martedì 9 ottobre 2018


Teniamo bene a mente questa immagine: una casa, nel margine della campagna , è il luogo dove l’homo sapiens ....agricoltore e cacciatore ha trovato dimora......per vivere una vita autentica agli inizi della sua avventura umana e divina assieme.

Ritornare a questo isolamento activo e a questo silenzio pensante fu il primo passo di Heidegger fuori dall’esilio intellettuale nel quale si era, giustamente, rinchiuso....dopo essere stato travolto dallo stesso suo pensiero politico deviato in ideologia.E allora la casa isolata nella "radura" della selva nera diventa la casa della "parola" autentica "...."Nessuna cosa è dove la parola manca"
L'uomo occidentale dopo il disastro del 900 sceglie di tornare in campagna.... vagabondo nella foresta, dopo tanto incespicare nell’oscurità della "Tecnica" omologante e deviante .Ritorna nella "periferia del mondo " , nella radura e trova una rifugio in cui sostare.....pensare ....ritornare a vivere prendendosi in "cura" sè stesso e ristabilendo un rapporto non di potere con gli altri . La sua dimora è questo linguaggio, del quale non è il padrone: in questa radura, l’uomo non possiede nulla. È solo il custode. Heidegger dice: l’uomo è il pastore dell’Essere. E suo unico compito è custodire questa casa nell’attesa che torni il vero proprietario.L'uomo autentico con un rapporto autentico con sè stesso e con la "terra" che lo ospita.Ripartendo dal recupero del "linguaggio" non della filosofia, della metafisica o della teologia ortodossa ma della "poesia" la lingua dell'essere e non degli enti.
L' essere autentico che si manifesta dentro il linguaggio poetico , nella bocca dell’essere umano, sulla carta delle sue infinite biblioteche.Solo i "poeti" oggi sanno rivivere nell'isolamento e silenzio di una "casa" nella "radura-campagna"dove sentono la presenza viva dell'Essere lontano dalle "bibbie" dai canti tribali e maschere e talismani colorati, o nel grande dispiego di apparecchi scientifici e tecnologici, 
Ἀλήθεια! Questa è la verità: ἀ–λήθής, ovvero non (più) nascosto. Verità è lo svelamento quotidiano e mutevole dell’Essere che infine, da occulto che era, si rivela dentro il nostro linguaggio umano. E quindi l’attesa è finita? Non ancora: verità è lo svelamento dell’Essere che continua ad apparire in lontananza, che si intravede nel folto della foresta,nelle periferie, nelle campagne, nei piccoli paesi abbandonati degli appennini dove si nacsonde "la vita autentica" lontano dai "non luoghi metropolitani" dove "il silenzio è vuoto" e la "solitudine ...depressiva".....dove "uno straniero è un nemico" e non un ospite o un visitatore benvenuto. Ma l'Essere siamo anche "noi" che non ci limitiamo subito a celebrare e anticipare il suo avvento....creando templi , altari o chiese.Non aspettiamo una sua "rivelazione" ma la costruiamo giorno dopo giorno in "noi" e in comunitrà con gli "altri". Ma il nostro essere non è sopra nessun "monte" e non è ancora arrivato.....ma arriva continuamente e poi va " a vivere" e a volte si "nasconde" perchè "l'Essere ama nascondersi " (Parmenide) per essere continuamente "svelato" (aletheia" dall'uomo sapiens ed activo. Perché ci sia rivelazione è necessario l’occulto, il mistero, la fede come pensare profondo: l’Essere sive natura provvede anche a questo, annunciando il suo arrivo e restando nascosto. E' il compito autentico del pensare e vivere dell'uomo avvicinarsi autonomamente all'Essere non in modo definitivo ed eteronomo ma provvisorio e eterno. L’Essere non della filosofia o della metafisica nella la staticità assoluta della verità metafisica (il vassoio) – è piuttosto il continuo svelamento che, di volta in volta, storicamente, si dà e si nega alla comprensione umana. Accade, come un evento, dentro il linguaggio, e produce la sua sola verità: l’Essere che non è ancora tornato a casa.....ma è in viaggio e ci parla con "il canto e la poesia" non con i "concetti e le idee".

lunedì 8 ottobre 2018


Riace : un'occasione di rivitalizzazione e compassione.
di mauro orlando


Una delle benefiche conseguenze della postmodernità è il processo che ha visto imputata la ragione occidentale, costretta a un’autoanalisi critica e relativizzante dei suoi fondamenti e rilettura storica del suo tragico e ricco Novecento. La compressione spazio-temporale operata dalla globalizzazione degli ultimi decenni del "secolo breve"ha significato per tutto l’Occidente un processo inedito di avvicinamento di mondi lontani e di costrizione alla convivenza con altre culture e forme di razionalità prima ignorate.L'italia per la sua esposizione geografica come cerniera con l'Africa tutta e la sua centripeta posizione culturale e religiosa ne è stata coinvolta nel bene e nel male che ogni fenomeno di tale portata tracsina con sè come un fiume in piena che rompe argini e territori non protetti.Oggi che l’altro, il lontano, non è più facilmente eludibile, la negoziazione tra valori spesso considerati diseguali prorompe sulla scena. Lo vediamo non solo nelle turbolenze interne,nelle incomprensioni tra umori ,paure e idee ma anche sull’altra sponda mediterranea..... strozzata da una "modernità disegualee incivile".Riace cosa vuole rappresentare nel suo aspetto simbolico, utopistico, reale in questa situazione complessa, conflittuale e ricca di opportunità o di misfatti umanitari al limite del genocidio naturale e politico.Anche per noi nati nel mito e nella scelta consapevole del "progresso" dall'Illuminismo in poi è tempo di scelte dolorose ma radicali.Tertium non datur .....accoglienza o rifiuto.
Installarsi non ingenuamente in un orizzonte multiculturale significa disfarsi dell’ideologia dell’equidistanza, accogliere col beneficio del dubbio ogni pensiero della comunicazione simmetrica. Intavolare discussioni alla pari; postulare veli dell’ignoranza à la Rawls per riprodurre il terreno della razionalità universale, è una strategia non sempre attuabile. Il rischio è che i tavoli siano sbilenchi, i veli fin troppo sottili, che dietro tali artifizi del dialogo si mascheri il dominio di una sottaciuta rigidità, un universalismo tanto piú etnocentrico quanto piú ambizioso nell’ergersi a paradigma “non negoziabile”.
Invece pluralismo significa anzitutto riconoscimento di asimmetria, differenza, conflitto, opacità irriducibili. Qui la condizione, qui anche la sfida. La reductio delle differenze non è detto che sia operazione utile e feconda.In particolare per gli uomini del mediterraneo nostrano e del sud dei sud dell''Europa fredda ,la voce del pensiero “mediterraneo” ha la necessità naturale e scelta culturale di considerare tutto questo risorse irrinunciabili per la nostra vita civile, emotiva e culturale oltre che politica . La nostra terra meridiana è stata ed è crocevia di svariate culture, da sempre luogo di incontro/scontro tra civiltà, il mare nostrum che collega Europa a Paesi arabi e mediorientali ed è di fatto il laboratorio ideale per situarsi nel nuovo spazio di gioco inaugurato dalla contemporaneità.E' quindi un obbligo morale e politico e salvezza intellettuale essere con "Riace" è la sua "bella utopia"in via di realizzazione anche accettando tutti gli scogli malevoli e pigri che il pensiero corto della politica politicante mette in campo per esprimere la propria pochezza umanitaria e la volgarità delle proprie argomentazioni etnofobiche e razziste.

lunedì 24 settembre 2018

Una stanchezza che cura


Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, euro 7), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.

Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.

Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.

Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione.  Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.

Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.

Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.

Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.

Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere untra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.

Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.

Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.

venerdì 21 settembre 2018



Nel nostro specifico anche una lettura letteraria e poetica di “un sapere arreso” ha la forza di indicarci un viaggio possibile per la “cura “ di sé e degli altri soprattutto come esperienza esistenziale che si fa pratica sociale e vita activa politica.Tutto ciò in una predilezione ad esporsi e senza nessuna pretesa pedagogica ed educativa.Per fare ciò dobbiamo recuperare in pieno il significato autentico e profondo di questa “esperienza” rovesciata al proprio esterno come impegno o al proprio interno come piacere estetico di "uno sguardo che sa ammirare". Un naturale ritorno interioriore ,(rede in te ipsum di Agostino) non esclude la scelta razionale che guarda suo “fuori …comunitario”. Ecco allora perché spesso abbiamo associato la nostra “esperienza comunitaria” all’idea di traversata o di viaggio…..ma di un viaggio identitario senza meta e senza ritorno nel senso “povero” inteso da Benjamin non come “privazione” dell’esperienza ma come esperienza “della privazione e come privazione” tout court.Consapevoli,però, che l’esperienza stessa porta il soggetto fuori di sé e la depriva di ogni “soggettività” leggera o pesante che sia.“Rimettere in questione il soggetto- spiega Foucault- significa sperimentare qualcosa che sbocca nella sua distruzione reale, nella sua dissociazione, nella sua esplosione, nel suo capovolgimento in tutt’altra cosa”. Può essere difficile e doloroso per le nostre inossidabili e comode convinzioni ma resta l’unica strada per poter costruire “Comunità libere ed aperte” e non “enclaves identitari e autoritari” e sopratutto non invischiarsi affascinati in una “microfisica dei poteri” come puro esercizio egoistico, retorico o sofistico.Non può esservi nessuna forma di conoscenza e di sapere senza una comunità di riferimento né esperienza interiore e personale senza la comunità di quanti la vivono e……..la conseguente esternazione o “comunicazione è qualcosa che non viene affatto ad aggiungersi alla realtà umana, bensì la costituisce” (Bataille)Bisogna ricreare un luogo e un clima di “tensione contraddittoria” fatta insieme di fascino e di sfida, di identificazione e rifiuto,di paradossali equivoci e palesi fraintendimenti, di diversità e amicizia , di generosità e dono……di sogno e realtà . Perché ci sia “comunità” non è sufficiente che l’io si apre ,si perda o si dona all’altro ma la nostra fuoriuscita si determini mediante un “contagio” rompendo tutte le forme di “immunitas” coinvolgendo tutti i singoli membri della comunità e la comunità nel suo insieme. Intaccare l’isolamento e le solitudini che non si possono attenuare socialmente o chimicamente ma soltanto colla condivisione….. “cum-dividere”... "cum -munus".Dopo Hobbes ci siamo garantititi dalla paura e scelto il diritto di sopravvivenza individuale con una sorta di “immunizzazione” (Stato) volta a garantire la sopravvivenza individuale imponendoci una restrizione o eliminazione del senso naturale di Comunità umana non coincidente con lo Stato come una sorta di “protesi artificiale”. Cosa sia ad ora una "comunità provvisoria" nessuno può dire con chiarezza e determinazione…..è inattuale e aspaziale per cultura ma nello stesso tempo ha un luogo e un tempo …vive di orizzonti mutevoli e irreali al limite del miraggio ma tutto ciò non è un buon motivo per abbassare lo sguardo sui nostri piedi e affogare nel quotidiano,nel luogo comune e nelle abitudini ma pretendere alzarlo anche se non troppo in alto “al di là del cielo stellato sopra di noi” e neanche solo "nel mondo morale dentro di noi".Siamo non a caso “irpini” appenninici ....uomini con orizzonti verticali leggeri e abbiamo ingaggiato una sfida per ricreare un “umanesimo degli appennini” come orizzonte specifico e non assoluto del nostro viaggio mentale e pratico.mauro orlando

giovedì 20 settembre 2018

il " canto" è la lingua degli uomini prima della " parola" e prima del canto degli uomini agli uomini...il canto era " preghiera...domanda...dubbiio....amore" al Dio che si sentiva non solo Signore ma creatore del cielo e della terra...suor maria donna canta la sua preghiera nan al Padre ma alla Madre perchè conosce le sue qualità femminili e non canta ma prega come sanno fare in modo naturale ancora oggi gli " uomini di fede"...un canto che non è pura tecnica vocale e musicale che buca l' indifferenza....magicamente armonizza la lontonanza e la prossimita del " deus sive natura" di Spinoza che ancora risente della pesantezza del " logos" con la sua vocazione di " legare" lo stesso Dio col rischio di farne un " idolo" senza dubbio e sospetto con un sapere umano sistematico e assoluto.Oggi solo la lingua della " poesia" può darci un idea della magia del canto come preghiera ....la prima vocazione e possibilità dell' homo non ancora sapiens....di comunicare con l' universo Tutto che abbiamo nominato " Dio".

martedì 18 settembre 2018


Leggere malinconie
col vestito.della festa
carezzano il mio cuore tra nebbie grigie
dell' inverno del nostro scontento
ricordo di sorrisi adolescenti
e storie affetti e amori incoffessati
che restavano al palo del non detto
oggi....
di notte ricomincio il sogno
iniziato l' altra notte
con carezze leggere di vecchio
tra chiaroscuri tragici
nelle foreste dei sogni freudiani
senza desideri e passione
e continuiaml a ridere di niente
solo di.gioventù in festa...
un sorriso accanto
che guardava altrove
ma mi bastava...
un attimo
insidie dei sogni dei vecchi…
con demoni irriverenti….maghi e streghe
….versano ambròsii velenosi
nelle coppe piene di desideri repressi
tra canti e danze di giovani ninfe
nelle ebbrezze dei cortei di Dioniso
e Apollo Dio dell'ordine vitale
sghignazza beffardo
le rughe che non sanno invecchiare
trasformando
in dolore i ricordi velati di misteri..
languide e dolci vertigini della sera
dello spirito che si addormenta sereno 
tra i piaceri di un sogno vissuto….
in altri meravigliosi e tempestosi tempi….

mercoledì 12 settembre 2018


"……E subito riprendo
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare"

il penultimo viaggio...
di mauro orlando

“Troppo da dire, e oggi non ne ho la forza….”. nell’aria  c’è il segno che la mia generazione  finisce. In questi ultimi tempi  avevo scelto di essere  “ un pensatore dell’avvenimento …non dell’attimo fuggente “. Una  differenza sempre nomade, anarchica e in eccesso, la folgorazione prodotta  da una parola, da due occhi di donna….una carezza non richiesta  e  ….si apriva la possibilità di un nuovo pensiero , una curiosità …un filo di nuove Arianne . Avevo maestri “genealogisti nietzschiano”…”adoratori heideggeriani”….”delusi   felici”.nelle  refrattarietà e diffidenze spesso mostrate dalla filosofia accademica, in particolare italiana, che invece di approfittare di quella “perversione del buon senso” inaugurata da “pensatori di riporto” che arrivavano dalla Francia :Deluze, Guattari, Foucault.... ha preferito in molti casi adoperarne la lezione come un quadro eccentrico e difficilmente sistemabile. I contributi disseminati e inaggirabili al pensiero di Spinoza, Leibniz, Kant, Nietzsche, Freud, Bergson, tra gli altri, corrispondono a una pratica da coltivare ancora con convinzione e generosità.Abbiamo con fatica trovato risposte sempre provvisorie  alle tante domande inevase  nei “labirinti illogici” del Novecento.Abbiamo scelto   non “la fuga e il suo elogio” dichiarandoci  “innocenti fino a prova contraria”  o  “i meno colpevoli” per il fatto di fare filosofia, come “vita activa” perché lo spazio frequentato è stato della massima ampiezza e occasione  di banalizzazione  e perdita. Dalla scienza al cinema e la letteratura, dalla psicoanalisi all’arte, la dirompenza  di un pensiero leggero …liquido  al massimo ci costringeva  a un ripensamento e a un’invenzione …per prova ed errori …di alcune categorie critiche con continui “ tagli” nella storia delle idee.Gli anni ’80  come residui ideologici dei “magnifici anni ‘70’ oltre la molteplicità sovversiva negli anni feroci e vitali dei movimenti, lo schizo e la macchina desiderante, e ancora il divenire stesso di «corpi senza organi», si puntellano di deterritorializzazioni e paradossi cercando  ossessivamente “una logica del senso”  come possibile risposta  allo scardinamento stesso della dialettica formale  e materiale  per assumere nuove coppie concettuali, radicali forme di rovesciamento simultaneo del senso comune. E restava sempre inevasa  la domanda “Che cos’è la filosofia?”  avendo anche esaurito la domanda “a cosa serve la filosofia ?”.  La filosofia  infatti  come “l’arte di formare, di inventare, di fabbricare concetti”  non bastava neanche se  le risposte si limitassero ad accogliere la domanda; era necessario anche che essa stabilisse un’ora, un’occasione, le circostanze, i paesaggi e i personaggi, le condizioni e le incognite della questione”. Alla fine  risultava sempre  un po’ stravagante porsi un quesito simile dopo anni di pratica filosofica  e arrivare alla conclusione  che che questo “mestiere  del pensare” poteva essere utile  solo quando la vecchiaia dona non un’eterna giovinezza ma al contrario “una libertà sovrana”, quando cioè si manifesta lo stato di grazia tra la vita e la morte.E alla fine …stravaganza delle stravaganze …. Abbiamo cominciato anche il “gioco” del “penultimo”  per non affrontare  il gioco dell’ “ultimo”  reale  che ci incalzava con “i suoi occhi cattivi”  e non riuscivamo neanche  a  richiedere una “ultima partita a scacchi” nelle fredde notti nordiche  di Bergman  o delle “poesie sapienziali “  sugli “inizi”  troppo lontani nel tempo che si stava esaurendo . E allora accettare  la realtà  tragica  di Edipo a Colono  con lo stato d’animo dell’Épuisè-esausto  che non è la fuga,la rinuncia, l’ipostasi e quant’altro. Una postura  per “Il viaggio finale” non ultimo in cui tempo e spazio si creano, si contraggono e si erodono.Una stanchezza di vivere …in cui l’esausto non può più realizzare ma  possibilizzare. Non una nuova maschera  ma una figura dell’esausto come ulteriore trama, affettiva e di significati, per un protagonismo   con un’andatura simile a una minuziosa macchina desiderante  in cui “tutto si divide, ma in se stesso”.E’ nell’esausto, in questa forma in cui ad esaurirsi non sono solo le forze ma il possibile, che si attraversa la penultima sovversione, quella per cui le idee, le cose, le immagini, non smettono di estenuarsi. Per arrivare ai corpi, alla chiusura di ogni immaginazione del possibile che è la propria morte. Si è stati stanchi di qualcosa, oggi invece,  è il presente a raccontarci che si è esausti di niente. Come durante una notte insonne, quando “le due mani e la testa fanno un mucchietto” per dire che forse non va bene eppure si resta così, insopportabilmente seduti “a spiare il colpo che ci raddrizzerà per l’ultima volta e ci stenderà per sempre”….come un personaggio di Samuel Beckett nel “penultimo spettacolo” della propria vita  nel reale…..
mauro orlando

governare il futuro
nei sottoscala della fantasia
nei rovesci della vita
solo e in disparte
a discorrer di misteri...di paure
di dolci malinconie…leggere
niente speranze...niente utopie
il pugno chiuso nella tasca
una domanda
chi sei
due riga di risposta
zoòn ....èkon legon
niente più comizi
cortei colorati di sogni
oggi...
meridiane malizie
coi lupi delle controre irpine
Palomar
a contare le increspature marine
Titiro che balla
intorno a un filo d’erba
il vecchio pazzo
che si crede me
con le mani conficcate nella terra
a giocare con le formiche
ostruendone ĺa strada
con un piccolo sasso
metis umana e voglia d'esser Dio
e disegnar destini…
e sentieri interrotti
a code percettive di formiche
e a noiosi canti di cicale
oggi...io
... sussurro un controcanto
di parole inerti... pigre e inoperose
in gara nel ciel in mille giri
....una melassa di parole
incolore..inodore ...insapore
della biforcuta e fredda lingua di sofia
sorella nemica della poesia…


venerdì 18 maggio 2018


“Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non devi sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello che il paese è. Non devi fare altro”.Franco Arminio,appunti di “paesologia” 


 La questione di base è come abitare la terra. E l’analisi del “come”, della “terra” e delle “abitare” è quanto c’è di più interessante e impegnarsi in un lavoro anche teorico o filosofico oltre che un approccio esistenziale o politico .. La radice di abitare è quella del verbo avere. Avere la terra. Possedere la terra. Dominare la terra. Padroneggiare la terra. Controllare la terra. Tenere la terra. Prendere la terra. Occupare la terra. Appropriarsi della terra. Ognuno s’accorge di questo. Di fatto bisogna riconoscere che l’ordine sociale espelle la natura in cui esso originariamente si è costituito. Il trionfo dell’artificio e della tecnica può coincidere con il dominio quasi assoluto dell’intelligenza meccanizzata sugli enti intramondani,uomini,natura e cose? La filosofia e il pensiero umano o la politica come agire umano hanno ancora il compito precipuo di espandersi nel tempo e nello spazio che agiscono sulla terra? La contemporaneità con gli inevitabili strascici del moderno e la tirannia del postmoderno tecnologico con gli echi mai sopiti del classico ci impone un orizzonte del pensiero,dove gli strumenti della ragione sono coniugati assieme quelli della passione. Perchè come ricorda la poetessa Marina Cveteva, “ Il pensiero è una freccia. Il sentimento –un cerchio”. Queste solo alcune delle domande che l’importante primo incontro sulla “paesologia” che si terrà il 9 gennaio per l’intera giornata nel Castello d’Aquino di Grottaminarda organizzato dalla “Comunità provvisoria”.Una idea e non solo nata dalle intuizioni , dagli scritti e dagli impegni del poeta Franco Arminio per poterci predisporre a vivere e pensare una esperienza originale e autentica di irpini stanziali e della diaspora nel nostro possibile rapporto con il nostro territorio e non solo. Un percorso rivolto alle persone disponibili a giocare la loro personale vita mentale e concreta nella possibile declinazione di due categorie apparentemente contrastanti ,locale e globale che tanto ci inquietano e ci disorientano. Ognuno di noi partendo dal proprio sapere e dalle proprie competenze ha l’obbligo intellettuale di delineare non solo la grammatica e il lessico rinnovato per una possibile nuova esperienza culturale ma assieme sentire la necessità di ristabilire un rapporto di tipo nuovo con una realtà meridionale sociologicamente e psicologicamente immutata in un contesto di modernizzazione “con sviluppo e senza progresso” e una mondializzazione non solo economica ma soprattutto antropologica. La “paesologia” come intuizione da definire e sviluppare potrebbe essere uno strumento conoscitivo originale e nuovo. Una persona che ha intenzione di continuare a vivere e pensare un territorio del sud ha la necessità di rivendicare alla base della sua ricerca di funzionalità intellettuale e esistenziale non solo retaggi e ricchezze culturali pregresse in modo consolatorio o di orgoglio identitario.Oggi bisogna rivendicare la categoria della “marginalità” e “fragilità”come capacità e possibilità di autenticità e originalità di stare e vivere contemporaneamente il mondo nel suo piccolo e nel suo grande. Si può vivere non con il vecchio schema della schizofrenia o delle “lamentationes” una bella esperienza emotiva e culturale a Castelbaronia e il giorno dopo visitare una importante mostra alla Tate Gallery di Londra e una settimana dopo partecipare ad un convegno a Bombay sulle nuove tecnologie informatiche e il futuro delle economia mondiale e non solo in internet .Lo spazio concettuale libero e liquido tra centro-margine-periferia si è aperto incondizionatamente e ci permette di verificare nei fatti e non solo nella volontà le idee ma soprattutto la nostra disponibilità e capacità di attivare volontà e strumenti per condividere “comunitariamente” anche le nostre individuali solitudini, introversioni, umori caldi e freddi, inquietudini e sogni .Non in una sorta di sopravvalutazione con ‘sovrappesi’ culturali e professionali di sé stessi che ci costringe a costruire muri e barriere intolleranti non solo psicologiche per rifiutare o accettare gli ‘altri’. Sapendo che stare insieme può essere anche una sofferenza ,un esercizio faticoso di ridurre frammentazioni e chiusure e alleggerire pesantezze conoscitive e rigidità dottrinarie .Per iniziare questo nuovo viaggio di prospettiva necessita anche un viaggio nelle nostre storie mentali costruite su un eccesso di sviluppo accumulativi di saperi e un eccesso di ‘criticismo’ sedimentato o ossifificato nelle nostre diaspore migratorie. “Siamo emigrati male e spesso ritorniamo peggio”. Ci siamo costruiti intellettualmente e professionalmente con una idea di acculturazione e sapere come possibile strumento per acquisire potere e riscatto su un diffidenza e non fiducia verso gli altri in termini sociali e politico. Cultura e sapere non è acquisire potere ma proprio una possibile possibilità di depotenziamento del potere e del sapere stesso. Con una tale idea di acquisizione di conoscenze,abilità, sapere come strumento di possibili poteri e riscatti anche la categoria economica e sociale di ‘disoccupazione’ nei piccoli e grandi paesi dei “sud e del nord “ del mondo può acquisire slancio progressivo e ideativo e riscatto individuale nella propria vita mentale e politica nei luoghi che ci è dato vivere hic et nunc. Dato per acquisito che la politica politicista oggi non più produttrice di “ragionamenti” o di ceto politico riscattato socialmente ,va dunque sempre sospettata e criticata nella sua rigidità e illiberalità costitutiva e istituzionale. Ma soprattutto perché per la nostra prospettiva “progettuale” ,educa a coltivare pensieri corti e relazioni corte. Abbiamo la necessità per motivi conoscitivi, esistenziali e politici di ricostruire una “società civile” di nuovo conio e funzione non seguendo i canoni e le categorie politologiche classiche e moderne che la mettono necessariamente e unicamente in una sorta di separatezza e superiorità solo concettuale con la “società politica”. La differenza tra società civile e società politica è che una obbliga a pensieri lunghi e di prospettiva la seconda educa a pensieri corti e regressivi ingessati nelle istituzioni. Noi abbiamo bisogno di mettere in campo con modestia e presunzione “pensieri e relazioni lunghe sapendo però che vivere insieme agli altri e confrontarsi non è mai stato perfetto,idilliaco,edenico. Bisogna diffidare chi ci ripropone “paradisi perduti” e chi ci lusinga con utopie di comunità utopiche e mitiche. Bisogna accettare le complessità e difficoltà nei possibili spazi di amori ,di sogni, di odi,di controversie, di rancori, di rimorsi , sempre disposti al rischio ma con “gesti eroici”ed autentici anche di intelligenze confuse ,provvisorie o smarrite mai dogmatiche e prescrittive. Massima vitalità anche in possibili massime disperazioni. Mauro Orlando
https://youtu.be/rEGOihjqO9w

lunedì 16 aprile 2018


“ la poesia ti segna e ti rivela con la luce degli occhi ,del cuore , delle orecchie e della mente”.... cerco la poesia come un’ amicizia…
 di mauro orlando 
...... un amico (philos)è una poesia (poiesis) ....non è un dato di fatto e un stato definitivo e immodificabile ….non è uno stato d’ animo...un genere.. forma o evento d’ arte espressivo e comunicativo ...una modalità di vivere...una virtù etica…o teologale…..una attività conoscitiva….una pratica politica…. e allora bisogna accordarsi su che cosa si intende parlare di ...poesia della vita o della poesia toutcourt. Cercare la “ poesia” della esistenza umana ...delle cose naturali e meccaniche...delle persone ...del mondo e dell’ universo ….è stato l’ assillo di tutte le forme e eventi di sapienza dell’ homo sapiens sapiens.Un viaggio avventuroso del pensiero e dell’ azione a individuare questo “ quid” intrigante ed emotivo che ci coinvolge con un testo letterario o una situazione emotiva estatica o felice.Estasi e felicità come esperienza di concordia discors in un mondo bipolare e dicotomico.Eudaimonia...ordine dei demoni interiori e esteriori….empatia...condivisione...commozione...consolazione...comunione. Uscire da noi stessi per rientrarci riconosciuti e riconoscenti….coniugando unicità e diversità...separazione e incontro….amicizia ...amore ...attenzione e cura di sè...degli uomini ...delle cose.Cerco “ poesia” nascosta nelle parole ...lo spirito nei corpi...la gioia armoniosa della solitudine….il piacere dell’ altro….la armonia nella comunità…il calore inebriante di un atto erotico...acqua sorgiva dalla roccia del quotidiano duro….svelamento del poetico dello straordinario...del nascosto...del divino….che evapora dopo l'ebbrezza iniziale e provvisoria...in estasi ed alienazione….il vedere il profondo unificante per chi cerca con attenzione….la magia di sentire assieme esistenza e felicità...unificazione armonica sentimentale della “ dunamis” interiore a quelle esteriori...spirito e carne..l’io...gli altri e il mondo ..in una “ discordia concors”....non un Eden o Utopia alle nostre spalle o come inizio o fine….in cui proiettare quello che ci manca ma vivere profondamente con piacere quello che abbiamo o che incontriamo ...nel leggere un bel libro...passeggiare in un bel paesaggio….ascoltare una bella melodia...vivere attimi di amore fisico e spirituale...quando racconto una favola o una storia...bagno i piedi tra sabbia e risacca...le poche volte che prego….le molte che bevo un buon vino...una birra fresca d’estate...uno spritz campari con olive e patatine….tutte le volte che dico e mi sento dire “ amore”....sono " attimi fuggenti" ..."carpe diem"..."raggio verde"....che io chiamo "poesia"....la dignità di un " guerriero indiano"

martedì 10 aprile 2018


...un dolce e affettuoso commiato dai miei appennini... ....

.Chi l’avrebbe mai detto o immaginato che in questi tempi di tristezza e deriva politica il pericolo più insidioso alla democrazia della mia anima e delle piccole comunità potesse venire da un pensiero troppo innamorato di sé stesso e ancora una volta impaurito dalla poesia quando si chiude in sé stessa e non osa puntare più il dito verso di noi.Qualche amico/a sensibile ed intelligente mi ha scritto che l’agonia della nostra società non va misurata a partire dall’esibizionismo banale,dalle performances superficiali di tutto ciò che oggi si dice “cultura” e viene richiesta come "cultura".Io sto assistendo con sofferenza ad una crescita quantitativa anche di un “sublime” diffuso e massificato che nel fare arte, poesia,...rischia di finire nello spettacolo..La comunicazione eccessiva ,trasversale se pur politicamente corretta....viene travolta dal fiume in piena con detriti e rifiuti che vengoino da altre fonti e .....si adgua al comune che in questi ultimi tempi riesce ad imprigliare il nostro “io” in un autismo privato deluso, empirico,infelice, solitario y final per evitare una rimozione oil sopravvenire di un autismo corale di un territorio appennninico e meridiano.... violentato e emarginato..... Paradossalmente cerchiamo con le nostre esperienze comunitarie di sottolineare la denuncia di “nuove invasioni barbariche “ mediatiche o di "arcana imperi" finanziari e contemporaneamente non ci basta più una difesa accorata e profonda della "lingua poetica" salvifica e ammettere il generale crollo della poesia nell’epoca della sua ossessione ed esposizione tecnica ..... in cui la stessa poesia si fa edonistica ed espressionista con indifferenza al profondo o con eccessiva esposizione al mercato e evita di omologarsi ad un mondo istupidito e superficiale....chiudendosi in piccoli paradisi lirici e terresti Mai come oggi esiste un aumento demografico di poeti e di antologie. E’ una sorta di isteria nazionale che qualcuno ha chiamato ”autarchia creativa del sublime” a cui viene dato o la libertà di sovraesporsi o di relegarsi in regime di innocenza o narcisismo territoriale, storico e politico come una specie in via di estinzione o che dia voce ad una malinconia collettiva o autismo corale che rimargina ( cioè esalta e falsifica) lo sbandamento di una comunità che non c’è più o che non ci mai stata se non nella mente di Platone ,Rousseau o peggio Marx.....di cui abbiamo avuto una vita intera per materializzare le loro "utopie" scavalcati dalla necessità di adeguarsi al fiume della Storia anche quando trasposrtava scorie, detriti e qualche fiore reciso con violenza.....ho bisogno di tanto silenzio e di riascoltare il tempo dolce eleggero del mio respiro! 
 mauro orlando

venerdì 9 febbraio 2018


esiste un legame tra linguaggio filososofico come "lògos" e lingua della "poièsis":

 nel pensiero greco,prima di Platone ed Aristotele.... la nascita della filosofia è stata una sorta di “secessione” dalla poesia..... la pratica poetica era la culla della tradizione greca...i cosidetti presocratici scrivevano con la lingua della poesia .... la filosofia nasce come rottura dall’interno di questa secessione in quanto intende monopolizzare il discorso della verità. È un rapporto di conflittualità-polemos non tra estranei....tra diversi con le stesse intenzioni di "smascherare" il mondo delle finzioni e "svelare" il senso del nascosto di ogni verità ....i discorsi sono estremamente prossimi, vicini tra loro, a patto che contendersi un’egemonia nel discorso pubblico non sia autoreferenziale e escludente l'altro: è un conflitto intorno al regime della verità...uno quello filosofico con propensione ad ingessarlo col "lògos" l'altro...quello poetico con un testardo attardarsi nella lingua come "cuore e anima " delle cose dette o cantate....e allora :quale di questi discorsi abbia il diritto di esercitare un dominio nell’ambito del vero...del buono ...del bello ...del giusto...questo è il problema ! 
mauro orlando

sabato 3 febbraio 2018


per un vecchio amico ...professore di latino e greco....
di mauro orlando

.......in un piccolo paese come Santa Maria di Castellabate…...vivi e respiri il bello al suo meglio di luce...colore...sapori...profumi ....parole...sentimenti...passioni ed anche dolore e sofferenze dell' anima....ho conosciuto anni fa un vecchio professore di latino e greco ....mi parlava con incanto amoroso di Virgilo ..il mantovano e dell' “otium” poetico di "Titire ...recubans sub tegmine fagi et modularis avena"…suonare il suo aulo all’ombra di un faggio…. suo sogno di un nord padano georgico e bucolico ...io gli parlavo di Catullo…mio dirimpettaio a Desenzano del garda e della sua cara " poene insularum Sirmio..insularumque ocelle"….. la bellezza del suo “buen retiro” e il suo amore complicato tra un “amo et arceo” per la bella e leggera Lesbia...mi raccontava dello stupore di sapere che a punta Licosa si è consumato l’amore non corrisposto e il racconto mitico di un amore dolorante lirico della sirena Leucosia ....abbandonata da Odusseus ...lo scaltro eroe di passaggio nel “ greco mare in cui nacque Venere” nelle antica terra del Cilento mediterraneo e il ricordo archeologico della “porta aurea” attraversata dal carro della filosofia che portava nientemeno che l’Essere e che ad Elea ha visto discutere di “Essere e divenire” nientemeno Parmenide il protofilosofo con il paradossale Zenone....che belle e liete occasioni di condivisioni…koinonie…empatie e scambi di amorosi sensi tra generazioni diverse ed eguali….. abbiamo vissute in questi anni di " buen retiro" cilentano..lui innammorato curioso della " modernità" del nord Italia ....io ....emigrante scolastico e privilegiato al Nord della modernità “magnifica e progressiva” gli enfatizzavo il mio “nostos” culturale per le terre meridiane e interne " principio lirico e filosofico" della mia anima viandante e paesologica..gli confidavo che a Santamaria mi richiamava la figura mitica del virgiliano “vecchio di Gorico”..l'antica Paestum..al “termine della mia fatica….extremo ni iam sub fine laborem”….. ."Atque equidem, extremo ni iam sub fine laborum vela traham et terris festinem advertere proram…citavo a braccio e accennavo a una condivisa traduzione... "E certo, se ormai al termine della mia fatica non dovessi ammainare le vele e dritta puntare la prua verso terra, forse canterei l’arte di rendere fertili e di ornare i giardini, rosai di Paestum due volte all’anno in fiore; come l’indivia si anima bevendo ai ruscelli e l’apio verdeggia sugli argini, o come attorcigliato in mezzo all’erba cresce gonfiandosi il cocomero; senza dimenticare il narciso d’autunno, lo stelo flessibile dell’acanto, l’edera pallida, il mirto innamorato delle spiagge...."…outopos senza ideologia …...e non ancora tranquillo viaggio di un Edipo che conosciuto il gioco doloroso del suo “destino” si avvia ad incontrare il dio nei giardini profumati e luminosi di Colono ..i suoi ricordi di professore di latino e greco a scuola sono legati tutti al bello nelle parole della poesia e della lingua come letteratura con una palese riverenza al "logos-parola" della mia “ancella philosofia”...l' estate scorsa è stato colpito da uno stato di tristezza saturnina nella sua vita intima e semplice....l ' ho incontrato più volte in questo mese...una mestizia dolorante e una tristezza addolorata ha preso possesso del suo corpo ...del suo volto ...dei suoi occhi ...della sua anima...poche parole dette con immediata semplicità e pesantezza assieme " il dolore e la sofferenza ....mi ha confidato con disarmante tristezza....hanno invaso e sottomessa la mia anima...ci sono cascato come un fesso qualunque!"....niente o a poco è valso ricordare l' ottimismo non di maniera della "ragione" hegeliana che nel conflitto dialettico "servo-padrone... evitava con il "lògos" la possibile servitù al “daimon” insidioso, sensibile ed emotivo del sentimento che incappa nelle maglie della rete "depressiva" e si sente perduto come in stato definitivo dell'anima ferita… come in un tunnel nihilistico senza chiaroscuri e senza uscita... Difficile avvicinarci con condivisione e rispetto ad esperienze di vita irretite nel mistero del dolore e della tristezza dell'anima.... ricordando la gioia, la letizia, la esudaimonia-felicità e la speranza pur nella fragilità del bello poetico e letterario ….le parole vive aiutano e non risolvono....danno un senso di buona e bella umanità nelle relazioni amicali e ci ricordano della necessità di uscire dalla nostra soggettività….. “monade senza finestre”.. autoreferenziale dalla nostra identità e dalla stessa nostra solitudine senza il segno della alterità...koinonia...comunione e empatia...di vita emozionale e razionale individualistica...E’ in queste situazioni .spesso ti crolla addosso un triste sconforto e pensi che anche " la parola" rischia di morire appena detta se non sentita e vera ....ma in questa occasione speri che per miracolo comincia a rivivere nell'altro addolorato e triste anche senza sapere come e perchè....sai che accade solo per fede nella parola umana....leggera e profonda della poesia che ha coltivato la sua anima che ci ha riempito di bellezza e leggerezza per tutta la vita.... evitando il nulla che ci disincanta e amando il mondo che ci incanta e ci forma...tenendo sempre lo sguardo fisso ... vigile sulle cose e le persone del mondo senza slegarsi allo stupore e alla meraviglia per i fatti normali e quotidiani come fossero sempre “ avventi straordinari …unici e irripetibili”....coltivando una ragione che non si accontenta di una ragione quando si fa cinica e cattiva o distaccata e stoica....la cultura diventa in questo caso un abito aderente al corpo e all'anima come una “forza-dunamis” del sentire che influenza le scelte umane più della ragione filosofica. Il sapere che si fa “debole e arreso” nella sua provvisorietà vitale che si defila dalla "identità" forte e strapaesana che si accontenta di sè e del suo potere di riscatto o di comando con l'avallo del pregiudizio dei più.Un sapere dallo sguardo lungo e profondo che con la sua saggezza ordinata e caotica si fa distaccata e benevolmente altruista. Ho inseguito per una vita intera il mio “io” lirico e altruista e da parte mia con l'insegnamento ho cercato di comunicare il valore dell' inquietudine....l' uso senza abuso pregiudizievole del dubbio e del sospetto....il modus e il senso della rabbia, delle provocazioni, del conflitto e del dissenso, del gusto del paradosso e della ironia, la necessità della lotta come essenza della vita... per me e per gli altri. Assicurandomi insieme una misura etica di contenimento e di ordine (nòmos)...di pacatezza, di distanza, di chiarezza non retorica o sofistica .Ho pensato al " conflitto-pòlemos" come condizione e occasione per crescere in “communitas”…senza “immunitas” discriminatoria e razzista….un vivere come esito irrinunciabile piu che inevitabile...un comprendere senza simulazione e autoinganno. Oggi “la crisi” imposta da altri con potere di “controllare e punire” ci impone un nostro presente ossessivo ...alienante e depressivo.Un presente sempre presente… ci confonde e non ci attrae e stimola a una " sfida cognitiva o etica" ……in una sorta di “tsunami” di postmoderno, di globalismo, di omologazione coatta senza Pasolini.La cultura e la politica nella piena di informazioni ai tempi della riproduzione tecnica.. hanno messo a nudo e all' angolo un pensiero poetante e emotivo e una pratica della " vita activa" che rendono inattuali gli stessi concetti di tradizione, innovazione,progresso, sviluppo, innovazione e...rivoluzione.....in uno sguardo e un tempo verticale …immobile e interiore, fuori dell' orologio di una Storia scritta da un “padrone con i suoi “arcana imperi” che ha infettato culturalmente anche il senso di un viaggio nell' immaginario geografico " orbi terraque" con l’assillo curioso della scoperta o della “apocalypse now” della coscienza infelice occidentale ma nella nella “ipostasi dello spazio siderale... allora anche le sue mappe ricche di incogniti e metafore risultano vecchie ....asfittiche e illeggibili....la nostra esistenza attuale non determina più curiosità… emozioni...sentimenti e passioni lunghe che regolano il sentire e le percezioni con un pensiero poetante o una poesia pensante nel fare esperienza del mondo e delle persone....siamo prigionieri di labirinti creati da altri tra rebus e algoritmi del pensiero ripetitivo e vuoto di un comunicare perpetuo in una connessione costante a un invisibile nulla ...dove la memoria o il ricordo non sono trama e racconti di un passato che non passa e non aiutano a vivere il presente né “come eterno ritorno dell’eguale” né come un “finalismo” eteronomo e autoritario.Un sapere che nasce dall’esperienza che sa prevedere e programmare il futuro....utopico o concreto e progettuale che sia. Essere presenti senza essere solo " gettati" in un mondo senza senso e fine....dallo stesso allo stesso...e .produrre parole anche poetiche come pensiero estetico....o come atti politici di abusate e consumate dottrine politiche….ma come occasione per ....riprendersi il centro del gioco del vivere oltre la comprensione e l' uso delle regole....riuscendo anche a ridere di noi e scherzare e ironizzare sul mondo...sulla cultura...sulla politica...sull' arte rimescolando continuamente le carte e creando tensione e gioco come transito consapevole e riflessivo sul presente...Ritornando nei “piccoli paesi dalla grande vita conservata” alla periferia dei centri produttivi e del disastro incivile e antiumanistico metropolitano per rieducarsi ai silenzi...alle solitudini...alle piccolezze della " grande vita carsica" della terra che ci dà da nutrirci e dei paesi che ci danno da vivere anche nell' abbandono...nei terremoti ...nelle frane e nel bello che ama nascondersi....e conservarsi per essere “svelato” dalla nostra intelligenza curiosa e emotività vitale. Mauro Orlando

lunedì 29 gennaio 2018


.....l'ultimo spettacolo!
 di mauro orlando

 ...... a volte ancora mi chiedo chi sono questi “populisti”, “antipolitici”, “antipartitici” che hanno abitato il Parlamento con le loro facce oneste,pulite, serene, convinte……da “casalinghe di Voghera,pastori abruzzesi,contadini lucani, servette di Tracia o di Valdobiadene…..”…….nonostante i ghigni sfottenti e tacagni del loro capocomico genovese in contumacia e la maschera spenta del mediologo aziendale Casaleggio junior.... da mistero tragico-buffo si è trasformato in farsa ….. sono facce e posture di gente normale,tragicamente banali, sono giovani normali e quotidiani….icone superficiali che non si faranno mai mito . Da dove nascono e come sono cresciuti , figli di un dio minore,scarti di falegnameria da ardere …senza ambizioni ma pieni di risentimento,rabbia, incazzatura…benevolenza e disponibilità a consumo …Chi li ha messi su quella buona/cattiva strada? Una volta si parlava di “cattivi maestri” letterari o filosofici oggi al massimo si può parlare di “cattive compagnie televisive e di satiri senza satira e morale I nuovi canovacci fescenninici sono mediati dai .i risolini nervosi e neocinici del “ricciolone” Mentana …..la teatralità furbesca e mediterranea del “Masaniello di provincia” Di Maio armanizzato per l'occasione ….le cattiverie rancide e i risentimenti gastrici giudiziari del “fattorino delle procure” Travaglio …e il “clone di riporto” ex tutto oggi aspirante parlamentare Paragone o le subrette della palestra agonistica del terzobbottismo di “sinistra” di Ballarò and company…..giù …giù …giù fino ai cloni degli scantinati o soffitte di partito “centellinati” da terza repubblica su RAIuno,Raidue,Raitre ...i "vari ed eventuali" ,Luzi,Gomez,Barbaceto,Beha e chi ne ha più ne metta.....… purchè rigorosamente mascherati da ..... .antipartito,antipolitici,antidemocratici ….anti… quanto basta e “last but not least”… tutta la compagnia di giro e comparse che occupano le obbligate serate televisive pubbliche e private berlusconiane e affini di ex portaborse fininvest ( la 7)…..mattina,pomerigio e sera . Sono persone che vogliono, vorrebbero cambiare quel Paese lì, quello che gli ha rappresentato tra una risata e un ghigno … “Report”, “Piazza pulita”, “Samarcanda”, “Servizio pubblico” “la gabbia” etc etc – sotto le mentite spoglie di un giornalismo d’inchiesta , di smascheramento, di protesta in un sistema dell’informazione addomesticato, omologato e omologante , padronale a prescindere, neocinico che , in mancanza di vero esercizio di informazione democratica e deliberativa tante volte abbiamo bevuto acriticamente appesantititi dagli anni e delle lotte perdute nelle nostre comode poltrone e sofà , con il risultato che alla fine quelli della mia età per non star male ad oltranza non lo guardano più oppure allargano le braccia e dicono “non c’è più niente da fare” nascondendosi dietro ad un cinismo salvifico e inattivo . I nuovi “populisti etc etc ” grillini, neoleghisti, postcomunisti….sono i nuovi cittadini italiani i quali non vogliono più continuare a vivere in questo paese e che invece di curare le sue magagne le contempla compiaciuti ed esausti e non ha più la forza e la voglia di arrabbiarsi e combatterle . Saranno ingenui,inadeguati, inattuali, disarticolati….. non ce la faranno, cambieranno idea, non lo so, ma non vedo la ragione di essere “preoccupati” più di tanto .Il futuro e il meglio è passato e non c’è rimedio al peggio. E spero che un giorno tutti quelli che non vogliono più vivere nel paese da incubo che ci hanno fatto vedere e rappresentato con documenti veri o falsi tante volte, si mettano d’accordo, in qualunque partito o movimento siano. Su che cosa non sono d’accordo.Il potere vero ,economico o politico Leviatano o Behmoth che sia .... cambia aspetto-maschera ma non sostanza per far specchiare le nuove allodole della storia , alla lunga non tollera gli sciocchi e …lo scherzo, il gioco, la fantasia, l’immaginazione dei propri sudditi fino allo sfinimento .E che come sempre ha fatto nella storia farà a meno del popolo che non ha saputo approfittare delle “libertà formali” della democrazia rappresentativa o diretta che sia. Alla mia non più tenera età dico “col senno del prima” : “non ce la faranno mai”, ma almeno per un po’ ….solo per un po’ ….non avranno peggiorato la situazione in modo irrimediabile. Tutto in natura si rinnova e si distrugge anche se non sempre migliorando. Ed io potrò affrontare il ciclo naturale del morire non più incazzato ,deluso, impotente come sono adesso ….. consapevole che per un non piccolo periodo della mia vita pubblica anch’io avevo pensato di ribaltare i tavoli del potere e cambiare il mondo e poi …deluso e disilluso negli ultimi vent’anni ho vissuto e partecipato all’età dello spettacolo e delle finzioni anche con buoni capicomici,nani e ballerine smaliziate.......girando in tondo come dervisci ingenui e testardi .Ora non dietro le quinte, nè dentro l'abitacolo del suggeritore , lasciamo il teatrino della nuova politica a nuovi saltinbanchi che non hanno sparso una goccia di sangue per riprendersi la scena nè con tragedie ma solo con farse di infimo spessore teatrale e con dilettanti allo sbaragli e compagnie di giro da basso impero....a volte con gli stessi canovacci ma con attori , comparse e pubblico sempre più scadente e istupidito…..c’est la vie…mon cher ami! Natura non facit saltus…tutto questo però senza il mio consenso! 
 mauro orlando