martedì 12 maggio 2026
Ed egli rispose:La vostra gioia è il dolore stesso senza maschera.
E la fonte stessa dalla quale scaturisce il vostro riso, è stata spesso piena di lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più a fondo scava il dolore nel vostro essere,tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa che è stata cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che placa il vostro spirito, lo stesso legno che è stato svuotato dal coltello?
Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo quello che vi ha procurato dolore a darvi gioia.
Quando siete tristi, guardate ancora dentro di voi e scoprirete di piangere per quella che è stata la vostra gioia.
Alcuni vi dicono: la gioia è più grande del dolore, altri invece: no è più grande il dolore.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Procedono di pari passo e se l'una a tavola siede accanto a voi, ricordatevi che l'altro dorme sul vostro letto.
In verità, siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, state fermi in equilibrio.
Se il tesoriere vi alza per pesare l'oro e l'argento, necessariamente gioia e dolore devono a turno alzarsi o ricadere
Da - Il profeta - Kahil Gibran
sabato 9 maggio 2026
“Oggi il discorso amoroso è di
una estrema solitudine», diceva Roland Barthes. E il suo oggi era ieri,
figuriamoci l'oggi-oggi, dove ormai il discorso amoroso è di una estrema
sintesi, poco più di una chat. Se tuttavia sopravvive in voi qualcosa di pateticamente
analogico, se siete degli inguaribili feticisti della carta e dell'inchiostro o
dei lettori assidui di Alberoni, aspettate a formattare il vostro cuore. La
salvezza è in un libro trovato per caso – come tutte le gioie o le disgrazie –
in un mercatino dell'usato.
Un libro che svolge la preziosa funzione sociale che un tempo avevano i soldati
che in cambio di qualche sigaretta scrivevano appassionate lettere d'amore per
i commilitoni analfabeti.
Per rispetto (e decenza) ometterò i particolari del colophon e dirò solo che
l'opera è stampata da una sconosciuta casa editrice a conduzione familiare.
Infatti adottando per questa famiglia il cognome di fantasia
"Esposito", il libro risulta scritto dalla Sig.ra Assunta Esposito
con una prefazione del Sig. Pasquale Esposito, suo marito, e con
l'impaginazione di Diego Esposito, che mi piace immaginare figlio della coppia.
Ora, poiché questo frasario
amoroso è un testo capitale che meriterebbe come minimo un ponderoso saggio di
Umberto Eco, mi limiterò ad alcuni cenni sulla struttura dell'opera, per poi
citare brevi estratti, anzi, frammenti, da un epistolario amoroso.
La silloge è composta per metà da una selezione di lettere di grandi autori del
passato (Oscar Wilde, Wolfgang Amadeus Mozart, Napoleone, per citarne alcuni) e
per metà da lettere inedite, precedute dalla prefazione del signor Pasquale
Esposito che, ben conscio della complessità dell'argomento, mette subito in
guardia il lettore: «Scrivere una lettera d'amore è una cosa non facile». Molto
bene, umiltà prima di tutto. Poco più avanti, al paragrafo intitolato «La
motivazione: perché scrivere una lettera d'amore» ci avverte che «Se la
risposta è perché si è innamorati, in alcuni casi può non essere una buona
idea». Lo credo anch'io. Soprattutto attingendo al campionario pubblicato in
queste pagine. Ebbene, non occorre aggiungere altro. Avrete ormai capito che
l'importanza di questo testo è indiscutibile, l'utilità immediata: se l'amante
è diventata troppo esigente, se non trovate le parole per dire a vostra moglie
cosa pensate di lei, se avete uno stalker che vi perseguita da anni, non avete
che da copiare e imbustare, e il discorso amoroso tornerà a essere – finalmente
– di una solitudine estrema.
mercoledì 21 maggio 2025
pensieri da passeggio
Michel Foucault ha mostrato come il costituirsi dell’individuo moderno
sia legato a una forma di soggettività precaria. La sua precarietà consiste
precisamente nella rinuncia ad una forma “più felice” di costruzione di sé,
radicata nel rapporto specifico che ha scelto di intrattenere con la verità.
Riferendosi continuamente ad essa, cercando di trarla fuori da sé, dove suppone
che risieda, il soggetto della relazione di potere si imbriglia in forme di
assoggettamento e non riesce a liberarsene se non reiterando la trasposizione
di se stesso in oggetto. Quest’ultima é attuata attraverso il discorso, il
parlare di sé, il vedersi come soggetto e insieme come centro di conoscenza.
Assumendo come modello del
potere e delle sue relazioni un modello essenzialmente giuridico-repressivo, il
soggetto continua a riproporsi come oggetto di quel sapere che suole opporre al
potere, mentre realizza su se stesso un’involuzione etica.
Foucault pone l’attenzione su
quelle pratiche che il soggetto, in quanto prodotto storico, ha utilizzato,
anche inconsapevolmente, per costituirsi, e fissa i punti di rottura che hanno
spostato le modalità di soggettivazione a concentrarsi in sistemi di
assoggettamento. Lo studio delle forme storiche di soggettività che si sono
succedute nel tempo è utilizzato in chiave critica del presente, di
quell’attualità che serve al soggetto per assumere un atteggiamento di sfida
dei sistemi di verità che lo vogliono imprigionato in un unico modo di essere,
il non poter essere “altro”.
Il soggetto deve ritrovare un
modo di vivere ascetico, nella misura in cui il termine rimanda a un lavoro di
sé su sé che si dà anche in un esercizio “estetico”. Aspetto politico ed etico
dovrebbero coincidere in un’”estetica dell’esistenza” come rivalutazione del
“rapporto” con la “verità” nella misura in cui essa stessa si pone come
“rapporto” che é all’origine dell’elemento ascetico produttivo di alterità. È
qui che la ricerca di Michel Foucault incontra quella di Pier Paolo Pasolini.
-La responsabilita’ della
verita’ sul soggetto
« […] L’oggetto della mia
ricerca sono stati i tre problemi tradizionali: ’’primo, quali siano i rapporti
che noi instauriamo con la verità tramite quei “giochi di verità” che sono così
importanti per la civiltà e nei quali fungiamo sia da soggetto che da oggetto;
secondo, quali rapporti abbiamo con gli altri attraverso quelle strane
strategie e quegli strani rapporti di potere; e terzo, quali siano le relazioni
tra verità, potere e sé. […] cosa c’è di più classico di queste domande e di
più sistematico del passaggio dal primo problema al secondo e poi al terzo per
ritornare infine al primo? (1) »
Per definire il tipo di
condizionamento che interessa l’individuo nella relazione con gli altri e con
se stesso, Foucault utilizza il termine “tecnologie”, che designa quelle
pratiche associate a particolari forme di dominio, e implicanti specifici
metodi di educazione e modificazione delle sue capacità e dei suoi
atteggiamenti (2) . Foucault indica quattro tipi interdipendenti di tecnologie,
tra le quali figurano come ultime
«le tecnologie del potere, che
regolano la condotta degli individui e li assoggettano a determinati scopi o
domini esterni, dando luogo a un’oggettivizzazione del soggetto; le tecnologie
del sé, che permettono agli individui di eseguire, con i propri mezzi o con
l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla
propria anima - dai pensieri, al comportamento, al modo di essere - e di
realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi […] (3)». 2
mercoledì 19 marzo 2025
parlare con te è un pò come pregare Dio.....è come morire .....cercare e assimilare nuove emozioni oltreumane.....un ricordo ...un piacevole e doloroso ricordo è come un presentimento di un possibile abbracciare niente ...nessun segno ...nessuna voce riconosciuta ....e sotto ogni segno una immagine nebbiosa...una parola usuale ....come stai e come va ....parole di un racconto fantastico e fantascientifico....e nella realtà esiste sempre una immagine eun racconto che nessuno vedrà mai e ascolterà mai .....forse il sogno o meglio la poesia perchè è più generosa e vera può invitare anche gli altri a vederla e ascoltarla con fonemi misteriosi e angelici
lunedì 17 marzo 2025
mercoledì 26 febbraio 2025
Mai come negli ultimi tempi la discussione su cosa sia l’Occidente, sulla sua “crisi”, “declino”,
“tramonto”, o addirittura “autodistruzione”, è particolarmente fervente, almeno in certi
ambienti intellettuali, quelli più o meno (ma non solo) conservatori.
Non solo in Italia (si pensi al vivacissimo dibattito culturale francese, per esempio). Non è un
dibattito nuovo, ma risale come minimo a un secolo e mezzo fa, diciamo alle spericolate
avventure intellettuali di Friedrich Nietzsche. Ma a intensificarlo è stata sicuramente
l’accelerazione che la storia sembra aver preso negli ultimi trent’anni, in seguito ai processi
che vengono generalmente etichettati come “globalizzazione”. Soprattutto alle crisi che
l’hanno costellata, da quelle generate dalla sfida terroristica sino alla crisi pandemica, senza
dimenticare quella economico-finanziaria.
D’altronde, cosa è la globalizzazione se non l’apice della modernità occidentale, il momento
in cui anche le forze portanti che l’hanno trainata (la scienza-tecnica fondata
sull’”oggettivazione” del mondo), e gli ideali connessi (il Progresso) sembrano radicalizzarsi
pronti alla battaglia finale. Radicalizzarsi, ma anche paradossalmente convertirsi nel loro
contrario: la Ragione (seppur tecnico-strumentale) in irrazionalismo e relativismo;
l’oggettivazione del mondo nella sua “immaterializzazione” o “de naturalizzazione” (a cui
sembrano alludere ideologie come quella gender).
E infatti molti ritengono che la crisi la si possa “risolvere” solo ritornando in qualche modo ai
valori premoderni (Del Noce, Macintyre), al contrario di chi insiste (come fa Habermas che
poi però contesta alcune conseguenze della sua posizione) sulla modernità come “progetto
incompiuto”.
Altri (Heidegger, Severino), più radicalmente, vedono il declino già inscritto in nuce negli
albori dell’Occidente, in idee confermate poi dallo stesso cristianesimo, nel cui orizzonte si
svilupperebbero pure, e contrario, l’illuministica modernità (è il cosiddetto paradigma della
“secolarizzazione”). Altri ancora (Esposito ad esempio) hanno messo in luce la
complementarietà fra le ideologie del “compimento” dell’Occidente (Hegel) e quelle della sua
“crisi” .
Ovviamente, in questa breve nota, non si vuole prendere posizione, ma solo sottolineare, da
una parte, la complessità del tema, non riducibile alle opposte ideologie politiche sulla “crisi”
dell’Occidente; dall’altra, fare una constatazione. Che è questa: in tutte le dispute
l’Occidente viene considerato in rapporto a ciò che è stato o a ciò che sarà, in base alla
storia. Ed è alquanto paradossale perché Occidente, il luogo dell’occàso, cioè di dove
tramonta il sole, dovrebbe essere prima di tutto un “luogo” geografico, spaziale, più o meno
esteso o estendentesi (la globalizzazione è stata anche vista come una “occidentalizzazione
del mondo”).
E se Occidente fosse invece, appunto, prima di tutto un concetto di tempo e non di spazio?
Se a farlo sorgere non fosse proprio una particolare concezione della temporalità, quella che
vede il tempo come una retta e che vuole consumare il tempo accumulando diritti,
realizzazioni, progressi, eventi, in un vortice di novità che diventano fini a se stesse? Anche i
“reazionari”, in fondo, vogliono andare avanti, seppur per tornare indietro. Una suggestione,
ma dà da pensare
I libri di Franco sono la storia di una amicizia particolare tra chi scrive le tue idee e i tuoi sentimenti di “ irpino della diapora” a cui a volte hai voglia di farne “ la tara” “ per abundantiam cordis” Le idee che mi sono piaciute discutere alla casa della paesologia di Trevico e nei bei giorni di Aliano cercando sempre di non incorrere di fatto nel pericolo di essere catalogato tra gli “ opinionisti e i problematici militanti e disfattisti”.
sabato 16 novembre 2024
Sulla tua tomba disadorna …la scritta :
“Amavo certi giorni! Ciascuno esattamene
come tutti gli altri .” Mai pensato di doverla augurare … un giorno di riposo eterno
di pace. Bisogna avvertire la minaccia alla vita per sentire la mancanza dei
quieti giorni amati e perduti inutilmente. Bisogna aver perso la pace interiore ...eudaimonia ... per
sentire tanto la mancanza di quei giorni a volte detestati perché troppo pacifici,
troppo uguali gli uni agli altri e perciò noiosi. Quando la vita fallisce,
quando si sente trascinata verso il basso, niente sembra più bello di una
sfilza di giorni tutti uguali, quando basta una carezza a proteggerti e niente
sembra più desiderabile di un enviable emptiness, un vuoto
invidiabile. La vita è un peso ma la morte è un vuoto ancora più pesante.
L’inverno è la stagione del tempo del morire . La morte infondo è la proprietà delle cose
naturali che si rinnovano solo nell’eternità. Solo ciò che non è naturale non
muore. “Le foglie morte posavano sulle pietre; / non c’era vento che le
sollevasse.” L’anima non è naturale come
pensava Democrito. Solo perché può pensarla chi resta dopo la morte del nostro
corpo ….e sa che dopo l’inverno in natura c’è ancora la primavera e l’eterno ritorno
degli eguali e dei diversi .
martedì 29 ottobre 2024
erano parole di luce di sole di articolare dolcezza e colore che scuotevano la vista e rischiaravano la lentezza di una quotidianeità intorbidita e lenta ....la mente si muoveva all'interno di insoliti orizzonti di curiose ricerche della lingua che ricorda i suoi momenti di gloria presso l'Essere che umanizzava le cose e gli oggetti senza vita nei momenti di gratitudine verso le parole e le cose in unione spirituale prima dell 'Arca....un Dio con particolare dedizione all'esistenza umana nella sua fuga dall'Olimbo verso la vita terrena ...parole riempite di saggezza consegnata ad una ragione senza il soffio vitale dello Spirito.....uno svelamento della verità nascosta con una penetrante fantasia poetica nella forza creatrice e trasformatrice della parola come rifugio dopo il diluvio ...e col sole la luce e la parola rinnovata che confessa gli aspetti intimi di sè gettata in un mondo di voci differenti con uno sguardo interno agli eventi e le sue forme....unione indissolubile e encomiabile del tutto che la poesia propone al mondo intero...i misteri e i miracoli delle parole ...carezze nelle radure quando il mondo si speza e si perde e ci assale la paura del bosco e suoi sentieri senza segnavie e il mare si chiuse davanti a Mosè e si ritrasse dall'Arca ...
...ed io ti guardavo nel sogno e mi si apriva il mondo nel tuo corpo turbato e desideravo straiarmi accanto a te ....essere in te ....essere te come tante volte ....
Una specie di introduzione
....dal quale eccezionalmente non si ricava nulla
sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro ad un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schiavrlo spostandosi verso Nord......le isoterme e e le isotere si comportavano a dovere .....
ed io voglio parlare di te ...notte
senza veli e pudori
notte di corolle lunari
di durezze ed arsure
promesse ed attese
e segreti sogni
tra malie e risvegli
e ricominciare a parlare
di albe e tramonti
saturi e colmi di silenzi
sereni e caldi di futuro
domenica 8 maggio 2022
martedì 8 marzo 2022
Il sacro: esperienza e
immanenza
Il sacro costituisce
senz'altro uno dei temi la cui presenza è pervasiva nell'opera di Bataille e
che continuamente riemerge anche là dove non è atteso. Si pensi ad esempio
all'importanza che il sacro ha in una raccolta di saggi letterari qual è La
letteratura e il male, uno tra gli ultimi libri da lui pubblicati1. Tuttavia il
termine sacro deve essere assunto come una di quelle che egli indica, ne L'esperienza
interiore, con l'espressione “parole scivolanti”2, così come ad
esempio dépense, eterogeneo, sovranità ma anche poesia, silenzio,
erotismo. Si tratta di parole che, nell'indicare quanto sempre di nuovo si
sottrae alla presa oggettivante del linguaggio, devono continuamente sfuggire
dal luogo in cui si pensava di fissarle in un significato definitivo,
mantenendosi però su quel limite oltre il quale il processo della
significazione si dissolverebbe nel silenzio di una totale assenza di
comunicazione. Ne consegue che non è possibile ricavare, dalle numerose pagine
che Bataille scrive nel corso degli anni su questo tema, una definizione
univoca del sacro, come degli altri termini ad esso connessi, si tratta
piuttosto, richiamandoci a quanto egli afferma introducendo la voce informe nel
Dizionario della rivista Documents3, non di dare il senso delle
parole ma di far emergere il loro compito. A condizione che ciò non vada inteso
tuttavia come un'operazione di riduzione del linguaggio ad un insieme razionale
di strumenti, ma, proprio al contrario, nel vedere nelle parole la risposta a
impellenti bisogni affettivi dell'essere umano.
venerdì 18 febbraio 2022
Normalmente il passo viene interpretato come la prima
formulazione del principio di non contraddizione, che fonda la necessità del
discorso logico, differenziandolo da ogni argomentazione di tipo non razionale,
ovvero pre-logico, mitico. Se, tuttavia, lo riconduciamo allo sfondo
dell’insegnamento orfico, risulta possibile una lettura tendente ad annullare
la distanza tra logos e mythos.
La liceità di questa interpretazione si appoggia su due gruppi di testimonianze. Il primo gruppo insiste sull’attributo di pitagorico costantemente riferito a Parmenide: " Quivi nacquero i pitagorici Parmenide e Zenone" e ..." giunsero ad Atene Parmenide e Zenone, maestro il primo, scolaro il secondo, eleati l’uno e l’altro, non solo, ma facenti anche parte della scuola pitagorica" . "Zenone e Parmenide, gli eleati: anche costoro appartengono alla scuola pitagorica" .Stessa scuola di fondo di ordine della phisis pitagorica esiti diversi nell'uso della filosofia come amore per il "logos".
lunedì 31 gennaio 2022
Franco Arminio, “una comunità è tale se è attenta al dolore di chi ne fa parte”
LETTERA AGLI STRONZI
Cari stronzi,
siete tanti e questo vi dà coraggio.
Girate col cartellino in tasca:
ammonire è il vostro passatempo.
Non avete faccende importanti
nella vostra vita,
date la caccia alle miserie degli altri
per dimenticare le vostre.
Io vi riconosco appena aprite la bocca,
vi sento anche quando non vi vedo,
siete registi falliti, creativi che non hanno mai creato niente,
poeti
della cenere, fotografi dello sbadiglio,
militanti della purezza immaginaria.
Il vostro tempo è scaduto,
la fiamma della vostra candela
si allunga perché è alla fine.
Sta per venire il tempo dei silenziosi
dei gentili. Il rancore è un ferro vecchio,
Dio è tornato a farci compagnia,
e noi porteremo sulla punta delle dita
il suo chiarore.
Proprio l’esperienza
paesologica più che a una possibile e veritiera ermeneutica
mi ha fatto capire quanto sono differenti i due mondi che la hanno
determinata e condizionata. Faccio
riferimento comunque a quello della cultura tout court e quello della
politica. In altri ambiti più strettamente teoretici è necessario
riconoscere che hanno bisogno l’uno dell’altro anche se
operano secondo logiche non sovrapponibili se non in minima parte. Il recupero
di un certo “preconcetto o sospetto ” platonico verso la poesia e soprattutto
“il linguaggio poetico” come strumento di racconto e analisi della realtà
concreta e effettuale in alternativa della “sophia” e della “politeia” è
avvenuto proprio nei confronti e dialoghi vissuti nei “parlamenti
comunitari” se pur provvisori e mai prescrittivi. Questa comprensione,
accettazione e piacere è stata un’opera di disincanto che mi ha
arricchito non solo a livello personale ma soprattutto nell’esercizio
comunitario della condivisione e il riconoscimento dell’altro da sé . Ne esco
più lucido emotivamente e consapevole anche scientificamente. Oggi ,ad
esempio, sono persuaso che la lingua della “poiesis” e la lingua di
“sophia” non sono di “sorelle nemiche “ ma di “sorelle diverse” e possono
incontrarsi nella “vita activa” , non solo per comprendersi
ma soprattutto per aprire un dialogo e una azione comune nella
realtà effettuale materiale e spirituale. I linguaggi diventano “il lievito
magro” di qualsiasi esperienza comunitaria che in genere nel
“sapere” tradizionale divergono condizionando anche le finalità degli
attori. Il “philosofos” teoretico vuole arrivare alla radicalità e alla
nettezza dei concetti, delle opinioni e delle idee e dei loro movimenti, mentre
quello “politikes” smussa gli angoli ,i conflitti e le asperità perché il
linguaggio gli serve per operare, per cercare consenso, non solo per
capire e costruire la sua “turris eburnea” senza porte e finestre. La
“poiesis” dal suo canto non ha vocazione elitaria e verticale e prefigura
“saperi arresi” che amano la parola come espressione delle cose, degli
uomini e della natura per rapporti di condivisioni comunitarie autentiche e
vere. Le nostre esperienze riflessive e consapevoli nel mondo nel suo complesso
e del mondo sociale organizzata dal pensare politico hanno esercitato e esibito
impegno politico, e qualche analisi intelligente, fino agli anni Settanta. La
grande trasformazione neoliberista ci ha colti di sorpresa e non
l’abbiamo capita per tempo scegliendo di guardare come
spettatori “il naufragio” dalle rive del mare o immergendosi nella
tempesta senza i mezzi necessari e le finalità chiare e condivise. Abbiamo
rifiutato con leggerezza e superficialità e rinunciato al pensiero
critico e responsabile rifugiandosi semmai, in certi casi, in compiaciuti
sofismi, ideologismi retrogradi e di non avere contrastato l’ingresso del
neoliberismo nella cultura popolare e specializzata con sensi
di colpa non richiesti e ritenuti irrilevanti. I cittadini non si
riconoscono più in ciò che avviene all’interno delle stanze della politica e
neanche di quelle che si praticano a tentoni tra le pieghe
della cosiddetta società civile ,pura e incontaminata . Il risultato di questo
fenomeno è comunque una crisi della democrazia rappresentativa ( il bambino
della famosa acqua sporca) a cui tutti in vario modo abbiamo contribuito
senza neanche il tentativo o la fantasia di avanzare proposte
alternative nella teoria o nella pratica della esperienza. E intanto la
“politica” continua a prendere decisioni nonostante la mancanza di appoggio, o
il disinteresse, dell’elettorato. La diretta conseguenza di tale condizione è
il populismo e il sovranismo nostrano e strapaesano ?Il fallimento del
vecchio sistema di potere politico lascia un enorme scontento
presso strati sempre più larghi delle popolazioni. A questo scontento si dà il
nome di “populismo ” e di “antipolitica”, e qualcuno è portata dalla
disaffezione e dalla confusione a pensare che si possa trattare di
esperienze che possono anche aiutare o provocare spinte politiche
reali che potrebbero aiutare la stessa democrazia. E’
paradossalmente vero che una forma di coinvolgimento c’è
stato e d è ancora potenzialmente in atto. Tutti i movimenti di protesta
e di resistenza che nascono nella società in risposta al peggioramento della
qualità della vita indotta dal neoliberismo sono il loro reale e concreto
crogiuolo. Oggi spesso sono spontanei, eterogenei e
scomposti, e spesso fuori bersaglio. Aspetto importante è che sono
nel complesso minoritari,marginali e inattuali perché il grosso dello
scontento, dell’anomia, si rifugia nella disperazione, nella passività,
nell’individualismo proprietario subalterno di un paese in sviluppo senza
progresso complessivo. I partiti sono nel marasma, nel disagio e
nella confusione mentale senza alcun principio di elaborazione e progetto
di nessuna forma politica alternativa o di possibile continuità
democratica. Così c’è il rischio che la residua energia politica
circolante nella società vada semplicemente sprecata. È evidente che la sfida
del presente è re-inventare pensiero, esperienze e azioni perché
realizzino istituzioni e stili di pensare e soprattutto di vivere che
sappiano tradurre i conflitti ad armonia sociale e a rapporti umani a
comunitari piuttosto che immunitari.
Mauro Orlando











