mercoledì 13 maggio 2026




..........il silenzio


Il termine postmoderno è stato  superato dai tempi. Zygmunt Bauman parla di «società liquida», considerando il prefisso «post» come una negazione, un’opposizione,invece che una continuità .Non  condivido l’idea di società liquida, perché si tratta di un’immagine metaforica, non sostanziale. Tuttavia preferisco parlare di postmodernità, dato che l’epoca moderna è finita. A ben vedere, la parola “epoca” significa in greco "parentesi", qualcosa che è destinato a finire. Le grandi categorie elaborate dalla modernità nei tre secoli precedenti: progressismo, razionalismo, individualismo sono di fatto superate e quindi  inutiulizzabili.Chi insiste e persiste  lo fa con un’ambiguità di fondo:non vogliuono fare i conti conti col al modernità…in fondo  ne sono affascinati e la  vogliono salvare anche senza  difenderla, inserendola in diverse locuzioni che tradiscono questa volontà: ipermodernità, seconda modernità, modernità tardiva o liquida. Invece parliamo di un’altra epoca, per questo  è “post”.È comunque  difficile liberarsi di una definizione che ha avuto”grande fortuna”.Già  Baudelaire ha usato il termine modernità ma solo nel 1848, prima di allora si parlava di post-medievalità. Fra cento anni si deciderà come chiamare il presente, ma per il momento mi sembra giusto definirlo post, qualcosa che viene dopo la modernità.Nei momenti di difficoltà la realtà  che chiamiamo “tramonto” ,”crisi” diviene sfuggente per  il coro dei ben pensanti districarsi  nella complessità del sociale accettando l’uso improprio  e facile  degli “universali “  astratti e razionali o dei kantiani apriori o trascendentali. Oggi la strada non solo psicologica ma epistemologica  ci obbliga    riconciliarsi  con “la tabula rasa cognitiva”  e con “il silenzio” abbandonato alla curiosità e  al mistero. Le parole della filosofia e della scienza  non sono in grado di cogliere il reale, perché esso è fatto della potenza dei sogni, di fantasmagorie, di fantasie. Il reale è sfuggente, ineffabile e giunge a conoscibilità solamente quando prende corpo negli oggetti del quotidiano, nel "divino sociale" o nella “aletheia-verità” nascoste e da svelare . Ma  tentare  di comprendere il ritorno del "sacrale" attraverso l’analisi razionale o logica non basta  a soddisfare  il bisogno collettivo di una comunione emozionale, di una  condivisione e di un riconsoscimento e  scomparsa nell'  “altro”: l'altro della comunità, del cosmo, della deità.Il “ silenzio” , come scelta consapevole  e libera  e non come imposizione ,favorisce la rinascita della dimensione spirituale che una “certa modernità” ha soffocato sotto la spinta del razionalismo della “res cogitans”  piuttosto che “la raison du coeur “ pascaliana .Noi viviamo “le rovine della modernità” con l’occhio archeologico e politico che guarda alle vie d’uscite  e al  futuro possibile e effettuale . I segni di questo passaggio d’epoca non sono evidenti, chiari e certi . E il “conune”,il “sacro”, “il “sentimento”, l”emozione e passione “non meccanicamente sostituiranno l’individuo prometeico, materialista e razionale.”Dopo il rumore e la furia caratteristici dell’epoca moderna, in quella che chiamo la società ufficiosa traspare un desiderio crescente per il silenzio. Esso è il veicolo per tornare ai principi fondamentali di esistenza” Maffessoli.Il postmoderno  a questo punto è la disponibilità a superare  la visione monolitica e solida di un  materialismo ideologico  e antiumanistico che ripropone  il potere dello spirito contro l’economicismo dominante. E la ricerca e un inizio di “silenzio” potrà essere un tratto non definitivo della nuova epoca. “Questa tendenza la ritroviamo in molte pratiche giovanili oggi sempre più diffuse come il ritiro, i pellegrinaggi di vario genere, la preferenza per letture religiose e filosofiche” Maffessoli.Il “mondo nuovo” è stato l’epoca della velocità, frenesia, delle macchine che coprivano di rumori i momenti del raccoglimento e del silenzio.Il silenzio si libera dalle catene  della sua “emarginazione” che Max Weber aveva considerato come momento di “razionalizzazione generalizzata dell’esistenza” come “disincanti del mondo”.La realtà sottomessa alla ragione e  ogni cosa doveva dare la propria ragione d’essere. Insomma tutto poteva essere detto e niente doveva restare immerso nel mistero non come forza innegabile di conoscenze autentiche . Dopo l’abbuffata  razionalista in agenda resta la voglia e il senso  di cogliere il reale nella sua interezza e la lingua primaditutto  esige ripensare attraverso la lingua della poesia  ad una realtà rachitica e superficiale promossa dall’economia,dalla tecnica ,  dalla politica, dal sociale. La ricerca e l’esigenza dell Essere  della filosofia  crea equivoci e fughe verso nuove metafisiche  come scienza.Ricominciamo  a sostituire nei nostri stili di pensare, sentire e vivere questa realtà impoverita con un “reale” gravido di miti, di simboli e degli aspetti misteriosi ed emotivi dell’esistenza umana.Nel nostro reale vitale, esistenziale ed attivo bisogna ritrovare primaditutto  le parole che conducono alla parola fondatrice, che nella tradizione è il “logos-verbum” nella sua dimensione ricca e dinamica di “potenza e evento” che non si fanno necessariamente “ atto, forma ”.Ogni occasione di ritrovarsi in “comunità provvisorie” pone il problema organizzativo  che promuove “ liturgia, ruoli e gerarchie”come  importanza del rituale che non ha bisogno necessariamente di essere compreso e ipostatizzato  ma vissuto come esperienza  di “cura di sé e degli altri”. Una nuova e rinnovata “ritualità” come una sorta di drammaturgia dei corpi individuali che sentono la necessità entropica e koinonica di sentirsi  incastonati nel corpo collettivo non in modo definito e solido.E questo senso che la parola “liturgia”,  torna al suo senso non solo etimologico ma naturale  di “azione del popolo” , che la teologia delle origini  chiama corpo mistico…nel senso di “sacro”  non solo come prfigurazione della “fine dei tempi” ma  ma del “profondo auitentico dei tempi” come “l’aura” nella poesia.L’armonia tra  silenzio,mistero,sacro nella esperienza comunitaria  comunitario è un legame fondante e non separazione autistica individuale ecoreale .Il mito, il mistero, il sacro  è ciò che unisce tra loro ogni esperienza  di “iniziati”  che tendono alla comunità e al cenobio .In queste esperienze  non è necessario che l’unione, la koinonia, l’armonia , l’empatia, la comunione  si esprima con le parole anche poetiche e percettive , ma con un vissuto condiviso anche provvisoriamente . Il silenzio è uno degli elementi strutturanti l’amore e dunque anche il legame comunitario.”C’è comunione a partire da ciò che non si dice ma che si vive insieme- scrive Maffessoli- La tradizione monastica ne è un esempio” . E’ proprio dell’Ordo amoris  medioevale che bisogna ripartire per ricreare  stati cominitari  nel postmoderno che ci piace. Il nostro desiderio anche smodato di sentirci legati agli altri nel senso che assume l’origine di ogni religione come esigenza  di legare e legarsi agli altri in una provvisoria continuità che non necessariamente  si dà forma, statuto, regole e organizzazione  fissa.Con la fine del moderno il legame con gli altri diventa costitutivo della persona che prenderà il posto dell’individuo moderno proprietario e autistico.Viviamo non più le grandi utopie del 900 finite nei “totalitarismi politici” avendo abbandonato la “visionarietà dei sogni” oggi non ci resta  che ripartire dai margini, dagli abbandoni, dalle crepe, dalle frane  del moderno per superare l’allontanamento dal futuro e un vissuto tutto incenttrato in un presente senza prospettive o vie di fuga o di uscite certe.Siamo costretti a vivere le “ varie ed eventuali “utopie interstiziali” che non riguardano il tempo lontano,desiderato o pensato, ma se consumano , bene o male , nel presente politico, artistico, musicale, sportivo ,religioso.Il futuro è diventato così incerto e deviante  che conviene neanche pensarlo ma dimenticarlo.Ogni  epoca, come anche la nostra, deve compiere il suo ciclo , e noi dobbiamo viverla in modo attivo e consapevole nelle sue pause e nei suoi silenzi  più che nelle babele delle sue parole.Non rispondiamo alle parole rumorose e i pensieri corti di Salvini, di Maio o Trump e sovrapporre le nostre alle loro voci inautentiche.Mi chiedo spesso come esercizio consolatorio come chiameremo anche noi , trascorso il tempo della nostra scelta di  silenzio paesologico , il tempo successivo a questo attuale. In fondo Baudelaire aveva, nel 1848, inaugurato la modernità da cui si attendevano grandi prodigi e l’alba di una nuova civiltà. Noi la nostra l’abbiamo bruciata in meno di un secolo e mezzo!Il silenzio- quelle che non siamo e non vogliamo-  permette di non pronunciare azzardi che possono compromettere la realtà concreta e la nostra effettiva vita personale e comunitaria nel suo svolgersi . Le parole invece sanno essere violente e creare relazioni tutt’altro che pacifiche.E noi per cautelarci e darci un senso abbiamo privilegiato le parole della “poesia” anche rispetto alla “filosofia” e alla “teologia” politiche. Viviamo il concreto presente come “sognatori pratici” ma  in una dimensione guardinga,dubbiosa e sospettosa  privilegiando gli aspetti emozionali anzichè razionali.

Forse questo ci permetterà di ritrovare lo spazio del “sacro” in una vita  che non vuole  essere mistica o ascetica  ma attiva e sacra però al di fuori dalle chiese e dai precetti, che ci aiuti a reinterpretare i rapporti umani ed a ritrovare la nostra perduta sensibilità solidale.

di mauro orlando


 


La lentezza è la cifra della poesia ......e della mistica del ricordo  .......un'angelo appena in Paradiso  e la sua  lentezza nello spazio
dilatato all'infinito e nel tempo immobile di una danza ...... al di là del  progresso come cifra della
modernità....che in quanto  tale implica la sempre più veloce erosione del passato ...e del presente
come consumo immediato ....l'illeggibilità del mondo e degli uomini una consuetudine
effetto dell’impetuoso sviluppo produttivo delle risorse disponibili ....sforzo di unificare ciò
che apparentemente sembrerebbero quantità inconciliabili : potenza e precisione . L’azione
poetica consiste sempre per il poeta autentico in lente progressioni, in circonvoluzioni
avvolgenti, in avvicinamenti circospetti e, tuttavia, ambiziosi......il pensiero poetante è lento
nel giungere alla totalità e la profondità di un oggetto o di una persona e ....alla totalità e
profondità sacrifica la possibilità di perdere e di perdersi nel gorgo della dinamicità lenta
della natura legata alla categoria dell'infinito e dell'eterno temporale . La verità ....
.....come anima profonda che ama nascondersi si coglie attraverso la linea serpentina della
bellezza , la “lunga impazienza” durante la quale si tessono “i leggerissimi sistemi” della
creazione artistica , non certo mediante la malia ansiosa della facilità ....superficiale ed
immediata . Artefici sono alberi, foglie , un pezzo di pane , un volto vissuto, una mano ,un
paesaggio, un solco , una spiga di grano..... I poeti sono rigorosi costruttori di improbabilità,
immediatezze e attese .... coloro la cui intelligenza percettiva e creativa si rivela "dans un
ordre insensé ",cercando e raccontando il senso e il non senso....coloro che sanno
improvvisare, sognare , fantasticare senza smettere di pianificare o di pensare. Il fare
poetico coincide con il pensiero e l’intelletto si palesa come poesia.Pensare poetante e
poetare pensando senza un ordine e un tempo lineare ma immobile. Per questo motivo, le
immagini della poesia coincidono con quelle della mente e le parole non possono che
essere subordinate ad esse. Ha scritto Chateaubriand che “si dipinge bene il proprio cuore
soltanto attribuendolo a un altro” (Memorie d’oltretomba). Un altro visionario poetico del
secolo scorso .....il controverso e incompreso Valéry, tuttavia, pur scrivendo cose simili
nello spirito visionario a quello dello scrittore romantico, sembra quello di sostituire coeur
con cerveau e, soprattutto, di attribuire al proprio tutti i cervelli altrui possibili. Il suo punto di
partenza è sempre quello con cui si chiude la narrazione della vita intellettuale di Monsieur
Teste "Si tratta di passare da zero a zero" è in quel tempo e quello spazio immobile che
lievita la poesia oltre il tempo e allo spazio della scienza e della metafisica......sono i silenzi
e i tempi morti della danza tra le pause ...leggere e vuote della musica....e dello spazio....

 

martedì 12 maggio 2026


 Ed egli rispose:

La vostra gioia è il dolore stesso senza maschera.
E la fonte stessa dalla quale scaturisce il vostro riso, è stata spesso piena di lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più a fondo scava il dolore nel vostro essere,tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa che è stata cotta nel forno del vasaio?
E non è forse il liuto che placa il vostro spirito, lo stesso legno che è stato svuotato dal coltello?
Quando siete felici, guardate in fondo al vostro cuore e scoprirete che è solo quello che vi ha procurato dolore a darvi gioia.
Quando siete tristi, guardate ancora dentro di voi e scoprirete di piangere per quella che è stata la vostra gioia.

Alcuni vi dicono: la gioia è più grande del dolore, altri invece: no è più grande il dolore.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Procedono di pari passo e se l'una a tavola siede accanto a voi, ricordatevi che l'altro dorme sul vostro letto.
In verità, siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, state fermi in equilibrio.
Se il tesoriere vi alza per pesare l'oro e l'argento, necessariamente gioia e dolore devono a turno alzarsi o ricadere

Da - Il profeta - Kahil Gibran

sabato 9 maggio 2026


“Oggi il discorso amoroso è di una estrema solitudine», diceva Roland Barthes. E il suo oggi era ieri, figuriamoci l'oggi-oggi, dove ormai il discorso amoroso è di una estrema sintesi, poco più di una chat. Se tuttavia sopravvive in voi qualcosa di pateticamente analogico, se siete degli inguaribili feticisti della carta e dell'inchiostro o dei lettori assidui di Alberoni, aspettate a formattare il vostro cuore. La salvezza è in un libro trovato per caso – come tutte le gioie o le disgrazie – in un mercatino dell'usato.
Un libro che svolge la preziosa funzione sociale che un tempo avevano i soldati che in cambio di qualche sigaretta scrivevano appassionate lettere d'amore per i commilitoni analfabeti.
Per rispetto (e decenza) ometterò i particolari del colophon e dirò solo che l'opera è stampata da una sconosciuta casa editrice a conduzione familiare. Infatti adottando per questa famiglia il cognome di fantasia "Esposito", il libro risulta scritto dalla Sig.ra Assunta Esposito con una prefazione del Sig. Pasquale Esposito, suo marito, e con l'impaginazione di Diego Esposito, che mi piace immaginare figlio della coppia.

Ora, poiché questo frasario amoroso è un testo capitale che meriterebbe come minimo un ponderoso saggio di Umberto Eco, mi limiterò ad alcuni cenni sulla struttura dell'opera, per poi citare brevi estratti, anzi, frammenti, da un epistolario amoroso.
La silloge è composta per metà da una selezione di lettere di grandi autori del passato (Oscar Wilde, Wolfgang Amadeus Mozart, Napoleone, per citarne alcuni) e per metà da lettere inedite, precedute dalla prefazione del signor Pasquale Esposito che, ben conscio della complessità dell'argomento, mette subito in guardia il lettore: «Scrivere una lettera d'amore è una cosa non facile». Molto bene, umiltà prima di tutto. Poco più avanti, al paragrafo intitolato «La motivazione: perché scrivere una lettera d'amore» ci avverte che «Se la risposta è perché si è innamorati, in alcuni casi può non essere una buona idea». Lo credo anch'io. Soprattutto attingendo al campionario pubblicato in queste pagine. Ebbene, non occorre aggiungere altro. Avrete ormai capito che l'importanza di questo testo è indiscutibile, l'utilità immediata: se l'amante è diventata troppo esigente, se non trovate le parole per dire a vostra moglie cosa pensate di lei, se avete uno stalker che vi perseguita da anni, non avete che da copiare e imbustare, e il discorso amoroso tornerà a essere – finalmente – di una solitudine estrema.