domenica 20 novembre 2011

elisir d'amore per ....le speranze dentro di noi




“una speranza dentro di me, una speranza di cambiamento e di utopia”.


di elda martino


Gentili amici,oggi ho riaperto il pc con una speranza dentro di me, una speranza di cambiamento e di utopia.In questi giorni ho pensato e ripensato all’ esperienza nascente delle comunità provvisorie ( nome orribile, me lo si permetta…sembra una cosa da saldi di fine stagione…, in più, perdonatemi, la parola communitas non ha un plurale, è già un nome collettivo, pluralizzarlo significa tradirlo due volte, nel significato e nella forma).Ho riflettuto a lungo e bene, ne ho avuto modo anche data la mia situazione di inoperosità forzata.Queste righe di seguito specificano meglio ciò che ho brevemente sintetizzato in quello che, sic stantibus rebus, sarà il mio unico commento sul nuovo blog. Prendetele come le riflessioni assolutamente amichevoli di un’inattuale, Nietzsche mi perdonerà per questo spostamento di genere……….
1) non considero né posso considerare le persone ( così come tutti gli esseri viventi) come dei mattoncini sostituibili con altri diversi, né posso pensare che un trauma come la fine di un’esperienza in cui avevo creduto possa essere risolto con leggerezza o con superficialità. L’autismo attinge proprio da questi principi, l’idea che la persona, l’uomo o la donna non siano unici ma semplici oggetti dell’Utile assurto a legge e, quindi, consumatori, fruitori di ciò che si produce, chi siano e come siano non conta, l’importante è che ci siano. Scusatemi, ma che questa operazione rischi di andare a finire lungo una linea del genere mi pare più che evidente.
1bis) la paesologia è condizione necessaria ma non sufficiente per la fondazione di una comunità, essa, in quanto scienza arresa- splendida definizione- non ha fondamenta stabili, di conseguenza i “pilastri” di questa eventuale vicenda vanno ben individuati e riconosciuti prima di esporsi pubblicamente. Bisognerebbe guardarci in faccia e dirci tutto quello che c’è da dire, senza finzioni e senza retropensieri e senza atteggiamenti fasulli. Alla base di questa esperienza dovrebbe esserci la verità, la pietas e la constatazione dell’inesorabilità e l’irreparabilità del mondo così com’è ora.
1ter) fare comunità è compiere un esodo irrevocabile, senza più presupposti né condizioni di appartenenza o di individualità, essere sì, ma essere quodlibet, essere qualunque, singolare ma senza identità; fare comunità è la costruzione collettiva di un corpo comunicabile.
2) quando qualcosa finisce c’è bisogno di un periodo di elaborazione e di silenzio anche. Se questo “fermo” non c’è, non viene naturale, non scatena anche dispiaceri e sconforti, allora forse vuol dire che ciò che è finito non era veramente sentito e che ciò che verrà partirà da presupposti di scarso amore, di ancor più scarsa attenzione. L’usa e getta è uno dei tipici automatismi dell’autismo corale. non possiamo fare come gli struzzi, i lutti vanno elaborati e non scotomizzati.
2bis)non si tratta di sostituire una macchina vecchia con una nuova, si tratta di fondare ( e vedete che dico fondare e non ri-fondare) una comunita’, una communitas, un luogo di scambi reciproci, di reciproci riconoscimenti. Si tratta di metterci in dubbio, di guardare oltre l’orlo, di andare “fuori” e non di creare semplicemente un nuovo “brand”. Ho trascorso gli ultimi due anni nella cp a dire che c’era bisogno di un “mutamento nel cuore”, voi cosa ne pensate? Basta cambiare logo e luogo per essere diversi? Ho i miei dubbi.
2ter)non rischiamo di fare errori già commessi? Io non ho mai creduto alla teoria del chiodo scaccia chiodo e le modalità con cui questa nuova creatura sta nascendo mi sembrano da discutere e da analizzare in profondità. Tutta questa fretta ossessiva di dire “Ehi! Ci siamo! Non siamo spariti…” , ma perché? E a quale scopo, a quale scopo “comunitario”?L’esposizione è urtare contro un limite e toccarlo, l’esposizione è rischiare di ferirsi anche, di farsi male, non comunicare banalmente la propria presenza al mondo dell’Utile.
2quater) l’idea di attrarre altre esperienze quando ancora non abbiamo capito COME vogliamo essere noi è solo un modo per annacquare e allontanare la vera questione, una questione che da mesi ci stavamo e ci stiamo trascinando dietro.
3) ci sono fra noi persone che tanto hanno dato e fatto, persone che si sono spese davvero, franco prima di tutti, ma anche altri, coi loro modi e il loro modo di essere, il loro quodlibet. Non è molto corretto nei riguardi di tali amici ripartire senza un cambiamento sensibilmente reale e tangibile, a cominciare dalla modalità, dalla lingua, dai pensieri, dalle visioni e dai rapporti tra noi, senza avere la massima cura di una vera nuova considerazione, un modo nuovo di guardare l’altro da sé.
3bis) Fondare un “luogo” comunitario significa mutare prima di tutto se stessi, senza certezze, senza l’idea di essere migliori o di essere diversi a priori. Siamo disposti a partire dalle nostre singolarità, ad annullarle in un singolare senza identità? Altrimenti qual è la differenza? qual è la differenza tra i convegni fiume e le scampagnate e questo nuovo modello?
4) vogliamo essere una comunità o un posto come tanti altri? vogliamo essere persone che si incontrano occasionalmente o vogliamo fare parte di un’esperienza veramente innovativa? veramente “rivoluzionaria” e utopica? vogliamo essere folli o vogliamo semplicemente farci vedere, esporre le nostre mercanzie e farci dire quanto siamo bravi e quanto siamo buoni rispetto ai cattivi che stanno dall’altra parte?è questo quello che vogliamo o vogliamo provare a “volare”?
4bis) se la paesologia e la comunità sono un’esperienza “politica”, allora bisogna uscire dall’indifferenza della politica per come è condotta e usata e abusata adesso, bisogna abbandonare l’indifferenza verso le persone e per le persone, a cominciare da chi ci è più vicino, a cominciare da chi ha fatto affidamento su di noi, a chi a noi si è affidato. abbandoniamo i ben noti provincialismi che ci portano a dare più valore a chi è estraneo o nuovo e facciamo i conti con chi c’è, c’è stato e c’era già, poi apriamoci agli altri, ma non come si apre un supermercato, bensì come si può tenere aperta una porticina minuscola nella quale, per entrare, bisogna faticare e insistere
5) punto , forse, più importante di tutti: il problema non è l’essere ma il COME, il come essere. e su questo io non ho visto ancora nessuna vera apertura per un dibattito, a parte le considerazioni di Salvatore d’Angelo e alcuni contatti che ho avuto con Sergio Pagliarulo e Mauro Orlando, per uno scambio che faccia tremare sul serio le fondamenta di certezze stratificate dal tempo, dalle abitudini di ciascuno di noi e dalla vita.
spero di non avervi annoiati con le mie riflessioni e auguro a questa creatura una lunga vita e buona fortuna.
vi saluto e abbraccio con affetto chi sa abbracciare, chi sa avvertire la gioia e il dolore del Mondo, quello vero, quello con la EMME maiuscola…elda
Cara Elda ,per quanto tempo mi sono speso ed addolorato nel tentativo di “scavare nelle parole” incerca della luce,della fragranza,della musica,della voce di chi le scriveva per non far perdere il ricordo di sè.Le tue parole scritte mi hanno emozionato e sconvolto ma hanno dato senso ai miei dolori e alle mie gioie della nostra bella avventura comunitaria.Le tue parole ,credimi , hanno senso eccome almeno per me che mi hanno educato a imprigionarle nella logica e nel realismo più rigido.Comunque io ancora credo nella parola perchè credo negli altri non indiscriminatamente ora….e per ringraziarti voglio farti dono delle parole di una “donna” che ho molto amata e cercata che cantava il suo struggimento d’ amore con queste parole “….i vezzi di leggiadre corolle…./ e l’olio da re ,forte di fiori/ che la tua mano lisciava/ sulla lucida pelle;/ e i molti letti/ dove alle tenere fanciulle ioniche/ nasceva amore delle tua bellezza/ “. Leggere le tue parole mi hanno creato un tale disaggio e senso di inadeguatezza che per commentarle prendo in uso le parole di un commntatore delle poesia-canto di Saffo ” C’è una qualità sottile, una quasi struggente parentela tra tutti quelli che un istinto misterioso chiama avivere e ad esprimere la verità profonda del proprio essere: e che paradossalmente li guida, nello stesso istante in cui dedicano ogni forza acercare una comunicazione totale con gli altri, ad avvertire i limiti insuperabili che fanno inestricabile parte della loro impresa bella ed angosciosa.I poeti e il loro impegno di esistere:cercare di dire tutto e tutto il vero, e scoprirsi isolati in una sfera di indicibile – nonostante la sapienza del dire- esperienza interiore.Lei come struggente persistenza vitale, di carne di sangue. Accesa dal balenare delle dolcezze che erano, che fino alla fine continueranno ad essere, il tutto: il condiviso tutto che possiamo, al più e al massimo, avere su questa terra” (G. Mascioni ,Lo specchio greco, Mondadori) Sono parole che ho sentito mie e che sentivo ti riguardassero mentre leggevo il tuo scritto ed ho capito che non possiamo ulteriormente sprecarle in spazi comunicativi che non recuperino il senso , l’amore (koinonìa) per il bello che circolava come incenso nelle comunità dei “thiasi”e delle “eterie” della nostra civiltà ellenica……ma le più belle parole che ho letto in questi scambi epistolari sono: Elda ti vogliamo tanto bene e non farci mancare le tue parole e la tua persona..con un affetto immenso e inesprimibilemauro






“una speranza dentro di me, una speranza di cambiamento e di utopia”.
…….ricordo a tutti gli amici che questo non è e non vuole essere un blog letterario.siamo qui per cercare nuovi modi di stare insieme, nel reale e nel virtuale……franco arminio di elda martino





Gentili amici,oggi ho riaperto il pc con una speranza dentro di me, una speranza di cambiamento e di utopia.In questi giorni ho pensato e ripensato all’ esperienza nascente delle comunità provvisorie ( nome orribile, me lo si permetta…sembra una cosa da saldi di fine stagione…, in più, perdonatemi, la parola communitas non ha un plurale, è già un nome collettivo, pluralizzarlo significa tradirlo due volte, nel significato e nella forma).Ho riflettuto a lungo e bene, ne ho avuto modo anche data la mia situazione di inoperosità forzata.Queste righe di seguito specificano meglio ciò che ho brevemente sintetizzato in quello che, sic stantibus rebus, sarà il mio unico commento sul nuovo blog. Prendetele come le riflessioni assolutamente amichevoli di un’inattuale, Nietzsche mi perdonerà per questo spostamento di genere……….
1) non considero né posso considerare le persone ( così come tutti gli esseri viventi) come dei mattoncini sostituibili con altri diversi, né posso pensare che un trauma come la fine di un’esperienza in cui avevo creduto possa essere risolto con leggerezza o con superficialità. L’autismo attinge proprio da questi principi, l’idea che la persona, l’uomo o la donna non siano unici ma semplici oggetti dell’Utile assurto a legge e, quindi, consumatori, fruitori di ciò che si produce, chi siano e come siano non conta, l’importante è che ci siano. Scusatemi, ma che questa operazione rischi di andare a finire lungo una linea del genere mi pare più che evidente.
1bis) la paesologia è condizione necessaria ma non sufficiente per la fondazione di una comunità, essa, in quanto scienza arresa- splendida definizione- non ha fondamenta stabili, di conseguenza i “pilastri” di questa eventuale vicenda vanno ben individuati e riconosciuti prima di esporsi pubblicamente. Bisognerebbe guardarci in faccia e dirci tutto quello che c’è da dire, senza finzioni e senza retropensieri e senza atteggiamenti fasulli. Alla base di questa esperienza dovrebbe esserci la verità, la pietas e la constatazione dell’inesorabilità e l’irreparabilità del mondo così com’è ora.
1ter) fare comunità è compiere un esodo irrevocabile, senza più presupposti né condizioni di appartenenza o di individualità, essere sì, ma essere quodlibet, essere qualunque, singolare ma senza identità; fare comunità è la costruzione collettiva di un corpo comunicabile.
2) quando qualcosa finisce c’è bisogno di un periodo di elaborazione e di silenzio anche. Se questo “fermo” non c’è, non viene naturale, non scatena anche dispiaceri e sconforti, allora forse vuol dire che ciò che è finito non era veramente sentito e che ciò che verrà partirà da presupposti di scarso amore, di ancor più scarsa attenzione. L’usa e getta è uno dei tipici automatismi dell’autismo corale. non possiamo fare come gli struzzi, i lutti vanno elaborati e non scotomizzati.
2bis)non si tratta di sostituire una macchina vecchia con una nuova, si tratta di fondare ( e vedete che dico fondare e non ri-fondare) una comunita’, una communitas, un luogo di scambi reciproci, di reciproci riconoscimenti. Si tratta di metterci in dubbio, di guardare oltre l’orlo, di andare “fuori” e non di creare semplicemente un nuovo “brand”. Ho trascorso gli ultimi due anni nella cp a dire che c’era bisogno di un “mutamento nel cuore”, voi cosa ne pensate? Basta cambiare logo e luogo per essere diversi? Ho i miei dubbi.
2ter)non rischiamo di fare errori già commessi? Io non ho mai creduto alla teoria del chiodo scaccia chiodo e le modalità con cui questa nuova creatura sta nascendo mi sembrano da discutere e da analizzare in profondità. Tutta questa fretta ossessiva di dire “Ehi! Ci siamo! Non siamo spariti…” , ma perché? E a quale scopo, a quale scopo “comunitario”?L’esposizione è urtare contro un limite e toccarlo, l’esposizione è rischiare di ferirsi anche, di farsi male, non comunicare banalmente la propria presenza al mondo dell’Utile.
2quater) l’idea di attrarre altre esperienze quando ancora non abbiamo capito COME vogliamo essere noi è solo un modo per annacquare e allontanare la vera questione, una questione che da mesi ci stavamo e ci stiamo trascinando dietro.
3) ci sono fra noi persone che tanto hanno dato e fatto, persone che si sono spese davvero, franco prima di tutti, ma anche altri, coi loro modi e il loro modo di essere, il loro quodlibet. Non è molto corretto nei riguardi di tali amici ripartire senza un cambiamento sensibilmente reale e tangibile, a cominciare dalla modalità, dalla lingua, dai pensieri, dalle visioni e dai rapporti tra noi, senza avere la massima cura di una vera nuova considerazione, un modo nuovo di guardare l’altro da sé.
3bis) Fondare un “luogo” comunitario significa mutare prima di tutto se stessi, senza certezze, senza l’idea di essere migliori o di essere diversi a priori. Siamo disposti a partire dalle nostre singolarità, ad annullarle in un singolare senza identità? Altrimenti qual è la differenza? qual è la differenza tra i convegni fiume e le scampagnate e questo nuovo modello?
4) vogliamo essere una comunità o un posto come tanti altri? vogliamo essere persone che si incontrano occasionalmente o vogliamo fare parte di un’esperienza veramente innovativa? veramente “rivoluzionaria” e utopica? vogliamo essere folli o vogliamo semplicemente farci vedere, esporre le nostre mercanzie e farci dire quanto siamo bravi e quanto siamo buoni rispetto ai cattivi che stanno dall’altra parte?è questo quello che vogliamo o vogliamo provare a “volare”?
4bis) se la paesologia e la comunità sono un’esperienza “politica”, allora bisogna uscire dall’indifferenza della politica per come è condotta e usata e abusata adesso, bisogna abbandonare l’indifferenza verso le persone e per le persone, a cominciare da chi ci è più vicino, a cominciare da chi ha fatto affidamento su di noi, a chi a noi si è affidato. abbandoniamo i ben noti provincialismi che ci portano a dare più valore a chi è estraneo o nuovo e facciamo i conti con chi c’è, c’è stato e c’era già, poi apriamoci agli altri, ma non come si apre un supermercato, bensì come si può tenere aperta una porticina minuscola nella quale, per entrare, bisogna faticare e insistere
5) punto , forse, più importante di tutti: il problema non è l’essere ma il COME, il come essere. e su questo io non ho visto ancora nessuna vera apertura per un dibattito, a parte le considerazioni di Salvatore d’Angelo e alcuni contatti che ho avuto con Sergio Pagliarulo e Mauro Orlando, per uno scambio che faccia tremare sul serio le fondamenta di certezze stratificate dal tempo, dalle abitudini di ciascuno di noi e dalla vita.
spero di non avervi annoiati con le mie riflessioni e auguro a questa creatura una lunga vita e buona fortuna.
vi saluto e abbraccio con affetto chi sa abbracciare, chi sa avvertire la gioia e il dolore del Mondo, quello vero, quello con la EMME maiuscola…elda
Cara Elda ,per quanto tempo mi sono speso ed addolorato nel tentativo di “scavare nelle parole” incerca della luce,della fragranza,della musica,della voce di chi le scriveva per non far perdere il ricordo di sè.Le tue parole scritte mi hanno emozionato e sconvolto ma hanno dato senso ai miei dolori e alle mie gioie della nostra bella avventura comunitaria.Le tue parole ,credimi , hanno senso eccome almeno per me che mi hanno educato a imprigionarle nella logica e nel realismo più rigido.Comunque io ancora credo nella parola perchè credo negli altri non indiscriminatamente ora….e per ringraziarti voglio farti dono delle parole di una “donna” che ho molto amata e cercata che cantava il suo struggimento d’ amore con queste parole “….i vezzi di leggiadre corolle…./ e l’olio da re ,forte di fiori/ che la tua mano lisciava/ sulla lucida pelle;/ e i molti letti/ dove alle tenere fanciulle ioniche/ nasceva amore delle tua bellezza/ “. Leggere le tue parole mi hanno creato un tale disaggio e senso di inadeguatezza che per commentarle prendo in uso le parole di un commntatore delle poesia-canto di Saffo ” C’è una qualità sottile, una quasi struggente parentela tra tutti quelli che un istinto misterioso chiama avivere e ad esprimere la verità profonda del proprio essere: e che paradossalmente li guida, nello stesso istante in cui dedicano ogni forza acercare una comunicazione totale con gli altri, ad avvertire i limiti insuperabili che fanno inestricabile parte della loro impresa bella ed angosciosa.I poeti e il loro impegno di esistere:cercare di dire tutto e tutto il vero, e scoprirsi isolati in una sfera di indicibile – nonostante la sapienza del dire- esperienza interiore.Lei come struggente persistenza vitale, di carne di sangue. Accesa dal balenare delle dolcezze che erano, che fino alla fine continueranno ad essere, il tutto: il condiviso tutto che possiamo, al più e al massimo, avere su questa terra” (G. Mascioni ,Lo specchio greco, Mondadori) Sono parole che ho sentito mie e che sentivo ti riguardassero mentre leggevo il tuo scritto ed ho capito che non possiamo ulteriormente sprecarle in spazi comunicativi che non recuperino il senso , l’amore (koinonìa) per il bello che circolava come incenso nelle comunità dei “thiasi”e delle “eterie” della nostra civiltà ellenica……ma le più belle parole che ho letto in questi scambi epistolari sono: Elda ti vogliamo tanto bene e non farci mancare le tue parole e la tua persona..con un affetto immenso e inesprimibilemauro

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