lunedì 6 settembre 2010

Elisir d'amore per .......un settembre comunitario e paesologico

----un settembre comunitario e paesologico
di franco arminio
Il primo settembre è il primo giorno dell’anno. È come un capodanno silenzioso, non salutato da nessuno. Questo primo settembre è così silenzioso da farmi sentire il rumore del mio corpo. Ci ho messo mezzo secolo per sentire distintamente il rumore del mio corpo. E poi c’è il rumore del mondo, quello di una creatura mesta e rassegnata. Me ne sono accorto stamattina a scuola, riprendere servizio era una faccenda che non dava emozioni a nessuno. Fra un paio di settimane arrivano i ragazzi, ma non accadrà niente anche allora.
Il pomeriggio del primo settembre in Irpinia è un pomeriggio difficile. La luce è bellissima, mi fermo a filmare la chiesa del paese nuovo. Si avvicina un signore dall’aria distinta. Mostra di riconoscere a chi sono figlio. Lui è figlio di un calzolaio. Ha una madre quasi centenaria che ogni estate vuole tornare al paese. Vivono a Milano. Arriva un tipo di Andretta. Nasce una piccola conversazione sull’agricoltura come unica speranza per queste zone. Il signore emigrato a Milano si dice stupito che dopo mezzo secolo qui si emigra ancora. A questo punto mi accorgo che la mia digestione sarà difficile. Non è tanto quel che ho mangiato, è che non mi riesce di digerire il peso di questa giornata. Sono stato fuori pochi giorni, sapevo che al mio ritorno avrei trovato apparecchiata l’Irpinia desolata che ci porteremo appresso fino a giugno.


Oggi la giornata è bella, la luce è fresca e lunga, c’è un nitore del mondo esterno che contrasta con la foschia in cui sono immersi i miei nervi. È l’appuntamento con l’ipocondria settembrina. Intanto ho saputo che un mio libro a cui tengo molto esce nella prima settimana di novembre. Forse il verbo uscire è inadatto. In effetti non c’è uno spazio pubblico in cui i libri possano approdare ed essere discussi. I libri traslocano dalla casa dello scrittore alle case di alcuni lettori. Stanno diventano sempre più una faccenda privata. La piazza, lo spazio sociale spettano ad altri. C’era più gente qualche giorno fa alla notte della taranta di quanta se ne veda nelle librerie per un anno intero. Ero al concerto per i miei figli e mi chiedevo come si potesse gustare una musica che andava avanti senza interruzione da cinque ore. La musica ha senso se è preceduta e seguita da silenzio. E mi chiedevo anche perché tutti quei centomila ragazzi meridionali non si mettessero insieme per rivoltarsi, per contestare chi comanda. Comunque non ha molto senso invocare le lotte degli altri. Bisogna aver cura di portare avanti le proprie, con coraggio e senza cedimenti. Da questo punto di vista l’Irpinia è una terra ideale. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Siamo circondati da cose che non funzionano e ognuno di noi in fondo è la prova di una terra richiusa su se stessa, una terra che subisce i cambiamenti ma non li sa produrre.

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