sabato 11 aprile 2009

Elisir d'amore per ........un hallelujah dell'amore, della solidarietà e dell'impotenza.





Le ombre bianche
le fronti scoppiate dall’impotenza
Davanti a nature beote
Smorfie di muri.
Eluard
Hallelujah - Leonard Cohen

Elisir d'amore per ......il sorriso dei bambini terremotati.

......un'allegra "banda di aquilotti clowns" capitanati da Nanos.....e la sua magica "moto del tempo" si aggira tra le tende dei bambini abruzzesi........per portare un rumore di una risata che dia ancora la voglia di "volare".......




Mercurzio , angioletto mio sei triste e lo so perchè con queste disumane avventure umane rischiamo solo di essere, come dice un mio vecchio amico orlando limone "maestri d'asilitudine".Ma proprio tu parli del silenzio? Ultimamente fai una baccano di parole. E, poi la filosofia?Uaooo! Adesso ti racconto un "idea del silenzio".....in una raccolta di favole "tardo-antiche" , si legge questo apologo: " Era costume presso gli Ateniesi che chi volesse essere considerato filosofo doveva lasciarsi frustare a dovere e, se sopportava pazientemente i colpi, allora poteva essere considerato filosofo.Un tale una volta si era sottoposto alla fustigazione e, dopo aver sopportato in silenzio le busse , esclamò: "sono ben degno, dunque, di essere chiamato filosofo!". Ma gli fu risposto a ragione: "Lo saresti stato, se solo avessi taciuto".Ora con questo che voglio dire che ultimamente ti sento un pò trapazzato e credo che qualche colpo lo hai ricevuto anche alle tue ali e non riesci più a volare....nel silenzio?Ma, sta cosa non mi convince adesso.Io, domani parto e vado a trovare i miei aquilotti in compagnia di altri 13 clown "dottori". Devo andare a curare il silenzio facendo sorridere i bambini.C'è troppo silenzio e pianto li adesso e un pò di sollievo rumoroso e gioviale non guasterebbe, perchè non vieni pure tu?Lascia stare adesso la filosofia del silenzio c'è bisogno di ricostruire tutti i rumori di una città troppo silenziosa.Dove non si sentono più i clacson delle macchine, dove non si sentono gli scampanelii delle biciclette. Sai, per il momento io isnieme ai miei amici clown e clownesse domani vado a portare il rumore almeno di una risata, per "resuscitare" in loro la voglia di volare.
nanos

Elisir d'amore per ........il silenzio delle parole vuote.

"I vivi non hanno niente, non hanno le case ma soprattutto
non hanno i loro oggetti che non possono più afferrare"

di PAOLO SORRENTINO






........Mentre, poche ore fa, viveva tutto. Viveva dentro i sorrisi e dentro le parole che, in un attimo, sono state annientate. Per questo è tutto morto. Perché nessuno parla, nessuno ride, e anche i pianti sono brevi e improvvisi, a volume ridotto, appartati e composti. Sono pianti di una gente orgogliosa che, questa è l'impressione, non è abituata a piangere. Dal momento che anche il pianto sa essere una forma di spettacolo, ma lo spettacolo è un repertorio che appare del tutto estraneo alla dignità di queste persone. I vivi non hanno più niente. Non hanno le case, ma, soprattutto, non hanno l'interno delle loro case, non possono più afferrare quella visione d'insieme fatta d'oggetti, odori, che compongono la vita e la quotidianità. Non hanno i punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Hanno solo i morti. Anche per questo sono morti. E hanno un fiume indefinito d'estranei che si aggira per la loro città. Perlopiù in divisa. E anche questi estranei, eroici e tenaci, sembrano muoversi in una sorta di lutto attivo. Ma sempre di lutto. Mentre gli abitanti, nella loro sovrumana compostezza, sembrano attraversati da una forma dolorosa ancora sconosciuta. Un lutto freddo. Che incute un rispetto assoluto. E nessuno, neanche per sbaglio, si sogna di tradire il rispetto per il loro lutto. Una famiglia piange davanti alla casa dello studente e le televisioni vincono l'irresistibile tentazione. Li lasciano in pace.
Una delle ragazze più belle viste negli ultimi dieci anni attraversa un gruppo di almeno cinquanta giovani in divisa. Nessuno commenta. Nessuno solleva uno sguardo di troppo su di lei. Ciascuno ha ritrovato il rispetto e la dignità. Nell'orgia del dolore, il mondo va come dovrebbe andare. E poi regna la paura, perché niente è finito e tutto è solo cominciato. Tutti i pensieri, anche quelli più elementari, sono violentati dalle scosse d'assestamento. La paura e il dolore, uniti e inscindibili, formano un'unica entità. Un'entità insopportabile. Che congela questo lutto, per farsi cosa attonita, ed impressionante. E, su tutto, il silenzio. Un silenzio nuovo e indefinibile. Interrotto, di tanto in tanto, da un elicottero lontano. Da un aereo militare. E tutti a comporre lo stesso pensiero, ma nessuno lo comunica, perché è banale: la sensazione di un'altra, più piccola, ma simile, guerra mondiale. ........

Elisir d'amore per ...........i bambini del terremoto.



........Silenzio, solo silenzio alle case popolari. Anche qui non c'è più nessuno, solo freddo: è un fermo immagine che si ripete..........
di mimmo calopresti


.......Il terremoto ha una forza tremenda, una forza che ti fa traballare, ti strattona, ti spinge fin quando ti fa cadere. Ti abbatte, ti mette a terra. Tutto diventa fragile, qualcosa resta in bilico, ma tutto quello che ti sembrava così solido adesso è a terra, frantumato. Ti lascia da solo con i rimasugli di tutto quello che sino a quel momento ti sembrava il progetto di un'esistenza. Un ragazzo risale in quella che non sarà mai più la sua casa, recupera la chitarra. Davanti alla tenda dove passerà la notte insieme alla madre e alla nonna, che si è aggregata a loro perché anche la sua casa è crollata, il ragazzo suonicchia qualcosa e pensa al suo futuro. Avrebbe voluto iscriversi a ingegneria elettronica, ora non sa più se resterà qui, pensa che si vorrà trasferire a Roma o a Milano e, mentre suona, forse si immagina quella nuova vita senza certezze e con pensieri confusi. Dio è certezza, invece, per un gruppo di giovani frati benedettini. Anche loro in cerca di qualcosa da recuperare nel loro convento. Loro credono che Dio ogni tanto metta in discussione le nostre vite: ci chiede prove della nostra capacità di avere fede, ci obbliga a pensare alla nostra essenza. Li vedo andare via insieme, nei loro sai, mi sembrano anche loro bambini smarriti, nonostante la certezza della fede.......

venerdì 10 aprile 2009

Elisir d'amore per .........l'Irpinia dei suoi" tanti cittadini che si stanno stringendo ai loro paesi e al loro paesaggio"



Di Franco Arminio

È triste che si parli dei paesi solo in occasione dei terremoti o di altre grandi sciagure collettive. La realtà è che sull’Appennino, nel midollo dell’Italia, in cui ogni paese è una vertebra isolata, la terra trema, trema sempre. È il terremoto della desolazione. Un terremoto silenzioso che non porta alla tragedia improvvisa di ritrovarsi con la polvere in bocca e una trave sullo stomaco. C’è una grande ferita italiana, la grande cicatrice appenninica che corre da nord a sud. Ed è l’emorragia mai arrestata dell’emigrazione. I paesi dell’Abbruzzo e quelli irpini sono molto simili. La stessa cultura pastorale, la stessa civiltà contadina, malamente rottamata negli ultimi decenni in favore di una modernità incivile, modernità che porta a tanti guasti, compreso quello di fare case che crollano per scosse che in ogni altro paese civile non farebbero alcuna vittima.
È di cattivo gusto tirare fuori l’Irpinia come esempio da non seguire, come se il terremoto in Irpinia fosse stato solo un esercizio truffaldino. Bisogna sempre ricordare che quel terremoto ha ucciso tante persone, bisogna sempre ricordare che una sciagura prima che un’occasione per fare discorsi e allestire processi, è un evento che ci interroga sulla fragilità del nostro essere qui, sul fatto che l’attimo terribile è sempre in agguato per ognuno di noi.
Detto questo, gli abruzzesi dovrebbero per prima cosa evitare di fare quello che si fece in Irpinia nei giorni immediatamente successivi al sisma: non si devono abbattere le case non cadute, a meno che siano palesemente irrecuperabili.
In Irpinia le ruspe buttarono giù tante cose che potevano benissimo essere recuperate perché nel caos dei primi giorni dopo la grande scossa i paesi quasi facevano a gara a chi era più distrutto.
Poi, certo, ci sono state, le ingordigie di tanti e prima di tutto di un sistema politico che usò il denaro del sisma per accrescere il suo consenso, sistema ancora vivo nello spirito e nei personaggi che lo interpretarono. D’altra parte bisogna considerare che lo scempio fu possibile perché c’era un clima culturale assai diverso da quello attuale, un clima che portava alla rottamazione del passato, alla voglia di mettersi alle spalle un passato di miserie e disagi. Quest’operazione è riuscita, ma alla fine le persone hanno capito che avere la casa nuova e perdere il paese non è un buon affare. Penso che da questo punto di vista in Abbruzzo le cose andranno assai meglio. I tecnici, i cittadini, i politici sono assai più consapevoli di allora dell’importanza di recuperare i centri antichi. In Irpinia si puntò sul binomio ricostruzione-sviluppo. Ed è proprio lo sviluppo a non aver funzionato. La ricostruzione, che comunque ancora non è stata ultimata, ha certo deformato e stravolto molti paesi, ma non rappresenta un modello replicabile anche se si volessero applicare le peggiori intenzioni.
L’Italia di oggi è un grande circo dell’orrore, ma almeno ci sono tanti cittadini che si stanno stringendo ai loro paesi e al loro paesaggio. Insomma, non si vive solo di betoniere…


Elisir d'amore per ...........una nuova Italia.

"Andate sulla costa, è Pasqua, prendetevi un periodo che paghiamo noi. State tranquilli, noi facciamo l’inventario delle case danneggiate e voi vi spostate sulla costa. Sarete serviti e riveriti. Bambini, dite alla mamma di portarvi al mare". Silvio Berlusconi, tendopoli di San Demetrio (L’Aquila), 7 aprile
...........Se Berlusconi pensa che siamo in vacanza in campeggio, lo invito a fare cambio. Lui può venire qui a dormire e io faccio il premier. Voglio vedere quanto gli piace passare la notte al gelo e senza acqua calda.
Vincenzo Braglia, cittadino de L’Aquila, intervistato da The Times, 8 aprile








“Benché gl’italiani, come ho detto, sieno incirca a livello delle altre nazioni nella conoscenza generale della realtà delle cose relativamente ai fondamenti dei principii morali, per quanto almen basta a influire e dar norma alla condotta pubblica e privata di ciascheduno; tuttavia è ben certo e da tutti gli stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito che l’Italia in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell’uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma contuttociò è anche certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe degl’italiani nell’intelletto, gl’italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette nazioni”.
(Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, 1824)

giovedì 9 aprile 2009

Elisir d'amore per ........un silenzio di preghiera e di amore.




............“Se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire"..........F. Fellini




.... un dialogo immaginifico sul"silenzio" tra l’angelo Mercuzio e il clown Nanos.

- Ah che solitudine ,che dolori, che soffrenze...che bella e triste compagnia e…..che silenzio!
- “Silenzio”!Non cominciamo con i paradossi e le stranezze in una situazione di tragedia reale. Hai voglia di meravigliarmi o confondermi?Io consiglierei concretezza ,operosità e decisioni.
- Ascolta ,prima di tutto voglio farti una confidenza importante per questa occasione.Prima di diventare 'angelo' -come tu dici- io vivevo in Irpinia. Non so se ti dice qualcosa questa parola in presenza di queste nuove ferite della carne e della terra che ha colpito gli abbruzzesi.Ma torniamo a noi ....ma veramente non senti una musica o una armonia in questo silenzio addolorato e ferito che sa di eterno?
- Mi dispiace ,no!Sa io sono solo un 'fool' e per il resto io sono 'campano'ma di città e a dirti la verità non ho mai sopportato i vostri silenzi irpinie le vostre introverse e astiose separatezze e orgogliose solitudini anche nella soffrenza.
-Lasciamo stare queste vecchie e inutili 'querelles' da "intellettuali della Magna Grecia". La serietàe la drammaticità del momento ci impone leggerezza e serietà ma sopratutto autenticità.... Ascolta meglio: il silenzio non è assenza di suoni,come di dolore non è assenza di vita. Quello che tu non hai udito è la totalità dei suoni e e per la soffrenza le ricchezze delle varietà del vivere. C’è una differenza che i ‘filosofi’ usano chiamare ‘ontologica’: una cosa è zero,un’altra cosa è “ infinito meno infinito uguale zero”. Io so che proprio così il mio “Signore e padrone” ha fatto il mondo nell'atto che voi umani chiamate 'creazione': dal niente,anche senza il dolore, come impropriamente usi dire tu, e che invece era un infinito di suoni e di azioni ingarbugliati tra loro e giustamente muti, vuoti ,incorporei.Con la musica si sono separato accordi ,toni, armonie,note quella che normalmente chiamate musica....con la vita ......il bene e il male,il bello e il brutto....il giusto e l'iingiusto e giù di lì in nome della vostra 'libertà'.. Insieme ha creato il verme e l’uomo, i pensieri e le cime di rape, Beethoven e Pupo…..
Creare in fondo è dividere l’incorporeo dal corporeo e quindi il dolore e le soffrenze,l’insostanziale dal sostanziale e quindi la politica e l'economia e.... dargli dei confini,dei limiti,delle qualità con tutto quello che ne viene per le vostre vite terrene.
Questo “silenzio della soffrenza è pieno di musica e di speranza” ....è una modulazione di una gamma spropositata e infinita di non-suoni,di non azioni e fatti che però nella tua incolpevole ‘ignoranza’ e perdita non riesci ad avvertire ,a percepire, sentire se non con questi capolavori comprensibili……come questo di Beethoven che voi chiamate ‘opera 73 o Imperatore’.
- Ah ma io ho comprato anche il cd e la ascolto spesso e la conosco benissimo. Io amo soprattutto la “nona”, il concerto in Do minore di Rachmaninoff, ‘Un bel dì vedremo’, Gershwin…….e anche De Andrè, Guccini,De Gregori, Vecchioni,Cohen,Dylan e altri……
-Certo hai imparato ad amare pate del 'bello' ma a non capire il dolore e ....sopratutto il morire.Per tornare all’autore che vi ho proposto con una sua opera particolare….. Qualcuno di voi che ama chiamarsi ‘critico musicale’ha scritto che Beethoven sa ascoltare e riprodurre il canto candido e leggero dell’esistente, ne ha inseguito il movimento ritmico accarezzandone il silenzioso brusio per trasformarlo in rigoroso linguaggio di una musica assoluta ma ha saputo riprodurre anche la tragica pesantezza e profondità della sofferenza e del morire. Ma in quello che scrive sembra non capire che le due cose non sempre erano indistinguibili,conseguenza una dell’altra. In ‘origine’ per esempio canto e parola erano carichi di una sola potenza che solo il divino avrebbe potuto sopportare o sentire. La lingua era musica e il dire degli uomini riusciva farsi carico di questo di questo mistero poetico,mitico e religioso assieme .Era la prova di una perfetta innocenza che si è trasformata in algida concettualità per esigenze comunicative dimenticando persino la bellezza del libero cinquettare degli uccelli o del sibilo del vento tra le foglie o i capelli della donna amata o dei luminosi chiari di bosco in primavera.
Ma il vero problema è che tu fai fatica oggi …a sentire questo “silenzio” nel vento ,nella luce nei colori ,nelle parole leggere o nelle grida strozzate di dolore che girano per l'Abruzzo in questi giorni! Ecco io penso che per arrivare e vivere veramente un terra martoriata e ferita bisogna prima di tutto rieducarsi a casa ai “silenzi”, ai “vuoti” nei rapporti comuni ma soprattutto in quella disciplina tutta umana che usiamo chiamare filosofia e che ci siamo costruiti nella testa e nel suo linguaggio,o da questo richiamarsi alla poesia ,al racconto ,alla narrazione. E per vostra fortuna nella nostra martoriata Italia ci sono buoni poeti ,affabulatori,clowns o contastorie che hanno qualcosa di vero e di bello da dire a chi soffre anche se alcuni ancora non sanno o hanno paura di esserlo .Ma mi raccomando tenete lontani da questi luoghi sacri toccati nella carne e nel cuore da un Dio che ancora una volta ha voluto parlarci con dolorosa severità almeno gli sciacalli,le iene,le volpi e i serpenti della "politica e della informazione"!!!
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mercoledì 8 aprile 2009

Elisir d'amore per ............caritatevole silenzio.


"Andate sulla costa, è Pasqua, prendetevi un periodo che paghiamo noi. State tranquilli, noi facciamo l’inventario delle case danneggiate e voi vi spostate sulla costa. Sarete serviti e riveriti. Bambini, dite alla mamma di portarvi al mare".
Silvio Berlusconi, tendopoli di San Demetrio (L’Aquila), 7 aprile
..............ma quando ci sarà qualcuno che dirà a questo "signore" che si può anche stare in silenzio nel rispetto del dolore ,delle soffrenze degli altri esseri umani........

martedì 7 aprile 2009

Elisir d'amore per........un 'Pasqua' di raccoglimento.

una festa di dolore e di solidarietà umana..............
Fabrizio De André - La domenica delle salme



ELEGIA PASQUALE
di Andrea Zanzotto

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Elisir d'amore per ....... gli "innocenti agnelli sacrificali" d'Abruzzo.



Le ferite dei terremoti che abbiamo tenuto aperte a 'futura memoria' in Irpinia, non per semplice giustificazione della memoria ma come gravidanze di futuro, si sono dolorosamente riaperte l'altra notte.Ancora una volta abbiamo osservato il dolore e le soffrenze che le popolazioni appenniniche ,inermi accettano con naturalezza come catastrofi naturali e possibili.In questi luoghi di silenzio e di abbandono dove sembra respirare ed aleggiare l' Eterno in un roccioso e invalicabile distacco si vive quotidianamente il riscatto dalla memoria e delle rottamazione del ricordo e del passato.Il terremoto per le nostre terre non è mai finito...i suoi segni sono impressi nella nostra carne dolorante impastati con la rasseganzione e nell'abbandono che si vive giorno per giorno , estraneo e lontano dal vero terremoto della 'modernità' senza anima che ha colpito il nostro paese intero.Un 'terremoto' non solo paesagistico ma identitario e culturale che continua nelle ricostruzioni efficienti o truffaldine come negli abbandoni incivili in una sorta di 'perenne periferia' senza anima in contrapposizione con 'i non luoghi' della modernità degli affari ,dei condoni e del 'mattone' .E noi siamo rimasti attacati con le mani ancora sanguinanti e polverose a quelle pietre 'sgarrupate ' e ammucchiate degli anni '80 in questi cimiteri nobili della desolazione e del rancore.
Per le terre appenniniche d'Italia questa ulteriore ferita non è solo un fatto artificiale,catastrofico,politico e naturale ma ssume le valenze sacrali e bibliche che non interessano neanche più come esercizio devoto della misericordia e pietà cristiana o atea o agli interessi etico-istituzionali cattolici.
Le coscienze civili e intellettuali, laiche e solidali sono lontane dalla poesia delle loro identità,dei silenzi gravidi di senso e musica ,delle solitudine piene e doloranti,dell' incanto e lentezza del vivere comunitario non come rifugio della nostalgia ma come risorsa identitaria di futuro.
E solo in questi giorni ritornano nelle nostre cose sugli schermi televisivi le mani operose impolverate e insanguinate .....ma ancora per poco.La fatica ,il lavoro manuale,l'uomo in carne ed ossa non fà 'audience' se non coniugato cinicamente col dolore e la morte.
.....requiem aeternam dona eis ,Domine et lux perpetua,
requiscant in pace.....

amen

lunedì 6 aprile 2009

Elisir d'amore per ..........la vita dopo il terremoto.


.....il terremoto in Abruzzo........ e la vita.





NOI SUPERSTITI………….

Ve ne siete andati così, all’improvviso
tremore di una terra dissestata
nelle sue visceri di roccia tagliente
come denti di lupi voraci.
Siete anche voi pietre di quella
che fu la vostra dimora calda
di carezze di sposa,
di sudore di lavoro paterno,
di risa fresche d’innocenza.
Noi superstiti. ancora divorati
dal terrore e dal pianto,
dal dolore sigillato a stento,
dobbiamo cominciare a vivere,
nascituri su macerie fredde
nel loro profilo invernale.
Siamo noi che odoriamo
del domani e, quando innalzeremo
di nuovo le nostre mura,
appenderemo alle pareti la speranza,
come faro di luce nella notte,
e intaglieremo i vostri nomi
sui nudi muri per richiamarvi
in vita almeno nel ricordo sacro!

Cecilia Coppola

sabato 4 aprile 2009

Elisir d'amore per ...........CAIRANO......LA FESTA.


E’Festa. Premiata forneria Marconi


CAIRANO………LA FESTA !


« Se la musica è l'alimento dell'amore, seguitate a suonare,
datemene senza risparmio, così che, ormai sazio,
il mio appetito se ne ammali, e muoia.”
W.Shakespeare

La festa di Cairano rispecchia lo spirito leggero,provvisorio,creativo che vuole espressamente evitare finalità,modelli,formalismi già consumati nel passato.” Un luogo per chi ha due minuti tra le dita per sè”.Un luogo dove si possa comunicare e “conversare non sotto il peso delle nostre parole e dove si possa passeggiare con la naturalezza e la leggerezza di un passero sopra il ramo” .Dove viviamo la vita e …noi che ci conficchiamo in essa istante per istante”…Ho preso in prestito le parole leggere e profonde di Franco per dare il senso di “ciò che non siamo e non vogliamo”. Cairano è uno spazio aperto di libertà,di possibilità,di occasioni, di identità singolari ed autentiche,di espressioni ,di doni,di atti e pensieri politici nello spirito del confronto e dell’incontro ‘in comune’. “Nessun vento è favorevole per chi non conosce il porto”. Scriveva Seneca in età precristiana se pur per definire una etica soprattutto umana e lontano dalle prescrizioni cristiane.Noi abbiamo la presunzione e la modesta di andare ‘oltre’ alle morali antiche e moderne e cominciare una nuova storia e modalità di vivere se stessi e il proprio territorio.
Una “Festa” per noi non è un ‘porto’ in cui stabilire preventivamente e prospetticamente ciò che è possibile fare e non fare in essa,ma sapendo che ciò che si fa e si dice può essere disfatto, reso inoperoso e provvisorio,liberato,sospeso e sopratutto liberato da un “progetto” rigido e strutturato e economicamente definito,non contrapposto alle logiche egli scopi dei giorni “feriali”,operosi e produttivi. E’ un fare e un non fare come caso estremo di sospensione. Non ci sono fini, strenne,regali,oggetti d’uso e di scambio .Bisogna ridare senso alla categoria di “festosità” sgangiata dalla ritualità,dalla ripetitività,dalla progettualità come attributo del pensare,dell’agire e del vivere. Recuperare la perdita del senso e la voglia di ‘festosità’ per non rischiare di danzare senza la musica. Una festa che non diventi progetto razionale e necessariamente ‘ingessato’ ma neanche che sia ‘liquido’,'mitico’o ’sacro’.
Una Festa degli “inoperosi e provvisori” strappati all’egemonia dell’economia…in cui le relazioni sociali vengono invertite. Leader-popolari e popolo-leader….sovranità ai Re buffoni,ai Clowns e ai poeti a dispetto di Platone e alla tirannia della Ragione.Una disattivazione dei valori e dei poteri costituiti non come concessione temporanea ma come assunzione mentale e culturale.
Una festa della musica e della danza come liberazione del corpo dai suoi movimenti utilitari ma esibiti nella loro pura inoperosità ,leggerezza e gioco….senza ‘maschere carnascialesche” come neutralizzazione del volto e delle persone reali,autentiche e profonde.
Abbiamo bisogno di comunicare ’significanti’ con valore simbolico o strutturale zero e promuovere azioni,pensieri,idee, sensazioni,sentimenti e cose umane che la “Festa” svuota alleggerisce,rende inoperose,provvisorie per evitare ‘istituzionalizzazioni’ che separano,pietrificano, ricodificano,formalizzano nei classici dispositivi rituali e cerimoniali.
Una Festa dell’arte….. l'arte che apra all'infinito il mondo della significazione: colore, ritmo, profumo, pesantezza, profondità, spessore... Per liberare questa molteplicità nell'unità occorre saper mettere fine a una certa idea di arte romantica con la maiuscola. Ci sono le arti e, con esse, i sensi , il senso dei sensi, e la tecnica, di cui l'arte non è che la traduzione. Questo e gli altri temi concorrono ad affermare che è proprio con le arti che il senso del mondo e la nostra idea di esso sono rimessi in gioco.
La festa della “poesia”…….Le Muse come “genius loci” che circolavano secoli fa per le nostre terre grecizzate prendono il loro nome da una radice che indica l'eccitazione, la tensione viva che s'impenna, si fa impazienza, desiderio o collera, che arde per sapere e fare. Secondo una versione pacata, diciamo: "i movimenti dello spirito" (mens ha la stessa origine). La Musa anima, solleva, eccita, mette in movimento. Vigila più sulla forza che sulla forma. O meglio: vigila con forza sulla forma. Ma tale forza erompe in diverse forme. Si dà, improvvisamente, in forme multiple. Ci sono le Muse, non la Musa. Il loro numero è stato variabile, come i loro attributi, ma le Muse sono sempre state più d'una. È questa origine multipla che deve interessarci, ed è anche la ragione per la quale le Muse, come tali, prestano solo il loro nome, questo nome improvvisamente moltiplicato, così da dare un titolo alla domanda: perché ci sono più arti e non una sola?
La Festa in fine come festa di una comunità e per la Comunità.
Se ci soffermiamo sul significato della parola «comunità», ci accorgiamo che essa è riconducibile, in definitiva, ad un duplice senso: ciò che è in comune ed essere-in-comune.
Se vogliamo, possiamo considerare ciò che è in comune come l’oggetto materiale del vissuto, la comunità stessa o, più precisamente, tutte le sue componenti che devono essere messe in comune. L’essere-in-comune rappresenta invece la modalità di esistenza del libero individuo che partecipa direttamente, insieme agli altri, a ciò che è in comune.
Ua festa per scoprire praticare una “dimensione plurale del collettivo”
È proprio questa dimensione plurale del collettivo (o dei senza comunità) ad essere particolarmente interessante dal punto di vista politico. In questa “molteplicità” si intravede una dimensione in cui la persona non è separata dalla vita, o da se stessa, ma coincide con essa in un sinolo inscindibile di forma e forza, di esterno e d’interno, in cui il soggetto è finalmente norma a se stesso e non deve nulla ad istanze esterne e prescrittive. In altre parole, un unicum, o singolarità, che coniuga il singolare e il plurale nella stessa persona.
Vogliamo vivere nella Festa una idea di “comunità dei senza padri” (e dei senza madri). Correndo anche i rischi di una società anomica, popolata da singolarità anarchiche ed irresponsabili. Per evitare invece un ritorno ai valori consumati , alla personalizzazione della morale e della politica. Il pericolo più grande è invece proprio questo: richiudere la vita nei confini giuridici, vincolandola al dispositivo trascendentale della legge e della ragione, auspicare un conflitto tra una sorta di costituzione materiale e la sua costituzione giuridica, al fine della nascita di una coscienza (che è il sintomo dolente dell’assoggettamento dell’individuo alla legge), in attesa del ritorno dei padri e delle madri.
Le “comunità dei senza comunità” lo fanno costruendo patchwork (insiemi di singolarità e di molteplicità) che non hanno nostalgia delle forme personali della politica (familiari, autoritarie, corporative) e che si cimentano nella sperimentazione di programmi singolari.originali ed autentici.



mauro orlando

giovedì 2 aprile 2009

Elisir d'amore per .........la malinconia come leggerezza

comptine d'un autre été - yann tiersen





.......La gravità senza peso di cui ho parlato a proposito di Cavalcanti riaffiora nell'epoca di Cervantes e di Shakespeare: è quella speciale connessione tra melanconia e umorismo, che e stata studiata in Saturn and Melancholy da Klibansky, Panofsky, Saxl. Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l'io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. Melanconia e humour mescolati e inseparabili caratterizzano l'accento del Principe di Danimarca che abbiamo imparato a riconoscere in tutti o quasi i drammi shakespeariani sulle labbra dei tanti avatars del personaggio Amleto. Uno di essi, Jaques in As You Like It, cosi definisce la melanconia (atto IV, scena I):

... but it is a melancholy of my own,
compounded of many simples, extracted from
many objects, and indeed the sundry
contemplation of my travels, which, by
often rumination, wraps me in a most
humorous sadness.

... è la mia peculiare malinconia
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose.



(Italo Calvino, Lezioni americane)




Elisir d'amore per .....un'Italia normale e democratica


Il Settimo sigillo di Berlusconi.


Le anomalie del ‘centrismo’ nostrano sempre più si stanno rivelando un pasticcio e l’occasione per un possibile trasformismo tutto italiano per la presenza nazionale di un leader unico e tante comparse ossequienti o osannanti.
Le responsabilità personali e le scelte politiche oggi rischiano giocoforza di alimentare il rischio o la possibilità di ingessare ancora una volta dal dopoguerra in poi il processo di ‘normale’ democratizzazione del nostro paese a maggior ragione dopo l’esito scontato del grande evento mediatico più che politico della nascita del PdL berlusconiano.
In Italia i migliori analisti hanno evidenziato che non è mai esistito un vero e proprio partito conservatore di massa schierato a destra ma anche impegnato sul terreno di una democrazia moderna.
Storicamente - sicuramente con merito- questo processo è stato interpretato e praticato da un ininterrotto primato del centrismo democristiano,aiutato ed alimentato da una sorta di ‘guerra fredda’ carsica e sociale che prestava le ‘vie di fuga’ verso un ‘consociativismo’ o un confronto teorico con la sinistra storica e di massa.
Una sinistra costretta per sopravvivere e vivere ad un atteggiamento culturalmente conservatore ed a battaglie politiche e sociali di retroguardia e di difesa di una Carta costituzionale sempre sotto assedio e troppo rigida per affrontare con duttilità e lungimiranza le sfide della democrazia liberale da rinnovare .Una democrazia moderna che finalmente poneva in agenda una politica weberiana della responsabilità coniugata pragmaticamente ad una politica delle convinzione e dei valori non costretta sempre di camminare a rimorchio con una Chiesa testardamente abbarbicata a Principi di verità teologiche politicamente prescrittive e non negoziabili.
L’altanerare indiscriminato e strumentale tra queste due categorie concettuali fondamentali della politica democratica moderna in Italia ha assunto la funzione di una sorta di “maledizione” politologica e politicistica assieme.
Gli anni ottanta in un momento di fertilità istituzionale e politica in presenza della crisi dei partiti e del ceto politico di riferimento hanno fatto seguire al danno o al rimedio possibile …la beffa. L’rrompere sulla scena politica di destra e di sinistra il giustizialismo, l’antipolitica, il populismo degli apprendisti stregoni di destra e di sinistra hanno spianato la strada sulle macerie culturali e psicologiche e sulle paure economiche e sociali a un personaggio come Berlusconi con la sua particolare proposta di riforma della democrazia moderna e della destra italiana (democristiana,liberale,missina e leghista) in commistione subalterna con la difesa dei suoi interessi economici e giuridici personali e privati.
In una situazione postindustriale,postdemocristiana e per alcuni improvvidi analisti postpolitica o postdemocratica tout court, il gioco per Berlusconi è stato facile e senza ostacoli anche per l’attardarsi di una alternativa di centro anacronistica,nostalgica e identidaria e di una sinistra lacerata,sfiancata e incapace di leggere i tempi della nuova crisi e di elaborare e reinventare analisi e proposte nuove ed adeguate a dare proposte concrete per soluzioni pragmatiche e democratiche tout court ad una società sempre più esigente,disorientata e impaurita dalla crisi e dal nuovo che irrimediabilemente avanzava.
Una società sempre più volubile e destabilizzata anche da una informazione ingessata e controllata che ha alimentato o assecondato i suoi caratteri ‘liquidi’ che incentivano un leaderismo con tentazioni populistiche ,antipolitiche e anche sovversive.
Oggi la crisi economica che colpisce il mondo e il nostro paese necessariamente ci imporrà come via d’uscita in avanti un teatro con nuovi attori, nuovi canovacci e soprattutto nuove ‘commedie o tragedie’ da scrivere ed interpretare.
La maschera ‘Berlusconi’ dovrà per necessità storica e fisiologica arricchire la ampia teca del Museo nazionale della Commedia dell’arte in compagnia di Arlecchino, Pulcinella, Brighella ,Pantalone e tanti altri.Si spera prima possibile per il bene presente e futuro del paese.
Da questa recessione economica,culturale,sociale e politica non si esce col passo del gambero o l’atteggiamento dello struzzo e neanche con un possibile “coupe de theatre” dell’istrionico Berlusconi sempre più inattuale ed inadeguato ad interpretare anche il prossimo,complesso e difficile futuro.
La destra ha due possibili e praticabili risorse: Tremonti, sempre più “locale”e meno “globale”,”municipalizzato,leghista progressivo e neoguelfo concordatario” ?ad usum delphini’ ; Fini “laicizzato”,,”pluralista, statalista e istituzionalista”,costituzionale e parlamentare per necessità e convinzione antipadronale.
Ma il problema di fondo resterà comunque l’idea e la pratica di possibile democrazia moderna che destra ,centro e sinistra riusciranno ad elaborare e proporre alla società italiana.
Una cosa è certa dalle crisi e dalle tragedie come quella che oggettivamente stiamo vivendo non se ne esce con vecchi ,imbellettati o liftati ‘capicomici’ che ripropongono vecchi canovacci per sopravvivere a se stessi e ai propri narcisismi o ossessioni reinterpretando nuove o vecchie ‘commedie e tragedie’ per il paese ma solo in forma di ‘farse’.
Mauro Orlando