mercoledì 13 maggio 2026




..........il silenzio


Il termine postmoderno è stato  superato dai tempi. Zygmunt Bauman parla di «società liquida», considerando il prefisso «post» come una negazione, un’opposizione,invece che una continuità .Non  condivido l’idea di società liquida, perché si tratta di un’immagine metaforica, non sostanziale. Tuttavia preferisco parlare di postmodernità, dato che l’epoca moderna è finita. A ben vedere, la parola “epoca” significa in greco "parentesi", qualcosa che è destinato a finire. Le grandi categorie elaborate dalla modernità nei tre secoli precedenti: progressismo, razionalismo, individualismo sono di fatto superate e quindi  inutiulizzabili.Chi insiste e persiste  lo fa con un’ambiguità di fondo:non vogliuono fare i conti conti col al modernità…in fondo  ne sono affascinati e la  vogliono salvare anche senza  difenderla, inserendola in diverse locuzioni che tradiscono questa volontà: ipermodernità, seconda modernità, modernità tardiva o liquida. Invece parliamo di un’altra epoca, per questo  è “post”.È comunque  difficile liberarsi di una definizione che ha avuto”grande fortuna”.Già  Baudelaire ha usato il termine modernità ma solo nel 1848, prima di allora si parlava di post-medievalità. Fra cento anni si deciderà come chiamare il presente, ma per il momento mi sembra giusto definirlo post, qualcosa che viene dopo la modernità.Nei momenti di difficoltà la realtà  che chiamiamo “tramonto” ,”crisi” diviene sfuggente per  il coro dei ben pensanti districarsi  nella complessità del sociale accettando l’uso improprio  e facile  degli “universali “  astratti e razionali o dei kantiani apriori o trascendentali. Oggi la strada non solo psicologica ma epistemologica  ci obbliga    riconciliarsi  con “la tabula rasa cognitiva”  e con “il silenzio” abbandonato alla curiosità e  al mistero. Le parole della filosofia e della scienza  non sono in grado di cogliere il reale, perché esso è fatto della potenza dei sogni, di fantasmagorie, di fantasie. Il reale è sfuggente, ineffabile e giunge a conoscibilità solamente quando prende corpo negli oggetti del quotidiano, nel "divino sociale" o nella “aletheia-verità” nascoste e da svelare . Ma  tentare  di comprendere il ritorno del "sacrale" attraverso l’analisi razionale o logica non basta  a soddisfare  il bisogno collettivo di una comunione emozionale, di una  condivisione e di un riconsoscimento e  scomparsa nell'  “altro”: l'altro della comunità, del cosmo, della deità.Il “ silenzio” , come scelta consapevole  e libera  e non come imposizione ,favorisce la rinascita della dimensione spirituale che una “certa modernità” ha soffocato sotto la spinta del razionalismo della “res cogitans”  piuttosto che “la raison du coeur “ pascaliana .Noi viviamo “le rovine della modernità” con l’occhio archeologico e politico che guarda alle vie d’uscite  e al  futuro possibile e effettuale . I segni di questo passaggio d’epoca non sono evidenti, chiari e certi . E il “conune”,il “sacro”, “il “sentimento”, l”emozione e passione “non meccanicamente sostituiranno l’individuo prometeico, materialista e razionale.”Dopo il rumore e la furia caratteristici dell’epoca moderna, in quella che chiamo la società ufficiosa traspare un desiderio crescente per il silenzio. Esso è il veicolo per tornare ai principi fondamentali di esistenza” Maffessoli.Il postmoderno  a questo punto è la disponibilità a superare  la visione monolitica e solida di un  materialismo ideologico  e antiumanistico che ripropone  il potere dello spirito contro l’economicismo dominante. E la ricerca e un inizio di “silenzio” potrà essere un tratto non definitivo della nuova epoca. “Questa tendenza la ritroviamo in molte pratiche giovanili oggi sempre più diffuse come il ritiro, i pellegrinaggi di vario genere, la preferenza per letture religiose e filosofiche” Maffessoli.Il “mondo nuovo” è stato l’epoca della velocità, frenesia, delle macchine che coprivano di rumori i momenti del raccoglimento e del silenzio.Il silenzio si libera dalle catene  della sua “emarginazione” che Max Weber aveva considerato come momento di “razionalizzazione generalizzata dell’esistenza” come “disincanti del mondo”.La realtà sottomessa alla ragione e  ogni cosa doveva dare la propria ragione d’essere. Insomma tutto poteva essere detto e niente doveva restare immerso nel mistero non come forza innegabile di conoscenze autentiche . Dopo l’abbuffata  razionalista in agenda resta la voglia e il senso  di cogliere il reale nella sua interezza e la lingua primaditutto  esige ripensare attraverso la lingua della poesia  ad una realtà rachitica e superficiale promossa dall’economia,dalla tecnica ,  dalla politica, dal sociale. La ricerca e l’esigenza dell Essere  della filosofia  crea equivoci e fughe verso nuove metafisiche  come scienza.Ricominciamo  a sostituire nei nostri stili di pensare, sentire e vivere questa realtà impoverita con un “reale” gravido di miti, di simboli e degli aspetti misteriosi ed emotivi dell’esistenza umana.Nel nostro reale vitale, esistenziale ed attivo bisogna ritrovare primaditutto  le parole che conducono alla parola fondatrice, che nella tradizione è il “logos-verbum” nella sua dimensione ricca e dinamica di “potenza e evento” che non si fanno necessariamente “ atto, forma ”.Ogni occasione di ritrovarsi in “comunità provvisorie” pone il problema organizzativo  che promuove “ liturgia, ruoli e gerarchie”come  importanza del rituale che non ha bisogno necessariamente di essere compreso e ipostatizzato  ma vissuto come esperienza  di “cura di sé e degli altri”. Una nuova e rinnovata “ritualità” come una sorta di drammaturgia dei corpi individuali che sentono la necessità entropica e koinonica di sentirsi  incastonati nel corpo collettivo non in modo definito e solido.E questo senso che la parola “liturgia”,  torna al suo senso non solo etimologico ma naturale  di “azione del popolo” , che la teologia delle origini  chiama corpo mistico…nel senso di “sacro”  non solo come prfigurazione della “fine dei tempi” ma  ma del “profondo auitentico dei tempi” come “l’aura” nella poesia.L’armonia tra  silenzio,mistero,sacro nella esperienza comunitaria  comunitario è un legame fondante e non separazione autistica individuale ecoreale .Il mito, il mistero, il sacro  è ciò che unisce tra loro ogni esperienza  di “iniziati”  che tendono alla comunità e al cenobio .In queste esperienze  non è necessario che l’unione, la koinonia, l’armonia , l’empatia, la comunione  si esprima con le parole anche poetiche e percettive , ma con un vissuto condiviso anche provvisoriamente . Il silenzio è uno degli elementi strutturanti l’amore e dunque anche il legame comunitario.”C’è comunione a partire da ciò che non si dice ma che si vive insieme- scrive Maffessoli- La tradizione monastica ne è un esempio” . E’ proprio dell’Ordo amoris  medioevale che bisogna ripartire per ricreare  stati cominitari  nel postmoderno che ci piace. Il nostro desiderio anche smodato di sentirci legati agli altri nel senso che assume l’origine di ogni religione come esigenza  di legare e legarsi agli altri in una provvisoria continuità che non necessariamente  si dà forma, statuto, regole e organizzazione  fissa.Con la fine del moderno il legame con gli altri diventa costitutivo della persona che prenderà il posto dell’individuo moderno proprietario e autistico.Viviamo non più le grandi utopie del 900 finite nei “totalitarismi politici” avendo abbandonato la “visionarietà dei sogni” oggi non ci resta  che ripartire dai margini, dagli abbandoni, dalle crepe, dalle frane  del moderno per superare l’allontanamento dal futuro e un vissuto tutto incenttrato in un presente senza prospettive o vie di fuga o di uscite certe.Siamo costretti a vivere le “ varie ed eventuali “utopie interstiziali” che non riguardano il tempo lontano,desiderato o pensato, ma se consumano , bene o male , nel presente politico, artistico, musicale, sportivo ,religioso.Il futuro è diventato così incerto e deviante  che conviene neanche pensarlo ma dimenticarlo.Ogni  epoca, come anche la nostra, deve compiere il suo ciclo , e noi dobbiamo viverla in modo attivo e consapevole nelle sue pause e nei suoi silenzi  più che nelle babele delle sue parole.Non rispondiamo alle parole rumorose e i pensieri corti di Salvini, di Maio o Trump e sovrapporre le nostre alle loro voci inautentiche.Mi chiedo spesso come esercizio consolatorio come chiameremo anche noi , trascorso il tempo della nostra scelta di  silenzio paesologico , il tempo successivo a questo attuale. In fondo Baudelaire aveva, nel 1848, inaugurato la modernità da cui si attendevano grandi prodigi e l’alba di una nuova civiltà. Noi la nostra l’abbiamo bruciata in meno di un secolo e mezzo!Il silenzio- quelle che non siamo e non vogliamo-  permette di non pronunciare azzardi che possono compromettere la realtà concreta e la nostra effettiva vita personale e comunitaria nel suo svolgersi . Le parole invece sanno essere violente e creare relazioni tutt’altro che pacifiche.E noi per cautelarci e darci un senso abbiamo privilegiato le parole della “poesia” anche rispetto alla “filosofia” e alla “teologia” politiche. Viviamo il concreto presente come “sognatori pratici” ma  in una dimensione guardinga,dubbiosa e sospettosa  privilegiando gli aspetti emozionali anzichè razionali.

Forse questo ci permetterà di ritrovare lo spazio del “sacro” in una vita  che non vuole  essere mistica o ascetica  ma attiva e sacra però al di fuori dalle chiese e dai precetti, che ci aiuti a reinterpretare i rapporti umani ed a ritrovare la nostra perduta sensibilità solidale.

di mauro orlando


 


La lentezza è la cifra della poesia ......e della mistica del ricordo  .......un'angelo appena in Paradiso  e la sua  lentezza nello spazio
dilatato all'infinito e nel tempo immobile di una danza ...... al di là del  progresso come cifra della
modernità....che in quanto  tale implica la sempre più veloce erosione del passato ...e del presente
come consumo immediato ....l'illeggibilità del mondo e degli uomini una consuetudine
effetto dell’impetuoso sviluppo produttivo delle risorse disponibili ....sforzo di unificare ciò
che apparentemente sembrerebbero quantità inconciliabili : potenza e precisione . L’azione
poetica consiste sempre per il poeta autentico in lente progressioni, in circonvoluzioni
avvolgenti, in avvicinamenti circospetti e, tuttavia, ambiziosi......il pensiero poetante è lento
nel giungere alla totalità e la profondità di un oggetto o di una persona e ....alla totalità e
profondità sacrifica la possibilità di perdere e di perdersi nel gorgo della dinamicità lenta
della natura legata alla categoria dell'infinito e dell'eterno temporale . La verità ....
.....come anima profonda che ama nascondersi si coglie attraverso la linea serpentina della
bellezza , la “lunga impazienza” durante la quale si tessono “i leggerissimi sistemi” della
creazione artistica , non certo mediante la malia ansiosa della facilità ....superficiale ed
immediata . Artefici sono alberi, foglie , un pezzo di pane , un volto vissuto, una mano ,un
paesaggio, un solco , una spiga di grano..... I poeti sono rigorosi costruttori di improbabilità,
immediatezze e attese .... coloro la cui intelligenza percettiva e creativa si rivela "dans un
ordre insensé ",cercando e raccontando il senso e il non senso....coloro che sanno
improvvisare, sognare , fantasticare senza smettere di pianificare o di pensare. Il fare
poetico coincide con il pensiero e l’intelletto si palesa come poesia.Pensare poetante e
poetare pensando senza un ordine e un tempo lineare ma immobile. Per questo motivo, le
immagini della poesia coincidono con quelle della mente e le parole non possono che
essere subordinate ad esse. Ha scritto Chateaubriand che “si dipinge bene il proprio cuore
soltanto attribuendolo a un altro” (Memorie d’oltretomba). Un altro visionario poetico del
secolo scorso .....il controverso e incompreso Valéry, tuttavia, pur scrivendo cose simili
nello spirito visionario a quello dello scrittore romantico, sembra quello di sostituire coeur
con cerveau e, soprattutto, di attribuire al proprio tutti i cervelli altrui possibili. Il suo punto di
partenza è sempre quello con cui si chiude la narrazione della vita intellettuale di Monsieur
Teste "Si tratta di passare da zero a zero" è in quel tempo e quello spazio immobile che
lievita la poesia oltre il tempo e allo spazio della scienza e della metafisica......sono i silenzi
e i tempi morti della danza tra le pause ...leggere e vuote della musica....e dello spazio....

 

martedì 12 maggio 2026


 Ed egli rispose:

La vostra gioia è il dolore stesso senza maschera.
E la fonte stessa dalla quale scaturisce il vostro riso, è stata spesso piena di lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più a fondo scava il dolore nel vostro essere,tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa che è stata cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che placa il vostro spirito, lo stesso legno che è stato svuotato dal coltello?
Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo quello che vi ha procurato dolore a darvi gioia.
Quando siete tristi, guardate ancora dentro di voi e scoprirete di piangere per quella che è stata la vostra gioia.

Alcuni vi dicono: la gioia è più grande del dolore, altri invece: no è più grande il dolore.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Procedono di pari passo e se l'una a tavola siede accanto a voi, ricordatevi che l'altro dorme sul vostro letto.
In verità, siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, state fermi in equilibrio.
Se il tesoriere vi alza per pesare l'oro e l'argento, necessariamente gioia e dolore devono a turno alzarsi o ricadere

Da - Il profeta - Kahil Gibran

sabato 9 maggio 2026


“Oggi il discorso amoroso è di una estrema solitudine», diceva Roland Barthes. E il suo oggi era ieri, figuriamoci l'oggi-oggi, dove ormai il discorso amoroso è di una estrema sintesi, poco più di una chat. Se tuttavia sopravvive in voi qualcosa di pateticamente analogico, se siete degli inguaribili feticisti della carta e dell'inchiostro o dei lettori assidui di Alberoni, aspettate a formattare il vostro cuore. La salvezza è in un libro trovato per caso – come tutte le gioie o le disgrazie – in un mercatino dell'usato.
Un libro che svolge la preziosa funzione sociale che un tempo avevano i soldati che in cambio di qualche sigaretta scrivevano appassionate lettere d'amore per i commilitoni analfabeti.
Per rispetto (e decenza) ometterò i particolari del colophon e dirò solo che l'opera è stampata da una sconosciuta casa editrice a conduzione familiare. Infatti adottando per questa famiglia il cognome di fantasia "Esposito", il libro risulta scritto dalla Sig.ra Assunta Esposito con una prefazione del Sig. Pasquale Esposito, suo marito, e con l'impaginazione di Diego Esposito, che mi piace immaginare figlio della coppia.

Ora, poiché questo frasario amoroso è un testo capitale che meriterebbe come minimo un ponderoso saggio di Umberto Eco, mi limiterò ad alcuni cenni sulla struttura dell'opera, per poi citare brevi estratti, anzi, frammenti, da un epistolario amoroso.
La silloge è composta per metà da una selezione di lettere di grandi autori del passato (Oscar Wilde, Wolfgang Amadeus Mozart, Napoleone, per citarne alcuni) e per metà da lettere inedite, precedute dalla prefazione del signor Pasquale Esposito che, ben conscio della complessità dell'argomento, mette subito in guardia il lettore: «Scrivere una lettera d'amore è una cosa non facile». Molto bene, umiltà prima di tutto. Poco più avanti, al paragrafo intitolato «La motivazione: perché scrivere una lettera d'amore» ci avverte che «Se la risposta è perché si è innamorati, in alcuni casi può non essere una buona idea». Lo credo anch'io. Soprattutto attingendo al campionario pubblicato in queste pagine. Ebbene, non occorre aggiungere altro. Avrete ormai capito che l'importanza di questo testo è indiscutibile, l'utilità immediata: se l'amante è diventata troppo esigente, se non trovate le parole per dire a vostra moglie cosa pensate di lei, se avete uno stalker che vi perseguita da anni, non avete che da copiare e imbustare, e il discorso amoroso tornerà a essere – finalmente – di una solitudine estrema.

 


 

mercoledì 21 maggio 2025


 pensieri da   passeggio


 

 Michel Foucault ha mostrato come il costituirsi dell’individuo moderno sia legato a una forma di soggettività precaria. La sua precarietà consiste precisamente nella rinuncia ad una forma “più felice” di costruzione di sé, radicata nel rapporto specifico che ha scelto di intrattenere con la verità. Riferendosi continuamente ad essa, cercando di trarla fuori da sé, dove suppone che risieda, il soggetto della relazione di potere si imbriglia in forme di assoggettamento e non riesce a liberarsene se non reiterando la trasposizione di se stesso in oggetto. Quest’ultima é attuata attraverso il discorso, il parlare di sé, il vedersi come soggetto e insieme come centro di conoscenza.

Assumendo come modello del potere e delle sue relazioni un modello essenzialmente giuridico-repressivo, il soggetto continua a riproporsi come oggetto di quel sapere che suole opporre al potere, mentre realizza su se stesso un’involuzione etica.

Foucault pone l’attenzione su quelle pratiche che il soggetto, in quanto prodotto storico, ha utilizzato, anche inconsapevolmente, per costituirsi, e fissa i punti di rottura che hanno spostato le modalità di soggettivazione a concentrarsi in sistemi di assoggettamento. Lo studio delle forme storiche di soggettività che si sono succedute nel tempo è utilizzato in chiave critica del presente, di quell’attualità che serve al soggetto per assumere un atteggiamento di sfida dei sistemi di verità che lo vogliono imprigionato in un unico modo di essere, il non poter essere “altro”.

Il soggetto deve ritrovare un modo di vivere ascetico, nella misura in cui il termine rimanda a un lavoro di sé su sé che si dà anche in un esercizio “estetico”. Aspetto politico ed etico dovrebbero coincidere in un’”estetica dell’esistenza” come rivalutazione del “rapporto” con la “verità” nella misura in cui essa stessa si pone come “rapporto” che é all’origine dell’elemento ascetico produttivo di alterità. È qui che la ricerca di Michel Foucault incontra quella di Pier Paolo Pasolini.

-La responsabilita’ della verita’ sul soggetto

« […] L’oggetto della mia ricerca sono stati i tre problemi tradizionali: ’’primo, quali siano i rapporti che noi instauriamo con la verità tramite quei “giochi di verità” che sono così importanti per la civiltà e nei quali fungiamo sia da soggetto che da oggetto; secondo, quali rapporti abbiamo con gli altri attraverso quelle strane strategie e quegli strani rapporti di potere; e terzo, quali siano le relazioni tra verità, potere e sé. […] cosa c’è di più classico di queste domande e di più sistematico del passaggio dal primo problema al secondo e poi al terzo per ritornare infine al primo? (1) »

Per definire il tipo di condizionamento che interessa l’individuo nella relazione con gli altri e con se stesso, Foucault utilizza il termine “tecnologie”, che designa quelle pratiche associate a particolari forme di dominio, e implicanti specifici metodi di educazione e modificazione delle sue capacità e dei suoi atteggiamenti (2) . Foucault indica quattro tipi interdipendenti di tecnologie, tra le quali figurano come ultime

«le tecnologie del potere, che regolano la condotta degli individui e li assoggettano a determinati scopi o domini esterni, dando luogo a un’oggettivizzazione del soggetto; le tecnologie del sé, che permettono agli individui di eseguire, con i propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima - dai pensieri, al comportamento, al modo di essere - e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi […] (3)». 2


mercoledì 19 marzo 2025


 parlare  con te è un pò come pregare Dio.....è come morire .....cercare e assimilare nuove emozioni oltreumane.....un ricordo ...un piacevole e doloroso ricordo è come un presentimento di un possibile abbracciare niente ...nessun segno ...nessuna voce riconosciuta ....e sotto ogni segno una immagine nebbiosa...una parola usuale ....come stai e come va ....parole di un racconto fantastico e fantascientifico....e nella realtà esiste sempre una immagine eun racconto  che nessuno vedrà mai  e ascolterà mai .....forse il sogno  o meglio la poesia  perchè è più  generosa  e vera  può invitare anche gli altri a vederla e ascoltarla con fonemi misteriosi e angelici  

lunedì 17 marzo 2025



appunti ritrovati in un vecchio tacquino  abbandonato in un cassetto.......le donne sono ottime madri  e mogli  ma la stanchezza le frega  quando abbassano la soglia dell'attenzione e  della riflessione...perchè quest'ossessionato richiamo alla scoperta dell'altro...gli altri sono da sempre li davanti a te  e non c'è bisogno doi scoprirli.....vedere una persona e percepire una classe, massa o una folla....le aspettative di visione del mondo partendo da un proprio universo mentale ...empatia non è sempre  capacità di partecipare  o accettare i sentimenti ,le passioni , i dolori degli altri attrezzando lo sguardo o cercando le  parole giuste...non è qualcosa di istintivo o qualcosa puramente sentimentale...essa giunge a compimento solo se coinvolge tutta la mente con il riconoscimento dell'altro come essere umano pensante ....uno spasimo utopico...velocità della luce  dei neutrini che producono il pensiero.. voglio sapere che strada devo prendere  a quel bivio....tutto dipende da dove intendi andare e perchè.....chiedilo al cappellano matto ...la apazzia dei grandi uomini non può essere lasciata sola.....scappa lupo ti inseguono...ci sono sentimenti passioni e virtù usurate ...io vivo nelle mie dita che pensano sulla tastiera del mio computer....oggi mi sono fermato a guardare la primavera nei suoi primi segni  e ci ho camminato sopra...pensando al mio autunno  di sfondo e ai possibili inverni del mio scontento ...
mercuzio     

 

mercoledì 26 febbraio 2025




 Mai come negli ultimi tempi la discussione su cosa sia l’Occidente, sulla sua “crisi”, “declino”,

“tramonto”, o addirittura “autodistruzione”, è particolarmente fervente, almeno in certi

ambienti intellettuali, quelli più o meno (ma non solo) conservatori.

Non solo in Italia (si pensi al vivacissimo dibattito culturale francese, per esempio). Non è un

dibattito nuovo, ma risale come minimo a un secolo e mezzo fa, diciamo alle spericolate

avventure intellettuali di Friedrich Nietzsche. Ma a intensificarlo è stata sicuramente

l’accelerazione che la storia sembra aver preso negli ultimi trent’anni, in seguito ai processi

che vengono generalmente etichettati come “globalizzazione”. Soprattutto alle crisi che

l’hanno costellata, da quelle generate dalla sfida terroristica sino alla crisi pandemica, senza

dimenticare quella economico-finanziaria.

D’altronde, cosa è la globalizzazione se non l’apice della modernità occidentale, il momento

in cui anche le forze portanti che l’hanno trainata (la scienza-tecnica fondata

sull’”oggettivazione” del mondo), e gli ideali connessi (il Progresso) sembrano radicalizzarsi

pronti alla battaglia finale. Radicalizzarsi, ma anche paradossalmente convertirsi nel loro

contrario: la Ragione (seppur tecnico-strumentale) in irrazionalismo e relativismo;

l’oggettivazione del mondo nella sua “immaterializzazione” o “de naturalizzazione” (a cui

sembrano alludere ideologie come quella gender).

E infatti molti ritengono che la crisi la si possa “risolvere” solo ritornando in qualche modo ai

valori premoderni (Del Noce, Macintyre), al contrario di chi insiste (come fa Habermas che

poi però contesta alcune conseguenze della sua posizione) sulla modernità come “progetto

incompiuto”.

Altri (Heidegger, Severino), più radicalmente, vedono il declino già inscritto in nuce negli

albori dell’Occidente, in idee confermate poi dallo stesso cristianesimo, nel cui orizzonte si

svilupperebbero pure, e contrario, l’illuministica modernità (è il cosiddetto paradigma della

“secolarizzazione”). Altri ancora (Esposito ad esempio) hanno messo in luce la

complementarietà fra le ideologie del “compimento” dell’Occidente (Hegel) e quelle della sua

“crisi” .

Ovviamente, in questa breve nota, non si vuole prendere posizione, ma solo sottolineare, da

una parte, la complessità del tema, non riducibile alle opposte ideologie politiche sulla “crisi”

dell’Occidente; dall’altra, fare una constatazione. Che è questa: in tutte le dispute

l’Occidente viene considerato in rapporto a ciò che è stato o a ciò che sarà, in base alla

storia. Ed è alquanto paradossale perché Occidente, il luogo dell’occàso, cioè di dove

tramonta il sole, dovrebbe essere prima di tutto un “luogo” geografico, spaziale, più o meno

esteso o estendentesi (la globalizzazione è stata anche vista come una “occidentalizzazione

del mondo”).

E se Occidente fosse invece, appunto, prima di tutto un concetto di tempo e non di spazio?

Se a farlo sorgere non fosse proprio una particolare concezione della temporalità, quella che

vede il tempo come una retta e che vuole consumare il tempo accumulando diritti,

realizzazioni, progressi, eventi, in un vortice di novità che diventano fini a se stesse? Anche i

“reazionari”, in fondo, vogliono andare avanti, seppur per tornare indietro. Una suggestione,

ma dà da pensare


 I libri di Franco sono la storia di una amicizia particolare tra chi scrive le tue idee e i tuoi sentimenti di “ irpino della diapora” a cui a volte hai voglia di farne “ la tara” “ per abundantiam cordis” Le idee che mi sono piaciute discutere alla casa della paesologia di Trevico e nei bei giorni di Aliano cercando sempre di non incorrere di fatto nel pericolo di essere catalogato tra gli “ opinionisti e i problematici militanti e disfattisti”.

Ho necessità di rilevare la generale e diffusa consumazione del tradizionale lessico della estetica ...della letteratura e dell politica e della necessità di una loro riformulazione. Tuttavia, tale riformulazione deve scavare nel contenuto del lemmi fondamentali della filosofia e della poesia occidentale non con l’intenzione di operarne una “Überwindung” un oltrepassamento niciano o heideggeriano capace solo di congedarvisi,o contrapporvisi dialetticamente ma con quella di rivelarne il lato ancora “impensato”. ...e .mettersi sul “ camino activo” dello “svelamento...percettivo o riflessivo”.Per condurre a termine questo progetto, bisogna situarsi all'incrocio di campi concettuali e linguistici differenti: la filosofia e la poesia …” sophia e poiesis” …” sorelle nemiche” della vita materiale e spirituale.
L’ esperienza paesologica ….nella categoria di
“ arrendevolezza” del suo “ sapere” si attesta su un atteggiamento di riflessività nel mondo giocato sulla triade concettuale di Communitas, Immunitas e Bios. Il nodo problematico principale di questa rivisitazione è quello della “comunità”: “comunità” è , fuori da ogni influenza comunitaristica, come ideale astratto o utopistico otto-novecentesco ma come ciò che gli individui semplicemente sono quando sono assieme. Ma che cosa vincola gli individui gli uni agli altri entro una medesima comunità? È una sorta di “debito”, di onere, a farlo: quando questa obbligazione reciproca collassa, allora gli individui si “immunizzano” reciprocamente, trasformando la originaria communitas in immunitas.Tante sono le forme di immunizzazioni anche di carattere poetico, filosofico o politico. Il che vuol dire che gli individui si associano in comunità già risentendo della possibilità della rottura del vincolo comunitario. È per questa ragione che essi stringono reciproca relazione scambiandosi oneri e doveri. La comunità, cioè, si raccoglie in sé immunizzandosi dall’immune, da ciò che è fuori della comunità e per questo la espone a un rischio. È a questo punto, si può dire, che fa il suo ingresso nel discorso la traccia biopolitica: la mancanza che segna oggi in profondità gli individui riguarda la loro stessa sostanza di esseri viventi, per cui è soltanto attraverso la biopolitica – una politica che trattenga in vita la vita – che la comunità può raccogliersi in sé immunizzandosi dall’immune. È questo a fare della comunità contemporanea, ormai pienamente globalizzata, qualcosa dal volto diverso rispetto a quello del passato.
La paesologia quindi non deve incorrere nel facile pericolo di fondare il suo “ sapere esistenziale” sulla categoria della “contrapposizione” della dialettica “ amico-nemico” tra “ percettivi e logici” tra filosofia e filosofia e accettare la reversibilità tra “poesia pensante e pensiero poetante” .Il resto viene da solo spontaneamente e riflessivamente.
mauro orlando

sabato 16 novembre 2024

 



Sulla tua  tomba disadorna …la scritta : “Amavo certi  giorni! Ciascuno esattamene come tutti gli altri .” Mai pensato di doverla  augurare  … un giorno di riposo eterno di pace. Bisogna avvertire la minaccia alla vita per sentire la mancanza dei quieti giorni amati e perduti inutilmente. Bisogna aver perso la pace interiore ...eudaimonia ... per sentire tanto  la mancanza di quei giorni  a volte detestati perché troppo pacifici, troppo uguali gli uni agli altri e perciò noiosi. Quando la vita fallisce, quando si sente trascinata verso il basso, niente sembra più bello di una sfilza di giorni tutti uguali, quando basta una carezza a proteggerti e niente sembra più desiderabile di un enviable emptiness, un vuoto invidiabile. La vita è un peso ma la morte è un vuoto ancora più pesante. L’inverno è la stagione del tempo del morire .  La morte infondo è la proprietà delle cose naturali che si rinnovano solo nell’eternità. Solo ciò che non è naturale non muore. “Le foglie morte posavano sulle pietre; / non c’era vento che le sollevasse.” L’anima non è naturale  come pensava Democrito. Solo perché può pensarla chi resta dopo la morte del nostro corpo ….e sa che dopo l’inverno in natura c’è ancora la primavera e l’eterno ritorno degli eguali e dei diversi .


martedì 29 ottobre 2024

 



 erano parole di luce di sole di articolare dolcezza e colore che scuotevano la vista  e rischiaravano la lentezza di una quotidianeità intorbidita  e lenta ....la mente si muoveva  all'interno di insoliti  orizzonti di  curiose ricerche  della lingua che ricorda i suoi momenti di gloria  presso l'Essere che umanizzava le cose  e gli oggetti senza vita nei momenti di gratitudine  verso le parole e le cose in unione spirituale prima dell 'Arca....un Dio con particolare dedizione  all'esistenza  umana  nella sua fuga  dall'Olimbo verso la vita terrena ...parole riempite di saggezza consegnata ad una ragione senza il soffio vitale dello Spirito.....uno svelamento della verità nascosta con una penetrante fantasia poetica nella forza creatrice e trasformatrice della parola come rifugio  dopo il diluvio ...e col sole la luce e la parola rinnovata che confessa gli aspetti intimi di sè gettata in un mondo di voci differenti con uno sguardo interno agli eventi e le sue forme....unione indissolubile e encomiabile del tutto che la poesia propone al mondo intero...i misteri e i miracoli delle parole ...carezze nelle radure quando il mondo si speza e si perde  e ci assale la paura  del bosco e suoi sentieri  senza segnavie  e il mare si chiuse davanti a Mosè e si ritrasse dall'Arca ...

...ed io  ti guardavo nel sogno  e mi si apriva il mondo  nel tuo corpo turbato e desideravo straiarmi accanto a te ....essere in te ....essere te  come tante volte ....

 Una  specie  di introduzione

....dal quale eccezionalmente non si ricava nulla 

sull'Atlantico un minimo barometrico  avanzava in direzione orientale  incontro ad un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza  a schiavrlo  spostandosi verso Nord......le isoterme e e le isotere  si comportavano a dovere .....

ed io voglio parlare di te ...notte

senza veli e pudori 

notte di corolle lunari

di durezze ed arsure

promesse ed attese

e segreti sogni 

tra malie e risvegli 

e ricominciare a parlare 

di albe e tramonti

saturi e colmi di silenzi

sereni e caldi di futuro


domenica 8 maggio 2022

«un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico,
bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola:
la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente,
di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla. »

Bisogna  comunque  distinguere l’immagine dall’immaginario e cioè la distinzione fra l’amato/a e l’amore asserendo che si ama più l’amore che l’amato stesso individuando come conseguenza la “fertilità” dell’attesa dell’amato e della sua assenza.
Mi fa pensare a Lacan e la sua concezione di desiderio secondo cui noi desiderando di amare una persona non facciamo altro che sostituire come oggetto del desiderio qualcosa che è assolutamente irraggiungibile ed inesistente (il paradiso) con qualcosa di tangibile ed a portata di mano e di sensi.


 

martedì 8 marzo 2022


 

Il sacro: esperienza e immanenza

Il sacro costituisce senz'altro uno dei temi la cui presenza è pervasiva nell'opera di Bataille e che continuamente riemerge anche là dove non è atteso. Si pensi ad esempio all'importanza che il sacro ha in una raccolta di saggi letterari qual è La letteratura e il male, uno tra gli ultimi libri da lui pubblicati1. Tuttavia il termine sacro deve essere assunto come una di quelle che egli indica, ne L'esperienza interiore, con l'espressione “parole scivolanti”2, così come ad esempio dépense, eterogeneo, sovranità ma anche poesia, silenzio, erotismo. Si tratta di parole che, nell'indicare quanto sempre di nuovo si sottrae alla presa oggettivante del linguaggio, devono continuamente sfuggire dal luogo in cui si pensava di fissarle in un significato definitivo, mantenendosi però su quel limite oltre il quale il processo della significazione si dissolverebbe nel silenzio di una totale assenza di comunicazione. Ne consegue che non è possibile ricavare, dalle numerose pagine che Bataille scrive nel corso degli anni su questo tema, una definizione univoca del sacro, come degli altri termini ad esso connessi, si tratta piuttosto, richiamandoci a quanto egli afferma introducendo la voce informe nel Dizionario della rivista Documents3, non di dare il senso delle parole ma di far emergere il loro compito. A condizione che ciò non vada inteso tuttavia come un'operazione di riduzione del linguaggio ad un insieme razionale di strumenti, ma, proprio al contrario, nel vedere nelle parole la risposta a impellenti bisogni affettivi dell'essere umano.

venerdì 18 febbraio 2022




alla ricerca di Parmenide  e Zenone

una giornata   di attese  e curiosità con i piedi che calpestavano la terra  di Parmenide e Zenone a ricostruire  la quotidianeità  di due pensatori  essenziale   per  lo sviluppo  ulteriore della nostra cultura  mediterranea ed occidentale....due diversi modi di  usare il "logos"  uno alla ricerca dell' Essere  ...che non può non essere  e l'altro  a spaccare in quattro le parole e le idee  in nome del paradosso, dell'antinomia o dei paralogismi.....è il doppio della nostra cultura occidentale  che si costruisce in questa piccola polis  di greci rifugiati  dalle guerre che infestavano il mediterraneo in quegli anni  con i cartaginesi....una vita quotidiana vissuta dal popolo comune  tra riti e miti che ci parlano  dei modelli di accadimento archetipi, avvenuti in un passato originario che ci hanno permesso  in questo modo  di riappropriarcene, inserendoci  armoniosamente in un tempo  che si  ripeteva  in  un eterno e infinito  cosmo naturale . Phisis  e logos  in conflitto o in armonia . E' dai loro  dialoghi o conflitti  che nasce il pensare degli albori della nostra civiltà filosofica greca con una  frattura metafisica tra due ordini di realtà diversi: quello divino, archetipo, eterno, immutabile; e quello umano, transeunte, instabile e dipendente dal primo, che ne costituirebbe l’origine 
Sulla scorta di quanto osservato crediamo sia allora possibile cercare di leggere nella concezione parmenidea dell’essere un momento di raccordo e di formalizzazione tra i differenti e dispersi livelli e formazioni discorsive che hanno caratterizzato la fase arcaica del pensiero, e che fa al tempo stesso scaturire un sistema enunciativo estremamente forte ed efficace. E allora  si può affermare  che l'Essere parmenideo  come la base  del principio di non contraddizione e della logica astraente. La dottrina dell’essere – quale è ricostruibile dai frammenti pervenutici – fornisce, infatti, delle precise regole di formalizzazione di ogni discorso futuro, che voglia assurgere al carattere di discorso vero, tale in quanto fondato. Pensare è pensare l’essere: il dire è il dire l’essere nella forma del pensiero, poiché "(…) infatti lo stesso è pensare ed essere".
Partendo dall’oggetto del proprio discorso  Parmenide giunge a caratterizzare il modello del proprio argomentare: essere e pensiero sono omologhi e il disvelamento dei caratteri dell’uno coincide con il fondamento dei caratteri dell’altro.
I termini con i quali Parmenide tratteggia l’Essere sono oramai universalmente noti, ma su di un frammento in particolare crediamo sia doveroso soffermarsi nuovamente dove si  afferma, infatti
.....l’uno che è e che non è possibile che non sia,
....l’altra che non è e che è necessario che non sia

Normalmente il passo viene interpretato come la prima formulazione del principio di non contraddizione, che fonda la necessità del discorso logico, differenziandolo da ogni argomentazione di tipo non razionale, ovvero pre-logico, mitico. Se, tuttavia, lo riconduciamo allo sfondo dell’insegnamento orfico, risulta possibile una lettura tendente ad annullare la distanza tra logos e mythos.

La liceità di questa interpretazione si appoggia su due gruppi di testimonianze. Il primo gruppo insiste sull’attributo di pitagorico costantemente riferito a Parmenide: " Quivi nacquero i pitagorici Parmenide e Zenone" e ..." giunsero ad Atene Parmenide e Zenone, maestro il primo, scolaro il secondo, eleati l’uno e l’altro, non solo, ma facenti anche parte della scuola pitagorica" . "Zenone e Parmenide, gli eleati: anche costoro appartengono alla scuola pitagorica" .Stessa scuola di fondo  di ordine della phisis pitagorica esiti diversi  nell'uso della filosofia  come amore per il "logos".