfattisti”.

Ho necessità di rilevare la generale e diffusa consumazione del tradizionale lessico della estetica ...della letteratura e dell politica e della necessità di una loro riformulazione. Tuttavia, tale riformulazione deve scavare nel contenuto del lemmi fondamentali della filosofia e della poesia occidentale non con l’intenzione di operarne una “Überwindung” un oltrepassamento niciano o heideggeriano capace solo di congedarvisi,o contrapporvisi dialetticamente ma con quella di rivelarne il lato ancora “impensato”. ...e .mettersi sul “ camino activo” dello “svelamento...percettivo o riflessivo”.Per condurre a termine questo progetto, bisogna situarsi all'incrocio di campi concettuali e linguistici differenti: la filosofia e la poesia …” sophia e poiesis” …” sorelle nemiche” della vita materiale e spirituale.
L’ esperienza paesologica ….nella categoria di
“ arrendevolezza” del suo “ sapere” si attesta su un atteggiamento di riflessività nel mondo giocato sulla triade concettuale di Communitas, Immunitas e Bios. Il nodo problematico principale di questa rivisitazione è quello della “comunità”: “comunità” è , fuori da ogni influenza comunitaristica, come ideale astratto o utopistico otto-novecentesco ma come ciò che gli individui semplicemente sono quando sono assieme. Ma che cosa vincola gli individui gli uni agli altri entro una medesima comunità? È una sorta di “debito”, di onere, a farlo: quando questa obbligazione reciproca collassa, allora gli individui si “immunizzano” reciprocamente, trasformando la originaria communitas in immunitas.Tante sono le forme di immunizzazioni anche di carattere poetico, filosofico o politico. Il che vuol dire che gli individui si associano in comunità già risentendo della possibilità della rottura del vincolo comunitario. È per questa ragione che essi stringono reciproca relazione scambiandosi oneri e doveri. La comunità, cioè, si raccoglie in sé immunizzandosi dall’immune, da ciò che è fuori della comunità e per questo la espone a un rischio. È a questo punto, si può dire, che fa il suo ingresso nel discorso la traccia biopolitica: la mancanza che segna oggi in profondità gli individui riguarda la loro stessa sostanza di esseri viventi, per cui è soltanto attraverso la biopolitica – una politica che trattenga in vita la vita – che la comunità può raccogliersi in sé immunizzandosi dall’immune. È questo a fare della comunità contemporanea, ormai pienamente globalizzata, qualcosa dal volto diverso rispetto a quello del passato.
La paesologia quindi non deve incorrere nel facile pericolo di fondare il suo “ sapere esistenziale” sulla categoria della “contrapposizione” della dialettica “ amico-nemico” tra “ percettivi e logici” tra filosofia e filosofia e accettare la reversibilità tra “poesia pensante e pensiero poetante” .Il resto viene da solo spontaneamente e riflessivamente.
mauro orlando

sabato 16 novembre 2024

 



Sulla tua  tomba disadorna …la scritta : “Amavo certi  giorni! Ciascuno esattamene come tutti gli altri .” Mai pensato di doverla  augurare  … un giorno di riposo eterno di pace. Bisogna avvertire la minaccia alla vita per sentire la mancanza dei quieti giorni amati e perduti inutilmente. Bisogna aver perso la pace interiore ...eudaimonia ... per sentire tanto  la mancanza di quei giorni  a volte detestati perché troppo pacifici, troppo uguali gli uni agli altri e perciò noiosi. Quando la vita fallisce, quando si sente trascinata verso il basso, niente sembra più bello di una sfilza di giorni tutti uguali, quando basta una carezza a proteggerti e niente sembra più desiderabile di un enviable emptiness, un vuoto invidiabile. La vita è un peso ma la morte è un vuoto ancora più pesante. L’inverno è la stagione del tempo del morire .  La morte infondo è la proprietà delle cose naturali che si rinnovano solo nell’eternità. Solo ciò che non è naturale non muore. “Le foglie morte posavano sulle pietre; / non c’era vento che le sollevasse.” L’anima non è naturale  come pensava Democrito. Solo perché può pensarla chi resta dopo la morte del nostro corpo ….e sa che dopo l’inverno in natura c’è ancora la primavera e l’eterno ritorno degli eguali e dei diversi .


martedì 29 ottobre 2024

 



 erano parole di luce di sole di articolare dolcezza e colore che scuotevano la vista  e rischiaravano la lentezza di una quotidianeità intorbidita  e lenta ....la mente si muoveva  all'interno di insoliti  orizzonti di  curiose ricerche  della lingua che ricorda i suoi momenti di gloria  presso l'Essere che umanizzava le cose  e gli oggetti senza vita nei momenti di gratitudine  verso le parole e le cose in unione spirituale prima dell 'Arca....un Dio con particolare dedizione  all'esistenza  umana  nella sua fuga  dall'Olimbo verso la vita terrena ...parole riempite di saggezza consegnata ad una ragione senza il soffio vitale dello Spirito.....uno svelamento della verità nascosta con una penetrante fantasia poetica nella forza creatrice e trasformatrice della parola come rifugio  dopo il diluvio ...e col sole la luce e la parola rinnovata che confessa gli aspetti intimi di sè gettata in un mondo di voci differenti con uno sguardo interno agli eventi e le sue forme....unione indissolubile e encomiabile del tutto che la poesia propone al mondo intero...i misteri e i miracoli delle parole ...carezze nelle radure quando il mondo si speza e si perde  e ci assale la paura  del bosco e suoi sentieri  senza segnavie  e il mare si chiuse davanti a Mosè e si ritrasse dall'Arca ...

...ed io  ti guardavo nel sogno  e mi si apriva il mondo  nel tuo corpo turbato e desideravo straiarmi accanto a te ....essere in te ....essere te  come tante volte ....

 Una  specie  di introduzione

....dal quale eccezionalmente non si ricava nulla 

sull'Atlantico un minimo barometrico  avanzava in direzione orientale  incontro ad un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza  a schiavrlo  spostandosi verso Nord......le isoterme e e le isotere  si comportavano a dovere .....

ed io voglio parlare di te ...notte

senza veli e pudori 

notte di corolle lunari

di durezze ed arsure

promesse ed attese

e segreti sogni 

tra malie e risvegli 

e ricominciare a parlare 

di albe e tramonti

saturi e colmi di silenzi

sereni e caldi di futuro


domenica 8 maggio 2022

«un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico,
bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola:
la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente,
di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla. »

Bisogna  comunque  distinguere l’immagine dall’immaginario e cioè la distinzione fra l’amato/a e l’amore asserendo che si ama più l’amore che l’amato stesso individuando come conseguenza la “fertilità” dell’attesa dell’amato e della sua assenza.
Mi fa pensare a Lacan e la sua concezione di desiderio secondo cui noi desiderando di amare una persona non facciamo altro che sostituire come oggetto del desiderio qualcosa che è assolutamente irraggiungibile ed inesistente (il paradiso) con qualcosa di tangibile ed a portata di mano e di sensi.


 

martedì 8 marzo 2022


 

Il sacro: esperienza e immanenza

Il sacro costituisce senz'altro uno dei temi la cui presenza è pervasiva nell'opera di Bataille e che continuamente riemerge anche là dove non è atteso. Si pensi ad esempio all'importanza che il sacro ha in una raccolta di saggi letterari qual è La letteratura e il male, uno tra gli ultimi libri da lui pubblicati1. Tuttavia il termine sacro deve essere assunto come una di quelle che egli indica, ne L'esperienza interiore, con l'espressione “parole scivolanti”2, così come ad esempio dépense, eterogeneo, sovranità ma anche poesia, silenzio, erotismo. Si tratta di parole che, nell'indicare quanto sempre di nuovo si sottrae alla presa oggettivante del linguaggio, devono continuamente sfuggire dal luogo in cui si pensava di fissarle in un significato definitivo, mantenendosi però su quel limite oltre il quale il processo della significazione si dissolverebbe nel silenzio di una totale assenza di comunicazione. Ne consegue che non è possibile ricavare, dalle numerose pagine che Bataille scrive nel corso degli anni su questo tema, una definizione univoca del sacro, come degli altri termini ad esso connessi, si tratta piuttosto, richiamandoci a quanto egli afferma introducendo la voce informe nel Dizionario della rivista Documents3, non di dare il senso delle parole ma di far emergere il loro compito. A condizione che ciò non vada inteso tuttavia come un'operazione di riduzione del linguaggio ad un insieme razionale di strumenti, ma, proprio al contrario, nel vedere nelle parole la risposta a impellenti bisogni affettivi dell'essere umano.

venerdì 18 febbraio 2022




alla ricerca di Parmenide  e Zenone

una giornata   di attese  e curiosità con i piedi che calpestavano la terra  di Parmenide e Zenone a ricostruire  la quotidianeità  di due pensatori  essenziale   per  lo sviluppo  ulteriore della nostra cultura  mediterranea ed occidentale....due diversi modi di  usare il "logos"  uno alla ricerca dell' Essere  ...che non può non essere  e l'altro  a spaccare in quattro le parole e le idee  in nome del paradosso, dell'antinomia o dei paralogismi.....è il doppio della nostra cultura occidentale  che si costruisce in questa piccola polis  di greci rifugiati  dalle guerre che infestavano il mediterraneo in quegli anni  con i cartaginesi....una vita quotidiana vissuta dal popolo comune  tra riti e miti che ci parlano  dei modelli di accadimento archetipi, avvenuti in un passato originario che ci hanno permesso  in questo modo  di riappropriarcene, inserendoci  armoniosamente in un tempo  che si  ripeteva  in  un eterno e infinito  cosmo naturale . Phisis  e logos  in conflitto o in armonia . E' dai loro  dialoghi o conflitti  che nasce il pensare degli albori della nostra civiltà filosofica greca con una  frattura metafisica tra due ordini di realtà diversi: quello divino, archetipo, eterno, immutabile; e quello umano, transeunte, instabile e dipendente dal primo, che ne costituirebbe l’origine 
Sulla scorta di quanto osservato crediamo sia allora possibile cercare di leggere nella concezione parmenidea dell’essere un momento di raccordo e di formalizzazione tra i differenti e dispersi livelli e formazioni discorsive che hanno caratterizzato la fase arcaica del pensiero, e che fa al tempo stesso scaturire un sistema enunciativo estremamente forte ed efficace. E allora  si può affermare  che l'Essere parmenideo  come la base  del principio di non contraddizione e della logica astraente. La dottrina dell’essere – quale è ricostruibile dai frammenti pervenutici – fornisce, infatti, delle precise regole di formalizzazione di ogni discorso futuro, che voglia assurgere al carattere di discorso vero, tale in quanto fondato. Pensare è pensare l’essere: il dire è il dire l’essere nella forma del pensiero, poiché "(…) infatti lo stesso è pensare ed essere".
Partendo dall’oggetto del proprio discorso  Parmenide giunge a caratterizzare il modello del proprio argomentare: essere e pensiero sono omologhi e il disvelamento dei caratteri dell’uno coincide con il fondamento dei caratteri dell’altro.
I termini con i quali Parmenide tratteggia l’Essere sono oramai universalmente noti, ma su di un frammento in particolare crediamo sia doveroso soffermarsi nuovamente dove si  afferma, infatti
.....l’uno che è e che non è possibile che non sia,
....l’altra che non è e che è necessario che non sia

Normalmente il passo viene interpretato come la prima formulazione del principio di non contraddizione, che fonda la necessità del discorso logico, differenziandolo da ogni argomentazione di tipo non razionale, ovvero pre-logico, mitico. Se, tuttavia, lo riconduciamo allo sfondo dell’insegnamento orfico, risulta possibile una lettura tendente ad annullare la distanza tra logos e mythos.

La liceità di questa interpretazione si appoggia su due gruppi di testimonianze. Il primo gruppo insiste sull’attributo di pitagorico costantemente riferito a Parmenide: " Quivi nacquero i pitagorici Parmenide e Zenone" e ..." giunsero ad Atene Parmenide e Zenone, maestro il primo, scolaro il secondo, eleati l’uno e l’altro, non solo, ma facenti anche parte della scuola pitagorica" . "Zenone e Parmenide, gli eleati: anche costoro appartengono alla scuola pitagorica" .Stessa scuola di fondo  di ordine della phisis pitagorica esiti diversi  nell'uso della filosofia  come amore per il "logos".


lunedì 31 gennaio 2022


 

Franco Arminio, “una comunità è tale se è attenta al dolore di chi ne fa parte”

LETTERA AGLI STRONZI

 

Cari stronzi,

siete tanti e questo vi dà coraggio.

Girate col cartellino in tasca:

ammonire è il vostro passatempo.

Non avete faccende importanti

nella vostra vita,

date la caccia alle miserie degli altri

per dimenticare le vostre.

Io vi riconosco appena aprite la bocca,

vi sento anche quando non vi vedo,

siete registi falliti, creativi che non hanno mai creato niente, poeti

della cenere, fotografi dello sbadiglio,

militanti della purezza immaginaria.

Il vostro tempo è scaduto,

la fiamma della vostra candela

si allunga perché è alla fine.

Sta per venire il tempo dei silenziosi

dei gentili. Il rancore è un ferro vecchio,

Dio è tornato a farci compagnia,

e noi porteremo sulla punta delle dita

il suo chiarore.

 

 

 

Proprio l’esperienza  paesologica  più che  a una possibile e veritiera ermeneutica  mi ha fatto capire quanto sono differenti i due mondi che la hanno  determinata e  condizionata. Faccio riferimento comunque a quello della cultura tout court  e quello della politica. In altri ambiti più strettamente teoretici  è necessario riconoscere  che  hanno bisogno l’uno dell’altro anche se  operano secondo logiche non sovrapponibili se non in minima parte. Il recupero di un certo “preconcetto o sospetto ” platonico verso la poesia e soprattutto “il linguaggio poetico” come strumento di racconto e analisi della realtà concreta e effettuale in alternativa della “sophia” e della “politeia” è avvenuto proprio nei confronti e dialoghi vissuti  nei “parlamenti comunitari” se pur provvisori e mai prescrittivi. Questa comprensione, accettazione e piacere  è stata un’opera di disincanto che mi ha arricchito non solo a livello personale  ma soprattutto nell’esercizio comunitario della condivisione e il riconoscimento dell’altro da sé . Ne esco più lucido emotivamente  e consapevole anche scientificamente. Oggi ,ad esempio,  sono persuaso  che la lingua della “poiesis” e la lingua di “sophia” non sono di “sorelle nemiche “ ma di “sorelle diverse” e possono incontrarsi  nella “vita activa” , non solo  per comprendersi  ma soprattutto per aprire un dialogo  e una azione comune  nella realtà effettuale materiale e spirituale. I linguaggi diventano “il lievito magro” di qualsiasi esperienza comunitaria che  in genere  nel “sapere” tradizionale divergono condizionando  anche le finalità degli attori. Il “philosofos”  teoretico vuole arrivare alla radicalità e alla nettezza dei concetti, delle opinioni e delle idee e dei loro movimenti, mentre quello “politikes”  smussa gli angoli ,i conflitti e le asperità perché il linguaggio gli serve per operare, per cercare consenso, non solo  per capire e costruire la sua “turris eburnea”  senza porte e finestre. La “poiesis” dal suo canto non ha vocazione elitaria e verticale e prefigura  “saperi arresi” che amano la parola come espressione  delle cose, degli uomini e della natura per rapporti di condivisioni comunitarie autentiche e vere. Le nostre esperienze riflessive e consapevoli nel mondo nel suo complesso e del mondo sociale organizzata dal pensare politico hanno esercitato e esibito impegno politico, e qualche analisi intelligente, fino agli anni Settanta. La grande trasformazione neoliberista ci  ha colti di sorpresa e non l’abbiamo capita per tempo scegliendo di  guardare  come spettatori  “il naufragio” dalle rive del mare  o immergendosi nella tempesta senza i mezzi necessari e le finalità chiare e condivise. Abbiamo rifiutato con leggerezza e superficialità e  rinunciato al pensiero critico e responsabile rifugiandosi semmai, in certi casi, in compiaciuti sofismi, ideologismi retrogradi  e di non avere contrastato l’ingresso del neoliberismo  nella cultura  popolare e  specializzata con sensi di colpa  non richiesti e ritenuti irrilevanti. I cittadini non si riconoscono più in ciò che avviene all’interno delle stanze della politica e neanche  di quelle che si  praticano a tentoni tra  le pieghe della cosiddetta società civile ,pura e incontaminata . Il risultato di questo fenomeno è comunque una crisi della democrazia rappresentativa ( il bambino della famosa acqua sporca) a cui tutti in vario modo abbiamo contribuito  senza neanche il tentativo o la fantasia di  avanzare  proposte alternative nella teoria o nella pratica della esperienza. E intanto la  “politica” continua a prendere decisioni nonostante la mancanza di appoggio, o il disinteresse, dell’elettorato. La diretta conseguenza di tale condizione è il populismo e il sovranismo nostrano e strapaesano ?Il  fallimento del vecchio sistema  di potere politico  lascia un enorme scontento presso strati sempre più larghi delle popolazioni. A questo scontento si dà il nome di “populismo ” e di “antipolitica”, e qualcuno  è portata dalla disaffezione e dalla confusione  a pensare che si possa trattare di esperienze  che possono anche  aiutare o provocare spinte politiche reali che potrebbero aiutare la stessa  democrazia. E’ paradossalmente  vero  che una forma di coinvolgimento  c’è stato e d è ancora  potenzialmente in atto. Tutti i movimenti di protesta e di resistenza che nascono nella società in risposta al peggioramento della qualità della vita indotta dal neoliberismo sono il loro reale e concreto crogiuolo. Oggi spesso  sono spontanei, eterogenei  e scomposti,  e spesso fuori bersaglio. Aspetto importante è  che sono nel complesso minoritari,marginali e inattuali  perché il grosso dello scontento, dell’anomia, si rifugia nella disperazione, nella passività, nell’individualismo proprietario subalterno  di un paese in sviluppo senza progresso complessivo. I partiti sono nel marasma, nel disagio   e nella confusione mentale  senza alcun principio di elaborazione e progetto di  nessuna forma politica alternativa o di  possibile continuità democratica.  Così c’è il rischio che la residua energia politica circolante nella società vada semplicemente sprecata. È evidente che la sfida del presente è re-inventare pensiero, esperienze  e azioni  perché realizzino istituzioni e stili di pensare e soprattutto di vivere  che sappiano tradurre  i conflitti ad armonia sociale e a rapporti umani a  comunitari piuttosto che immunitari.

Mauro Orlando

 


venerdì 26 novembre 2021





 Sembra che affrontare l'opera di ricerca  filosofica  oggi  porti, quasi inevitabilmente, a sentirsi in dovere di avanzare una serie di giustificazioni preliminari; in effetti, se si scorre l'ormai vasta bibliografia di un qualsiasi autore di riferimento , ci si imbatte in studi che, molto spesso, sono introdotti dall'esigenza di dar conto della loro stessa esistenza, un'esistenza che, a rigore, dovrebbe essere resa impossibile da quello che è il loro oggetto di studio.Pensiamo ad un autore intrigante eprofondo di questo nostro fine-iniziosecolo George Bataille verifichiamo  un problema con cui Bataille stesso si è incessantemente confrontato, basti ricordare i diversi interventi dedicati al non-sapere, o l'introduzione a La parte maledetta, nei quali si afferma che questi non avrebbero mai potuto concretizzarsi nella forma positiva di un dire o di una scrittura se l'autore fosse stato coerente con le teorie che vi vengono esposte e che portano verso la dissipazione di ogni possibile sapere e di ogni sua utilizzabilità. Non potendo quindi sottrarci a quest'obbligo, ci sembra efficace farlo richiamando una delle immagini che ricorrono con maggior frequenza nella scrittura batailleana: quella del labirinto. Il confronto con il pensiero di Bataille ci chiede, in effetti, di inoltrarci in un labirinto dove le continue biforcazioni impongono la scelta di tracciare dei percorsi, ma con la consapevolezza che, nella molteplicità dei tracciati possibili, non esiste quello corretto che ci porti all'uscita. Anzi, ciò verso cui siamo portati è, invece, l'incontro, al cuore del labirinto, con quel mostruoso Minotauro che nel pensiero di Bataille assume, di volta in volta, i nomi sempre sfuggenti di non-sapere, sacro, dépense, sovranità, e così via. Qualsiasi sia dunque la linea di lettura adottata si deve essere sempre consapevoli dell'impossibilità di giungere a produrre un'immagine soddisfacente del pensiero batailleano, qualcosa che possa sembrare ad una soluzione dell'enigma di fronte a cui il labirinto ci pone. Tutto ciò perché è questo stesso pensiero ad essere un pensiero dell'impossibilità dell'uscita. E, anzi, inoltrarsi in un tale percorso labirintico sembra portarci verso la progressiva consumazione dell'idea di una possibile soluzione, dell'esistenza di un fuori che si configuri anche come salvezza o, in termini politici, del pensiero di una rivoluzione come redenzione, visto che proprio il ripensamento del concetto e della pratica della rivoluzione emergerà, dalla nostra lettura, come l'esigenza politica da cui è mosso, dall'inizio alla fine, il pensiero di batailleano.Il filo conduttore che abbiamo adottato in questo nostro percorso sarà costituito dal rapporto di Bataille con le scienze sociali, nella convinzione che sia proprio nel costante confronto con questo ambito di studi, al quale egli riconosce una posizione privilegiata rispetto a tutti gli altri settori del sapere, che si viene a delineare la riflessione, e la pratica, batailleana del soggetto inteso come ciò che si colloca, in un movimento ostinatamente reiterato, sempre sul limite di un rovesciamento delle forme dell'utile, del sapere e del potere nelle quali esso è stato assoggettato dall'immagine che la modernità ne ha prodotto facendone il soggetto dell'economia, del sapere e della politica

giovedì 25 novembre 2021


 Care amiche e cari amici, queste poche righe per farvi partecipi di un viaggio che vorrei intraprendere nella solitudine della politica. Una proposta che nasce dalla condizione di “esilio” che sto vivendo ma che immagino possa in una qualche misura riflettere una condizione di crescente estraneità verso una politica incapace di quel cambiamento profondo di pensiero di cui si avverte il bisogno.

Nella fatica di cogliere i segni del tempo come nell’indagare la profondità delle trasformazioni in corso, emerge l’inadeguatezza delle vecchie categorie interpretative, l’effetto degenerativo di un marketing politico che ha trasformato i partiti in macchine elettorali, il venir meno di una dimensione collettiva in grado di leggere i processi sociali e l’incapacità di elaborare nuovi orizzonti di liberazione umana in un mondo che reagisce all’insostenibilità con l’esclusione.

Una solitudine che avverto ancor più profonda nel cercare di sottrarsi alla verticalità di una politica nazionale che riduce il territorio a terminale eterodiretto, frustrandone ogni ricerca e sperimentazione originale, senza comprendere che nell’interdipendenza non ci sono più centri e periferie, ma sguardi insieme territoriali e sovranazionali. E che l’infrastrutturazione politica nazionale è sempre più fuori dal tempo.

Ciò nonostante sono convinto che vi sia un’antropologia politica e forme di “pensiero laterale” che potrebbero costituire una possibile traccia di lavoro alternativa al populismo “dentro e contro” che oggi sembra occupare l’intero scenario politico. Le cui espressioni sono spesso sotto traccia e non fanno notizia, dalle “terre alte” alle istanze della cittadinanza europea e mediterranea, dalla ricerca sociale alla formazione politica, ma che varrebbe la pena raccontare e annodare. Che forse contano poco o nulla nel mercato politico/mediatico ma è proprio da questa solitudine che forse occorre ripartire.

Non si parte mai da zero, ma nel passaggio “fra il non più e il non ancora” lo scarto di pensiero richiede radicalità, come avvenne in matematica con l’introduzione dello sifr, lo zero arabo. Uno sguardo nuovo, capace di strabismo (e dunque di profondità), una ricerca disposta alla curiosità, al sincretismo e alla meraviglia. E proprio “sifr” sarà il nome del blog che di questo viaggio curerà il racconto.

Un viaggio è un viaggio. Servisse anche soltanto a sentirsi meno soli, ad operare una ricognizione di quello che la politica nazionale non sa e non vuole osservare nei territori di questa nostra porzione di Europa, penso ne varrebbe comunque la pena.
A proposito di solitudine, questo viaggio lo vorrei compiere insieme a voi.

mercoledì 24 novembre 2021


 ex  captivitate salus

Covid 19 e  "stato di eccezione" politico.

di mauro orlando


Quello di "stato di eccezione" è uno dei concetti chiave nella dottrina politica di Carl Schmitt. Partendo da concetti primordiali come terra, mare, amico, nemico, Schmitt giunge a teorizzare la differenza tra "legalità" e "legittimità", e quindi a correlare strettamente la sovranità con la possibilità di decidere sullo stato di eccezioneDa alcuni punti di vista lo stato di eccezione si contrappone allo stato di diritto, perché si configura come una situazione in cui il diritto è sospeso. D'altro canto esso tende a situarsi in una posizione intermedia tra lo stato di natura e lo stato di diritto, assumendo un aspetto pre-giuridico.Questa situazione in cui il potere costituito sospende il diritto è sotto certi aspetti speculare al diritto di resistenza altra situazione in cui legalità e legittimità si differenziano, però a favore del popolo e non del potere costituito.Lo Stato d'eccezione si configura come soggetto politico che deve avere e pretendere per sé il controllo totale di ogni ambito della società  in un periodo che può essere di grave o irrisolvibile crisi economica, in un periodo di ricostruzione postguerra  o in casa di calamità fisica o sanitaria .Nella storia con lo Stato che Schmitt vedrà realizzato nel Terzo Reich.. Lo Stato d'eccezione, definibile anche come "Stato totale per energia", si contrappone perciò allo "Stato totale per debolezza", come Schmitt definiva lo Stato creato dal compromesso liberal-democratico, ritenuto incapace di decisione politica e di sovranità, per quanto si occupi di ogni ambito della società.Lo "Stato totale per energia", secondo Schmitt, deve basarsi su tre punti: Popolo (diviso per ordine razziale); Partito (manifestazione dell'energia politica vitale del popolo appartenente a quello Stato); Stato (ambito formale in cui si dà l'ordine concreto)....Quanto oggi nel  attuale "nostro stato  di eccezione" per motivi medico-sanitario da Covid 19  si possa applicare questo schema  dottrinario alla nostra situazione concreta ...è tutto da definire  e contrastare ....

lunedì 22 novembre 2021

pensare alla Edda  nel terrazzo a santa maria  di Castellabate  è come  una ricerca  del  principio di tutte le cose  per  i Grec del V sec avanti ch.