L’esperienza di franco e della Comunità Provvisoria e le sue considerazioni emozionali hanno bisogno di essere meditate e discusse non per gusto agonistico o per esercizio sofistico ma per l’importanza che rivestono nella nostra possibile esperienza comunitaria nei piccoli paesi di tutte le realtà periferiche ed appenniniche dell’Italia.In questi giorni la Filosofia ufficiale si interessa del rapporto uomo-natura. Noi lo facciomo sul campo in modo militante ed esistenziale. ”La paesologia “ ha il merito di sgomberare il campo dagli equivoci malevoli , pretestuosi e modernisti di un comunitarismo e territorialismo a rischio identitario e xenofobo .Esso punta costitutivamente ad una soggettività –plurale consapevole ed attiva e non “una specie di moda elitaria per i cittadini meno granitici, un modo per assicurare alle loro coscienze una parte di assoluzione”. Non è la nuova ideologia per “spaesati” ,”terremotati” ,abbandonati e stressati dal postfordismo e dalla globalizzazione neo liberista e speculativa che nelle zone interne e nelle periferie metropolitane ha spazzato via anche il possibile mito industrialista e modernizzatore superficiale delle coscienze. Nelle vene della società si vive un senso di spaesamento depressivo (autismo corale e/o individuale) con un cambiamento antropologico di una società che non vede pur con mezzi scarsi fini certi: lavoro a vita ,possibilità di benessere,scolarizzazione per i figli più acculturati dei padri ecc. Oggi pur con maggiori ed abbondanti mezzi i fini diventano sempre più incerti. Anche se all’apparenza si può percepire e pensare “… alle certezze che la vita di pianura offre a chi la conduce”. Oggi la globalizzazione ci impone teoreticamente ossimori come “reti corte” e “pensieri lunghi “ o “reti lunghe ” e “pensieri brevi”. “ Ora comprendo meglio la calma e la silenziosa operosità di questi luoghi. Qui non c’è mai lo squarcio, da qui si può arrivare ovunque e ritornare in fretta. Si può programmare il giorno suddividendolo in decine di cose da fare in luoghi differenti e si può fare la strada al contrario quasi senza intoppi” Vivere al Nord può dare queste impressioni ma esiste un sottofondo carsico e depressivo chimicamente sedato , tutto prepolitico,segno di uno spaesamento antropologico in una sorta di distacco e di apatia che la Lega ha saputo trasformare in energia propulsiva per macinare consenso elettorale. Noi stiamo cercando di ragionare in modo completamente originale e non regressivo sulle due parole chiave del nuovo discorso politico: comunità e territorio. Il territorio non è solo lo spazio del conflitto e delle scelte politiche che afffrontano anche i grandi nodi della modernità globale e locale ( trasformazione dei lavori,nuova immigrazione ,fabbrica diffusa , fonti energetiche naturali quali acqua,aria, terra e sole ).La dissolvenza delle comunità originarie o dei nativi in comunità del rancore ,della diffidenza o del rinserramento o quella falsamente identitaria nell’esclusione dell’altro da sé. Io parlerei fuori dagli equivoci della possibilità di una costruzione delle “comunità di cura” .Fuori dai fraintendimenti possibili una comunità operosa dei cittadini attivi ,consapevoli,liberi e reponsabili che operano per la inclusione e per la difesa dei diritti fondamentali della persona ,tra cui includerei anche il diritto alla cura e alla salute.Dovremmo con più lungimiranza lavorare per una convergenza tra comunità operosa e comunità di cura come antitodo per ridurre la sindrome da comunità del rancore. A partire dalla natura plurale conflittuale del territorio per non cadere nel pericolo del populismo xenofobo dell’ “ognuno padrone a casa sua” dobbiamo pensare ad una politica del fare “nuova società e nuova cultura”. Paesologia e comunitarismo insomma .Esprimere un pensiero di tipo e respiro strategico sulla terra nel mondo da salvaguardare e da vivere profondamente oltre allo starci ed abitarlo. La paesologia è anche la presunzione e la capacità di sentire “ che la percezione delle distanze” ma sopratutto la forza di superare la “difficoltà a trovare il tono giusto per parlare a questi ragazzi di luoghi come l’Irpinia d’oriente, come l’altura, l’Appennino, la dorsale impervia e franosa che vivo e che mi attraversa da anni, da quando sono nato”. Noi sappiamo che costa fatica vivere giorno dopo giorno “ il posto per la crepa, la spaccatura” e che non rifiutiamo per snobismo intellettualistico e neoariitocratico la città dove “ non c’è lo spazio per la bruttura improvvisa, per il degrado, per lo sfregio”. Non ci convince e non ci basta più parlare “di urbanocentrismo, di policentrismo…del concetto di centro e di periferia del centro”. E le nostre esperienze comunitarie e paesologiche non sono “ visioni”, ma consapevolezze conoscitive non solo per pensare ma per vivere “i piccoli paesi” in un rapporto esistenziale alla riscoperta della “grande vita “ che si nasconde tra le pieghe delle brutture di una modernità senza anima e di uno sviluppo senza progresso. Forse un giorno ognuno di noi si sentirà orgoglioso e rivoluzionario di essere vissuto dagli urbanizzati per costrizione e necessità “una specie di indiano di una riserva, il buon selvaggio esposto alla curiosità dei cittadini civilizzati, una tigre del bengala costretta a stare nello zoo di Vienna. Insomma qualcosa di esotico”. E allora fuori dai dubbi e paura ….” la paesologia “ non sarà percepita come “ una scienza esotica, una specie di moda elitaria per i cittadini meno granitici, un modo per assicurare alle loro coscienze una parte di assoluzione. Come dire: vedo, conosco altri luoghi nei quali mai andrei a vivere e questo mi rende migliore. Solo questo” E allora anche sentirsi “….franoso, instabile, in bilico” diventerà un modo e una possibilità di rappresentare un dubbio o un sospetto che il “ loro ordine interiore che traspare nel linguaggio, forbitissimo e accorto, nelle osservazioni, nella postura” e la loro condanna ad una inconsapevole non libertà e che la loro vita ha perso di autenticità e di anima.
mercoledì 23 gennaio 2013
lunedì 14 gennaio 2013
Elisir d'amore per ......la "politica" non del nostro scontento.....
La “Politica”: non esercizio del nostro scontento.
Nella “ comunità provvisoria” la politica in tutte le sue forme espressive gioca un ruolo accattivante ed insidioso assieme .E’ il convitato di pietra e la ammaliante sirena assieme che rischia di ingenerare equivoci,incomprensioni e conflitti inutili e distruttivi se non preventivamente chiariti nei suoi presupposti e finalità. La politica politicata o politicante nella nostra provincia anche quando ha a che fare con gli uomini o le idee, opera nella oggettività del potere, della saldezza delle istituzioni, della forza degli interessi. Questa è la funzione della politica che comunque ci interessa come cittadini con diritto di voto ma non esaurisce le nostre esigenze o pretese nello specifico della nostre iniziative culturali comunitarie sul nostro territorio. Sgombriamo il campo dagli equivoci :noi non amiamo per niente o coltiviamo “i pensieri corti” e le pratiche di potere della politica politicante e strumentale. Tuttavia non escludiamo a priori che la politica nella dimensione della parola, del pensiero, della rappresentazione, della narrazione necessita di mediarsi e legittimarsi attraverso saperi; e che accetta il rischio o la sfida cognitiva di confrontarsi con altri saperi autonomi ed aperti , ma critici quale è e deve essere il nostro nella società e sul territorio. La “paesologia” come sapere comunitario non è orientato al potere , all’ oggettività o alle “strategie di alcun tipo” ( nuova e corretta analisi o uso del territorio) che si tricerano dietro la rassicurante categoria della “razionalità” quando questi non si vivicano nello spirito della soggettività, della percettività,della creatività e esitenzialità del fare e del dire sociologicamente , letterariamente ,poeticamente o filosoficamente .”Non abbiamo idee buone sul mondo per tutta la giornata” (F. Arminio). Tuttavia non amiamo e non rifiutiamo a priori o a prescindere ,senza se e senza ma, il linguaggio e le pratiche del potere e dei contropoteri, delle istituzioni .Non è il nostro campo e non soddisfa i nostri interessi.non ci sentiamo a nostro agio ma abbiamo la forza e la capacità di smascherarli,denudarli, snobbarli. Della radice della parola “politica” prediligiamo la sua accezione di ‘pòlemos’ (mutevole,nomade,cangiante ,plurale) alla classica “pòlis” (stabile,stanziale,univoca e singolare) .Come scrive Franco” c’è da affermare il primato dell’esperienza sul lògos. Quello che c’è fuori viene prima di quello che c’è dentro. L’aria (ci) sta più a cuore delle opinioni”. A noi comunque interessano le parole e le pratiche (meglio i sentimenti, le passioni, le idee) della politica non per semplice esercizio retorico o dialettico ma per provocarle, contaminarle o vivificarle perché consumate ed abusate e metterle a confronto-scontro (pòlemos) con le nostre idee e azioni culturali che si esprimono in “idee lunghe”, sentimenti autentici ,fantasie concrete ,sogni pratici,poesie ragionanti e ragioni poetiche e racconti personali detti in libertà ma anche con qualche consapevolezza, passione,rabbia ,sconforto o apatia. Ovviamente,nessuno pensa di dare, delle parole e dei fatti della politica, una definizione o un giudizio in qualche modo univoco o partigiano sapendo che in essi si è depositata la storia vera di uomini di ieri e la vita di oggi , e vive la nostra passione (o apatia) di ieri e di oggi. Intellettualmente interessa mantenere desto e vivo il significato autentico delle parole della politica.” A partire, naturalmente, dalla coppia oppositiva ‘ politica-antipolitica’ . Il cui secondo termine è cambiato di significato, e da ‘ opposizione alla buona politica’ (qual era il suo valore originario) oggi si usa nel senso di ‘ contrarietà alla politica’ , estraneità, indifferenza alla politica, fuga dalla politica in generale; una sorta di qualunquismo, in cui i singoli si chiudono, politicamente disperati. Oppure un’ ideologica pretesa che la politica sia inutile, una truffaldina complicazione di questioni semplici, che- se non esistessero quei parassiti che sono i politici – potrebbero benissimo essere risolte col buon senso pratico, con la competenza tecnica, oppure con l’ armonia automatica del mercato” (C. Galli) . In Irpinia o in Lombardia mi piacerebbe privilegiare la cultura politica dello stare insieme di realtà e di norma, di fatti e parole, di azioni e pensieri”. Insomma una esperienza comunitaria anche autenticamente culturale e politica assieme come una “prova continua” ….. “una prova provvisoria” ma provata .. Direi che è già una buona cosa far circolare affetti, dare posto all’ammirazione più che all’accidia. Poi chi vuole può fare progetti, può delineare strategie” (F. Arminio) liberamente ma non in modo definitivo , esclusivo,fondante e prescrittivo. Culturale nel senso di recuperare la capacità di essere “in grado di riconoscere la grandezza altrui, lo splendore silenzioso di cose piccolissime o grandissime e di inchinarci di fronte a loro” (E. Martino).Di amare la nostra Irpinia e il suo paesaggio non per costruirci intorno una bella e preziosa cornice ma sapendo e spiegando che “ rivolgersi a un paese a un paesaggio è operazione che ha bisogno di grande mitezza, di gesti semplici, di menti pulite, poche parole, pochissimi concetti, molti, moltissimi dubbi” (E.Martino).Questo è il terreno,il senso e la portata di una costante e difficile “sfida cognitiva e percettiva ” alla Politica il resto è già stato fatto con nobiltà di intenti e di sapere .Noi dobbiamo essere sfacciatamente presuntuosi della sfida che proponiamo perché consapevoli che come scrive visionariamente Elda “il nostro mondo è sfinito, sta morendo. non c’è spazio per galleggiare, bisogna andare a fondo, bisogna tirare un bel respiro e provare a scendere, oppure bisogna iniziare a volare”. A me piace pensare alla nostra esperienza comunitaria come un bel e buono viaggio di ritorno (nòstos).Come Ulisse nel nostro ‘nostos’ ci prepariamo a non farci ingannare dalle ‘sirene’ utopistiche o fondanetaliste, dalle ammalianti profferte amorose della dionisiaca Circe, dalle giovanili invadenze e occasioni delle ‘Nausiche’ alla stanzialità di un talamo giovane e al potere correalato, ma sopratutto temiamo il ritorno a una possibile casa ( oikos)”Irpinia d’oriente” come fine del sogno e della esperienza nomade e delle transumanze stagionali e provvisorie…o nuova e immobilizzante “pòlis” che si dimentica della istanze ed esigenze ‘naturali’ di Cassandra per accettare le logiche formali del potere di Creonte…..e non cè tranquillizzante ,moglie-madre Penelope che tenga!Siamo antichi e nuovi “viandanti irpini” nostalgici per passione e pensiero in viaggio con la “ciurma provvisoria ” della Comunità con una consapevolezza attiva, libera,critica,leggera e convinta del momento magico e difficile di tutte le ‘fasi costituenti’ della nostra vita e delle nostre storie da inventare e raccontare.
Mauro Orlando
giovedì 10 gennaio 2013
Elisir d'amore per ......i dialoghi immaginifici
Dialoghi immaginifici tra l’angelo Mercuzio e il Clown Nanosecondo
Nanos: Sai Mercuzio angelo mio, pure io sono partito con la mia moto del tempo, come il sommo poeta degli arminici paesologici confini tra terra e cielo, dalla percezione del mio corpo, perché pure a me, il corpo, mi dava un sacco di pensieri. Più che rami da far salire alla testa, i miei pensieri scendevano in basso tanto da farmi scoppiettare il tubo di scappamento……..
Mercuzio: Per te non è strano che i pensieri si posizionano in un’area bassa del corpo, a differenza dei poeti e degli gli umani colti che mettono in moto “la ghiandola pineale” dell’intelligenza con il dubbio e il sospetto….. tu, zoticone volutamente urbanizzato e storicamente post-fordista, post-politico, post-tutto richiami necessariamente l’area della “apprensione” come “passione fredda” e te ne preoccupi per il tuo meccanico e psichico ciclo naturale dei rifiuti. Mi sembra di capire che “il clown” che è dentro di te è più dietro le tue “angosce” esistenziali che sociali, somigli molto al nostro simpatico padano e zoticone Zanni che in questi ultimi anni ha molto influenzato antropologicamente “il celodurismo…leghista” con esiti politici e linguistici più che preletterari alquanto disastrosi e volgari. Ben altro stile e prassi nel vostro scoppiettante e profondo Pulicenelle! E il miracolo umano e teatrale è stato questo : che rimane se stesso, in tutte le culture che immedesima e incontra. E rimane in una forma di eternità filosofica il suo problema e la sua domanda: …‘e pecchè ? E poi nella cultura popolare mediterranea- che comunque è la tua - l’atto di produrre e di mangiare la merda non fa parte dei canovacci principali della sua Commedia dell’arte di area campana ….pur essendo un classico della satira di tutti i tempi. C’è un aspetto economico legato al produrre ( de vulgari eloquentia ….”cacare” ) e antropologico del mangiare la merda e un aspetto psicologico e comunicativo che colpisce nel profondo il popolo comune. Un certo Tommaso ed Agostino nel “giardino dei santi” proprio l’altro ieri li ho sentito discutere e affermare che anticamente questa consuetudine era un rito della clownerie religiosa insieme col bere l’urina: oscenità apotropaiche che celavano sottili valenze simboliche, filosofiche e metafisiche . Gli esempi più illustri- dicevano – si possono ritrovare normalmente in quelli che voi considerate “ classici” di Aristofane, Plauto, Rabelais, Swift e Sterne. A Milano non molto tempo fa gli artisti nella sempre viva neoavanguardia come “eterno ritorno dell’eguale”….esponevano orgogliosi e provocatori la loro radicale poetica antiborghese mettendo in mostra “la merda di artista” e non solo……..
Nanos: sì….!, e come hai fatto a percepire questa cosa tu che non mangi da parecchio e campi d’aria fresca la sù? ……A me quest’area così bassa del mio corpo mi porta a disperarlo, il profumo, specialmente quando è “incapace di avvenire” di pensieri alti. Lo so ogni corpo ha una sua idea di stitichezza d’avvenire, e anche nel mio caso a volte è bruciante, spero che non mi siano uscite le emorroidi, a me non sono mesi, ma solo pochi giorni, che mi si è chiusa la voglia di fare….
Mercuzio: a parte l’aspetto fisiologico e gastroenterologico è il risvolto linguisticamente grasso, puzzolento e colorato che ti riguarda ….. è l’accenno al rapporto filosofico-estetico che il tuo corpo sente con la percezione poetica delle cose e l’elaborazione filosofica del pensiero che sembrano dover interessare poco alla tua forma sociale di comunicazione clownesca. Come tu ben sai le maschere da me preferite tra voi umani sono quelle dei filosofi, dei poeti, dei folli, dei sognatori e…..dimenticavo: i clowns ! … Nanos: Ancora una volta come si suol dire mi hai “smascherato”! Certamente a me sta a cuore rilevare uno sconcerto e una certa apprensione nella nostra umana esperienza comunità e provvisoria nella nostra piccola terra dell’Irpinia d’Oriente…. e non solo….. nei loro belli paesi abbandonati dallo sviluppo e dal progresso ma ricchi di vita, sacralità e spiritualità…oserei dire a te con termini che quotidianamente frequenti. Una bella famiglia di poeti, filosofi, diversamente … artisti che pensavano a un museo dell’aria, del vento, della luce, del canto su un piccolo e abbandonato palcoscenico naturale con le “cento anime” di Cairano……e anche lì un vostro cattivo collega “Lukifer” ha malpensato di inviarci un po’ di archietti, osti, commercianti e ciarlatani dell’identità etnica che nel giro di qualche tempo ci hanno scacciati ancora una volta come quelli di “Sodoma e Gomorra” …..
Mercuzio: La conosco molto da vicino questa storiella e me ne sono fatto un cruccio anche con il mio “Mast” (come tu simpaticamente osi chiamarlo nel tuo colorito e sfottente gergo napoletano) ora scanso con sufficienza i tuoi insipidi e puzzolenti itinerari e i sepolcri dei tuoi vasi di espansione imbrattanti e riprendo a consigliarti la strada sui sentieri del sogno, della fantasia, della poesia, della musica, del gioco sempre nuovo e sempre diverso che non porta da nessuna parte ma che porta……in pensieri conclusi per dare sicurezza agli uomini da sempre impauriti del caos, molteplice, del divenire, del diverso, del folle ….provvisorio percepire dei poeti….. io…..dopo averci girato a lungo intorno, giocato con passione provo a stimolarti una riflessione dell’avvenire ….senza abusare, se non nello stile … di sedute… non di quelle fisiologiche …… ne di quelle per possedere, ma per andare oltre (“ metà”, “ uber”….”oltre”…”anche”…) delle mie ali incerate di Icaro e andare a conquistare anche per te una parte del sole ….scottante verità metafisica… per fantasticare una utopia liberatoria …….. anche per la tua parte basse del corpo…….e alla fine senza autorità, aristocrazia …. Cercare faticosamente di penetraci e viaggiarci dentro fin in fondo nelle sue pieghe, nei secreta, negli arcana …anche nelle crepe non per scoprire ‘in interiore hominis ….Veritas’ (di Principio) ma per sentirla….. percepirla anche se provvisoriamente ….. uno stimolo che permetta anche a te Nanos di non venire qua a parlarmi di merda…..
Nanos: noooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!! Mercuziooooooooooo!!!!!……….. Che Dio mi fulmini!!!!!!!!!!!!!……….. Io ti volevo chiedere solo sé è complicato una volta che il corpo si è appuzzolentito cosi come il mio, riuscire ancora a percepire la presenza di un angelo……della bellezza, della poesia …. e come posso fare io così malconcio …… a percepire la presenza ancora di tutto ciò in questo mondo, così lontano. Sai, anch’io rischio di navigare in un mare di merda…..e adesso però smettila con le prediche perché anch’io rischio di morire a marcia indietro andando a sbattere …..per evitare di finirci tutto dentro…..ora mi dici come si fa con questa puzza sotto al naso percepire la presenza degli angeli?
Mercuzio: Solo per confortarti e ricordarti che anche il tuo linguaggio non necessariamente deve confondersi con una tua identità o peggio con una tua funzione sociale o comunitaria. Puoi anche solo restare nell’ambito della produzione artistica o letteraria e avere buoni compagni al gioco. Il premio Nobel per la letteratura Dario Fo, intervistato durante la trasmissione Satyricon, ha citato come esempi dell’uso della merda nella satira e nel teatro: La fame dello Zanni di Ruzante, un canovaccio in cui Arlecchino si cala le brache e lancia la cacca (finta) addosso al pubblico, e un pezzo in cui Francesco d’Assisi usa la cacca come termine morale elevato, in contrasto con l’avidità e la violenza del potere di papa Innocenzo III. Come vedi hai dei precursori illustri che sapevano fare bene il loro mestiere senza pensare di mettere a repentaglio la propria identità o la propria finzione sociale e politica ed anche la propria esperienza esistenziale e comunitaria nella Irpinia d’Oriente o d’Occidente che sia. Voglio altresì ricordarti a conferma di quanto ti consiglio. Ti ricordo un uso comune dei lavoratori di teatro in vari paesi del mondo, sia per quanto riguarda gli attori che per quanto riguarda il personale tecnico, è augurarsi il successo con le parole “Merda, merda, merda!” Questa usanza deriva dal fatto che, in passato, agli spettacoli di successo accorrevano molti nobili con le loro carrozze e cavalli, riempiendo di escrementi i dintorni del teatro. Quindi, più merda c’era per terra, maggior successo aveva lo spettacolo. Nel tuo caso chi frequenta i tuoi “cerchi” o le tue performances non rientra nel rango di spettatori ma l’esempio qualcosa chiarisce…..dell’uso o l’abuso culturale della …..”merda”…..Nel tuo caso della Clownerie che tu pratichi e ricerchi …tu ben sai… che anche il linguaggio diretto pur legato alla tua vita personale “stiticamente increspata e incresciosa” può creare malintesi e anche problemi. Ti ricordo – a mo’ d’esempio- una scena esilarante e efficace …citata goliardicamente dagli Amici miei del film di Monicelli (un grande esempio di commedia del cinema italiano degli anni settanta) nell’aria della “cacatella longa longa… filulella squacquarella” cantata a squarciagola dai quattro amici nell’ospedale dov’erano allora pazienti, e indirizzata alle sorelle di quel ricovero. L’uso che ne viene fatto in questo caso ha solo del provocatorio e del goliardico: il loro comportamento li spinge a rompere due tabù, cioè a parlare di merda davanti a delle suore (con l’intenzione di sembrare realmente malati di testa, o semplicemente stupidi). Ciò è solo per compiere costantemente delle bonarie e gratuite trasgressioni. Nella scena seguente questo loro comportamento farà scattare l’ira e la vendetta del primario, che si rivelerà più goliardico e sadico di loro altri. Credo che la “fabula de te narrat” e lascia stare quella fuorviante e impraticabile del ……………Sovrano Kakka’it…. Nanos: E, va beh! Mi arrendo, non te la raccontò più la favola del Sovrano Kakka’it però mi è sembrato, leggendo questa favola, di capire che solo quando si assapora un certo profumo “primordiale” si può percepire la presenza degli angeli. Insomma, solo quando tocchi….. “il basso”…., solo quando puoi camminare come dici tu ma al contrario, in puzzolenti itinerari, sepolcri di vasi imbrattanti, puoi percorrere i sentieri del sogno, della fantasia, della poesia, della musica, del gioco sempre nuovo e sempre diverso, che portano ad incontrare la bellezza ed ascoltare la musica degli angeli ?
Mercuzio: Ti capisco e ti “compatisco”ma non vorrei chiudere questo “dialogo immaginifico” con un pistolotto finale .Ti voglio solo riferire ciò che si discute qui tra i “saggi”.Si parla di un umano operante in terra bresciana che cerca disperatamente tra voi di parlare di “morte e terra”….scrive nel suo ultimo libro “L’attesa della terra che salva continua anche dopo la morte ( e che cosa appare in questo dell’attesa?,sonno ,sogni.Incubi?), oppure con la morte ha compimento anche l’attesa?”Come vedi si cerca di usare lo sguardo oltre ogni confine della mortalità della terra parlando di eternità,gioia, gloria…oltre la metafisica e la teologia…..ma voglio ricordarti che tra di noi si parla molto di un certo “poeto della paesologia” che non si preoccupa di andare “oltre l’umano” ma “nel profondo dell’umano” in una sorta di privilegiato tempo e spazio immobile preservato dalle follie della “modernità” e scrive : “Bisogna apprendere l’arte di farlo passare il tempo, lasciare che attraversi i giorni e il proprio corpo. C’è tanto lavoro per un artigiano temporale”.Anche per te si pone il problema di “un artigiano temporale” che ama lavorare con il linguaggio della gioia e dell’allegria per non “….. solo vagare lungo l’orlo del proprio confine che, dopo ogni tramonto, si raffina e diventa confino” come ben scrive il tuo poeta irpino che tu ben conosci ….ma di tutto ciò in un’altra puntata ..........
Nanos: …..e va beh! …. ti fai sempre più misterioso……ancora non mi spieghi come si fa a percepire la presenza degli angeli ……io sono sempre stato un artigiano: elettromeccanico, patafisico, dello spazio temporale e con i tuoni e i lampi della mia moto del tempo riparto, ……..prrrmmm , prmmmm, a dopo……a prima, ma?……. sgarrup….sgarrupp…..sssssssss………..
Nanos: Sai Mercuzio angelo mio, pure io sono partito con la mia moto del tempo, come il sommo poeta degli arminici paesologici confini tra terra e cielo, dalla percezione del mio corpo, perché pure a me, il corpo, mi dava un sacco di pensieri. Più che rami da far salire alla testa, i miei pensieri scendevano in basso tanto da farmi scoppiettare il tubo di scappamento……..
Mercuzio: Per te non è strano che i pensieri si posizionano in un’area bassa del corpo, a differenza dei poeti e degli gli umani colti che mettono in moto “la ghiandola pineale” dell’intelligenza con il dubbio e il sospetto….. tu, zoticone volutamente urbanizzato e storicamente post-fordista, post-politico, post-tutto richiami necessariamente l’area della “apprensione” come “passione fredda” e te ne preoccupi per il tuo meccanico e psichico ciclo naturale dei rifiuti. Mi sembra di capire che “il clown” che è dentro di te è più dietro le tue “angosce” esistenziali che sociali, somigli molto al nostro simpatico padano e zoticone Zanni che in questi ultimi anni ha molto influenzato antropologicamente “il celodurismo…leghista” con esiti politici e linguistici più che preletterari alquanto disastrosi e volgari. Ben altro stile e prassi nel vostro scoppiettante e profondo Pulicenelle! E il miracolo umano e teatrale è stato questo : che rimane se stesso, in tutte le culture che immedesima e incontra. E rimane in una forma di eternità filosofica il suo problema e la sua domanda: …‘e pecchè ? E poi nella cultura popolare mediterranea- che comunque è la tua - l’atto di produrre e di mangiare la merda non fa parte dei canovacci principali della sua Commedia dell’arte di area campana ….pur essendo un classico della satira di tutti i tempi. C’è un aspetto economico legato al produrre ( de vulgari eloquentia ….”cacare” ) e antropologico del mangiare la merda e un aspetto psicologico e comunicativo che colpisce nel profondo il popolo comune. Un certo Tommaso ed Agostino nel “giardino dei santi” proprio l’altro ieri li ho sentito discutere e affermare che anticamente questa consuetudine era un rito della clownerie religiosa insieme col bere l’urina: oscenità apotropaiche che celavano sottili valenze simboliche, filosofiche e metafisiche . Gli esempi più illustri- dicevano – si possono ritrovare normalmente in quelli che voi considerate “ classici” di Aristofane, Plauto, Rabelais, Swift e Sterne. A Milano non molto tempo fa gli artisti nella sempre viva neoavanguardia come “eterno ritorno dell’eguale”….esponevano orgogliosi e provocatori la loro radicale poetica antiborghese mettendo in mostra “la merda di artista” e non solo……..
Nanos: sì….!, e come hai fatto a percepire questa cosa tu che non mangi da parecchio e campi d’aria fresca la sù? ……A me quest’area così bassa del mio corpo mi porta a disperarlo, il profumo, specialmente quando è “incapace di avvenire” di pensieri alti. Lo so ogni corpo ha una sua idea di stitichezza d’avvenire, e anche nel mio caso a volte è bruciante, spero che non mi siano uscite le emorroidi, a me non sono mesi, ma solo pochi giorni, che mi si è chiusa la voglia di fare….
Mercuzio: a parte l’aspetto fisiologico e gastroenterologico è il risvolto linguisticamente grasso, puzzolento e colorato che ti riguarda ….. è l’accenno al rapporto filosofico-estetico che il tuo corpo sente con la percezione poetica delle cose e l’elaborazione filosofica del pensiero che sembrano dover interessare poco alla tua forma sociale di comunicazione clownesca. Come tu ben sai le maschere da me preferite tra voi umani sono quelle dei filosofi, dei poeti, dei folli, dei sognatori e…..dimenticavo: i clowns ! … Nanos: Ancora una volta come si suol dire mi hai “smascherato”! Certamente a me sta a cuore rilevare uno sconcerto e una certa apprensione nella nostra umana esperienza comunità e provvisoria nella nostra piccola terra dell’Irpinia d’Oriente…. e non solo….. nei loro belli paesi abbandonati dallo sviluppo e dal progresso ma ricchi di vita, sacralità e spiritualità…oserei dire a te con termini che quotidianamente frequenti. Una bella famiglia di poeti, filosofi, diversamente … artisti che pensavano a un museo dell’aria, del vento, della luce, del canto su un piccolo e abbandonato palcoscenico naturale con le “cento anime” di Cairano……e anche lì un vostro cattivo collega “Lukifer” ha malpensato di inviarci un po’ di archietti, osti, commercianti e ciarlatani dell’identità etnica che nel giro di qualche tempo ci hanno scacciati ancora una volta come quelli di “Sodoma e Gomorra” …..
Mercuzio: La conosco molto da vicino questa storiella e me ne sono fatto un cruccio anche con il mio “Mast” (come tu simpaticamente osi chiamarlo nel tuo colorito e sfottente gergo napoletano) ora scanso con sufficienza i tuoi insipidi e puzzolenti itinerari e i sepolcri dei tuoi vasi di espansione imbrattanti e riprendo a consigliarti la strada sui sentieri del sogno, della fantasia, della poesia, della musica, del gioco sempre nuovo e sempre diverso che non porta da nessuna parte ma che porta……in pensieri conclusi per dare sicurezza agli uomini da sempre impauriti del caos, molteplice, del divenire, del diverso, del folle ….provvisorio percepire dei poeti….. io…..dopo averci girato a lungo intorno, giocato con passione provo a stimolarti una riflessione dell’avvenire ….senza abusare, se non nello stile … di sedute… non di quelle fisiologiche …… ne di quelle per possedere, ma per andare oltre (“ metà”, “ uber”….”oltre”…”anche”…) delle mie ali incerate di Icaro e andare a conquistare anche per te una parte del sole ….scottante verità metafisica… per fantasticare una utopia liberatoria …….. anche per la tua parte basse del corpo…….e alla fine senza autorità, aristocrazia …. Cercare faticosamente di penetraci e viaggiarci dentro fin in fondo nelle sue pieghe, nei secreta, negli arcana …anche nelle crepe non per scoprire ‘in interiore hominis ….Veritas’ (di Principio) ma per sentirla….. percepirla anche se provvisoriamente ….. uno stimolo che permetta anche a te Nanos di non venire qua a parlarmi di merda…..
Nanos: noooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!! Mercuziooooooooooo!!!!!……….. Che Dio mi fulmini!!!!!!!!!!!!!……….. Io ti volevo chiedere solo sé è complicato una volta che il corpo si è appuzzolentito cosi come il mio, riuscire ancora a percepire la presenza di un angelo……della bellezza, della poesia …. e come posso fare io così malconcio …… a percepire la presenza ancora di tutto ciò in questo mondo, così lontano. Sai, anch’io rischio di navigare in un mare di merda…..e adesso però smettila con le prediche perché anch’io rischio di morire a marcia indietro andando a sbattere …..per evitare di finirci tutto dentro…..ora mi dici come si fa con questa puzza sotto al naso percepire la presenza degli angeli?
Mercuzio: Solo per confortarti e ricordarti che anche il tuo linguaggio non necessariamente deve confondersi con una tua identità o peggio con una tua funzione sociale o comunitaria. Puoi anche solo restare nell’ambito della produzione artistica o letteraria e avere buoni compagni al gioco. Il premio Nobel per la letteratura Dario Fo, intervistato durante la trasmissione Satyricon, ha citato come esempi dell’uso della merda nella satira e nel teatro: La fame dello Zanni di Ruzante, un canovaccio in cui Arlecchino si cala le brache e lancia la cacca (finta) addosso al pubblico, e un pezzo in cui Francesco d’Assisi usa la cacca come termine morale elevato, in contrasto con l’avidità e la violenza del potere di papa Innocenzo III. Come vedi hai dei precursori illustri che sapevano fare bene il loro mestiere senza pensare di mettere a repentaglio la propria identità o la propria finzione sociale e politica ed anche la propria esperienza esistenziale e comunitaria nella Irpinia d’Oriente o d’Occidente che sia. Voglio altresì ricordarti a conferma di quanto ti consiglio. Ti ricordo un uso comune dei lavoratori di teatro in vari paesi del mondo, sia per quanto riguarda gli attori che per quanto riguarda il personale tecnico, è augurarsi il successo con le parole “Merda, merda, merda!” Questa usanza deriva dal fatto che, in passato, agli spettacoli di successo accorrevano molti nobili con le loro carrozze e cavalli, riempiendo di escrementi i dintorni del teatro. Quindi, più merda c’era per terra, maggior successo aveva lo spettacolo. Nel tuo caso chi frequenta i tuoi “cerchi” o le tue performances non rientra nel rango di spettatori ma l’esempio qualcosa chiarisce…..dell’uso o l’abuso culturale della …..”merda”…..Nel tuo caso della Clownerie che tu pratichi e ricerchi …tu ben sai… che anche il linguaggio diretto pur legato alla tua vita personale “stiticamente increspata e incresciosa” può creare malintesi e anche problemi. Ti ricordo – a mo’ d’esempio- una scena esilarante e efficace …citata goliardicamente dagli Amici miei del film di Monicelli (un grande esempio di commedia del cinema italiano degli anni settanta) nell’aria della “cacatella longa longa… filulella squacquarella” cantata a squarciagola dai quattro amici nell’ospedale dov’erano allora pazienti, e indirizzata alle sorelle di quel ricovero. L’uso che ne viene fatto in questo caso ha solo del provocatorio e del goliardico: il loro comportamento li spinge a rompere due tabù, cioè a parlare di merda davanti a delle suore (con l’intenzione di sembrare realmente malati di testa, o semplicemente stupidi). Ciò è solo per compiere costantemente delle bonarie e gratuite trasgressioni. Nella scena seguente questo loro comportamento farà scattare l’ira e la vendetta del primario, che si rivelerà più goliardico e sadico di loro altri. Credo che la “fabula de te narrat” e lascia stare quella fuorviante e impraticabile del ……………Sovrano Kakka’it…. Nanos: E, va beh! Mi arrendo, non te la raccontò più la favola del Sovrano Kakka’it però mi è sembrato, leggendo questa favola, di capire che solo quando si assapora un certo profumo “primordiale” si può percepire la presenza degli angeli. Insomma, solo quando tocchi….. “il basso”…., solo quando puoi camminare come dici tu ma al contrario, in puzzolenti itinerari, sepolcri di vasi imbrattanti, puoi percorrere i sentieri del sogno, della fantasia, della poesia, della musica, del gioco sempre nuovo e sempre diverso, che portano ad incontrare la bellezza ed ascoltare la musica degli angeli ?
Mercuzio: Ti capisco e ti “compatisco”ma non vorrei chiudere questo “dialogo immaginifico” con un pistolotto finale .Ti voglio solo riferire ciò che si discute qui tra i “saggi”.Si parla di un umano operante in terra bresciana che cerca disperatamente tra voi di parlare di “morte e terra”….scrive nel suo ultimo libro “L’attesa della terra che salva continua anche dopo la morte ( e che cosa appare in questo dell’attesa?,sonno ,sogni.Incubi?), oppure con la morte ha compimento anche l’attesa?”Come vedi si cerca di usare lo sguardo oltre ogni confine della mortalità della terra parlando di eternità,gioia, gloria…oltre la metafisica e la teologia…..ma voglio ricordarti che tra di noi si parla molto di un certo “poeto della paesologia” che non si preoccupa di andare “oltre l’umano” ma “nel profondo dell’umano” in una sorta di privilegiato tempo e spazio immobile preservato dalle follie della “modernità” e scrive : “Bisogna apprendere l’arte di farlo passare il tempo, lasciare che attraversi i giorni e il proprio corpo. C’è tanto lavoro per un artigiano temporale”.Anche per te si pone il problema di “un artigiano temporale” che ama lavorare con il linguaggio della gioia e dell’allegria per non “….. solo vagare lungo l’orlo del proprio confine che, dopo ogni tramonto, si raffina e diventa confino” come ben scrive il tuo poeta irpino che tu ben conosci ….ma di tutto ciò in un’altra puntata ..........
Nanos: …..e va beh! …. ti fai sempre più misterioso……ancora non mi spieghi come si fa a percepire la presenza degli angeli ……io sono sempre stato un artigiano: elettromeccanico, patafisico, dello spazio temporale e con i tuoni e i lampi della mia moto del tempo riparto, ……..prrrmmm , prmmmm, a dopo……a prima, ma?……. sgarrup….sgarrupp…..sssssssss………..
domenica 6 gennaio 2013
Elisir d'amore per ......il primo dell'anno....
Franca Mancinelli. In ascolto
Racconto di Capodanno
01 Gennaio 2013
a Vito
Non so come faccia ogni anno a sopravvivere a questo giorno. È un giorno di guerra. Una guerra in cui nessuno sa contro chi combatte e si affronta disperato. Esce alla cieca e poi, non trovando il nemico, finisce per volgersi contro se stesso, affannosamente, e cadere sconfitto. Bisogna restarsene rintanati nell’angolo più sicuro della casa, tra le proprie cose, con una distrazione qualunque. Come guardare la televisione; ma neanche quello si può perché in tutti i canali sono lì, riuniti nel clamore, pronti al conto alla rovescia, al brindisi finale. Magari fosse una fine davvero, ma è ricominciata sempre. Non so come. Potrei mettermi a scappare all’improvviso, alla cieca, come un cane spaventato dagli spari, prendere una strada qualsiasi e correre correre per le vie fino a raggiungere la periferia, oltrepassare la circonvallazione, fermandomi soltanto di fronte all’umido freddo che sale dalla terra: il fiato ansante, le mani appoggiate sulle ginocchia, il corpo ripiegato come una sigaretta. Resterei a guardare il fumo uscire dalla bocca, aspettando che mi consumi, che mi spenga la notte. È così limpido il cielo di dicembre da essere spietato. Bisogna offrire alla sua divinità almeno il viso per ricevere in cambio il bruciore di quelle sottilissime punture di stelle.
Soltanto i cani e i gatti mi sono vicini in questa notte. E come loro vorrei essere chiuso bene bene tra le pareti, e accarezzato per non ululare di terrore, per non fuggire dall’unica imposta lasciata aperta. Ma qui non c’è nessuno che possa accarezzarmi. Non c’è più da quando Milena se ne è andata. Ho deciso di non tenere nessuna foto di lei. Sarebbe troppo vederla sorridere sui muri, guardarmi da un comò con il viso leggermente inclinato, come se seguisse i miei passi avanti e indietro nella stanza. Se avessi ceduto alla tentazione di conservare la sua immagine questa casa dove abbiamo vissuto insieme per cinque anni, dopo l’Università, sarebbe diventata il suo santuario. E io mi sarei lasciato seppellire vivo accanto a lei, qui, sul sofà, in questa stanza dove ora staremmo a parlare senza emettere alcun suono, guardandoci negli occhi, sfiorandoci appena nei gesti che ci portano ora da una parte ora dall’altra, sempre di nuovo incontro, come due pesci in una piccola vasca rotonda. Quel giorno in cui l’ho guardata per ore, fin quasi a non vederla più, prima che la fiamma ossidrica la sigillasse, appena tornato a casa, con la forza della disperazione ho raccolto tutti i suoi oggetti, i libri, i vestiti, le scarpe, i trucchi, nei grandi sacchetti neri per quel lutto intollerabile, infinito, e ho buttato tutto nel bidone alla fine della via. Non c’è più niente di lei, nessuna immagine, niente che ne conservi il ricordo oltre a queste stanze, a questo spazio diviso da pareti che non ho potuto demolire perché sono ancora in affitto. I mobili li ho disposti in un altro modo e, quelli che non ho potuto spostare o buttare, come la lavatrice e la televisione, perché non posso permettermi degli elettrodomestici nuovi, li ho ricoperti con un telo che alzo in parte solo quando li uso, come in un piccolo teatrino di casa. Così sembro sempre arrivato da poco o sul punto di traslocare. E invece non me ne andrò mai da qui. E poi così i mobili non prendono la polvere, mi dico. Non ho tempo per fare le pulizie; mi limito a spalancare ogni tanto tutte le finestre, perché cambi l’aria ed entri luce. La luce disinfetta e guarisce, dicono. E poi da solo non sporco tanto. Mangio a volte anche in piedi, qualcosa che mi compro nel forno sotto casa. E d’altronde oltre a me non entra più nessuno. La signora del condominio e il postino non vanno oltre la soglia, non potrei permettere a nessuno di calpestare questo pavimento, queste piastrelle rosate che ha sorretto e tenuto insieme Milena, che ha pulito ogni fine settimana, inginocchiandosi ogni tanto, per sfregare le piccole incrostazioni. A volte mi fermo ad accarezzare le pareti. Lisce e chiare come la sua pelle. Non mi resta altro di lei, solo questo spazio che posso ancora abitare e dove lei, liberata da cornici, e dalla ristrettezza degli oggetti, è dappertutto.
Sono stato fortunato, la via in cui abbiamo preso casa è tranquilla. E di fianco all’appartamento non c’è nessuno, né a destra, né a sinistra. C’è soltanto lui, di sopra, in una piccola mansarda. Si sveglia alla mia stessa ora ma rincasa dal lavoro più tardi. Lo sento allora che cammina, da questa parte della casa. Va verso la cucina che deve essere sopra la mia camera da letto. Allora io mi ritiro nella sala. Ho spostato i mobili quando ho capito la collocazione delle sue stanze. Eppure anche da qui, con le porte chiuse e la libreria che mi isola dai rumori non posso fare a meno di sentire degli improvvisi scrosci sul soffitto, come rovesci di pioggia che mi manda lui, il mio piccolo e sconosciuto dio che determina la mia pace e la mia inquietudine, che mi dona la grazia del silenzio e poi, ad un tratto, quelle imprevedibili scariche di proiettili e di spilli che si infilzano proprio qui, sullo stomaco. Stasera fortunatamente è uscito già dal tardo pomeriggio e credo che non ritornerà. È andato nella guerra che stanno combattendo di fuori, tra forzati sorrisi e incivili cene vomitate agli angoli della strada. È andato in un posto dove sarà costretto a divertirsi o a riconoscere di avere speso soldi inutilmente. Da quando si è trasferito l’ho intravisto solo una volta, pochi secondi, nel pianerottolo mentre entrava in casa, ma credo di sapere di lui molto di più del suo migliore amico o di quella ragazza che ogni tanto mi costringe a vegliare la notte, nel silenzio violato, fino a che torna la pace. Lui è l’antenna che collega al mondo questo mio schermo frusciante, perennemente grigio. È forse l’unico peso che mi tiene a terra. Quando non c’è, il silenzio è spesso così fondo che oltrepassa la soglia dell’udito: allora arrivano fischi sottilissimi come quelli che credo sentano i cani. Il mio orecchio è così allenato che è diventato quello di un animale notturno. Il mio orecchio è sfondato dall’amore per Milena. Arrivo a sentire il suo respiro, in certi istanti in cui sta aspettando le parole da dirmi. Ma non posso starle così vicino a lungo, possiamo concederci solo brevi momenti, e lei lo sa, altrimenti la raggiungerei subito, ma lei non vuole. Vuole che resti ancora altri anni qui, ad ascoltarla da una distanza, a custodire questa casa come fosse il suo corpo. Allora quando il silenzio inizia ad aprirsi, la ascolto alcuni momenti e poi accendo il televisore sul canale grigio e mi metto a leggere un libro.
La guerra sembra si stia avvicinando. Deve essere per l’ora. La mezzanotte che aspettano. Hanno tutti così paura che non vogliono prendere sonno. Hanno ragione. È un giorno terribile. Il compleanno di tutti. Bisognerebbe accucciarsi sulla terra, a un lato della strada, come investiti.
Franca Mancinelli
venerdì 4 gennaio 2013
....le parole sono lì pronte ,sempre giovani ,leggere, mobili e ruffiane,pronte a farsi violentare o violare con dolcezza...parsimonia ma anche ......ingabbiare in opinioni mutevoli o pensieri conclusi per dare sicurezza agli uomini impauriti del chaos,molteplice....provvisorio..... io.....dopo averci girato a lungo intorno,giocato con passione ho cercato inutilmente ... di sedurle per possederle definitivamente temendo di andare oltre (metà) per una verità metafisica... .....una utopia liberatoria ma autoritaria,aristocratica e .....dogmatica ora sto cercando fatcosamente di penetraci e viaggiarci dentro fin in fondo nelle sue pieghe, nei secreta ...anche nelle crepe non per scoprire 'in interiore....Veritas' ma per sentirla..... percepirla la verità provviosria e istantanea....nell'istante in cui sembra nella grazia o nel dolore apparire nella sua concretezza e poi vederla tranquillamente ....scomparire inesorabilmente .....prima di poterla verificare nei laboratori freddi della ragione della scienza o mitizzare nella ragione del sacro......la sua immagine...mi resta impressa nella retine che porta alla ragione percettiva o poetica..... scanasando gli "insipidi e mentali itinerari del turismo filosofico" o i "sepolcri imbiancati " dei monoteismi autoritari.... sul sentiero del sogno,della fantasia, della poesia,della musica, del gioco sempre nuovo e sempre diverso che non porta da nessuna parte ma che porta......
mercoledì 2 gennaio 2013
Elisir d'amore per .......un amico paesologo
Caro Franco,
ti avevo preso in parola quando scrivevi….“La paesologia è l’illusione di trovare anime mute, anime sconvolte dal clamore di un attimo qualsiasi e non dagli spettacolini del tubo catodico o del pianeta google.”Quanto lavoro ancora bisogna fare soprattutto sulle nostre coscienze vittime e carnefici di una libertà in “una società di oppressi.La libertà positiva positiva per me è la libertà come autonomia e accettazione disinteressata dell’ Altro …..pimaditutto libertà “di”e “per”più difficile della praticata o reclamata libertà “da” .Anche da tutte le nuove e vecchie situazioni di sudditanza che tu così efficacemente descrivi nei tuoi libri .Io avvertivo da tempo le tue stesse preoccupate sensazioni riguardo il degrado o l’uso degradato che si fa delle parole. Anch’io ho dichiarato guerra all’ipocrisia del non detto anche a rischio di scegliere per me il classico campo di battaglia che meglio conosco:la mia esposta ,debole , turbata e esacerbata anima. Tu hai scelto un campo più vasto,ricco ma anche più insidioso.Ed io sempre invidiato la tua forza,tenacia e coerente determinazione. Io mentalmente avevo limitato il senso ermeneuitico della tua analisi a ciò che dinamicamente si sviluppava nel nostro Blog e nella intera esperienza della Comunità provvisoria ( o almeno in quello che ognuno di noi pensava di essa) .Nella precedente esperienza avevo notato spesso individualismi ostentati o reperssi….”guerre di parole”, la “pratica della maldicenza” ad uso interno ed autoreferenziale e del “vittimismo e lamenti “su bersagli prossimi senza fini degni di essere comunque vissuti . Ecco allora …. Che mi sono sono convinto o fatto convincere dalle tue indicazioni o percezioni intuitive che bisognava darsi obiettivi limitati ma definiti … per creare comunità stabili,formalizzate e definite ….Mi piaceva pensare con te che “La paesologia è in guerra con le parole, è in guerra con le astrazioni.” Concentriamoci sulla tua diagnosi…”Io so che la parola ormai è come infiammata, non è più il distillato verbale della carne, non è la meraviglia con cui possiamo dire il mondo, ma un’affezione, una sorta di tubercolosi elettronica che ci fa tossire nell’aria verbi inutili e aggettivi che non spiegano niente. È una malattia che cresce consumandosi, più parliamo e più la nostra mente diventa un luogo intossicato”. Ma noi che sentiamo o percepiamo – come tu senbri ultimamente preferire- l’urgenza liquida del pensiero ad un richiamo solido di una realtà ‘effettuale’ abbiamo sempre il dovere di soppesare e chiarire bene prima di tutto a noi stesso la necessità di una ‘terapia’ e il suo senso non solo nel nostro cuore ma anche nel nostro territorio o terra e con i nostri uomini con le loro storie non sempre libere ed encomiabili. Perchè a noi sembrava non bastasse “il mondo universale ”(“astrazione”) perché sentivamo l’urgenza e la presenza materica e amorevole “una terra” non solo come esercizio di pensiero, di astrazione ,di utopia ma come sfondo di azione e di vita che chiamavamo “Comunità provvisoria” con diritto di interpretazione,sogno e di definizione. Partendo ognuno dal “piccolo paese “ che si cresceva dentro o intorno…..Paesi insomma “che sono rattrappiti o quelli che crescendosi si sono perduti” e “ forme di esistenza in cui qualcuno sappia dare un filo di beatitudine al proprio fallimento”.Nel mio caso con il dubbio,il sopetto e un avvertimento che ci viene dalla favola filosofica della Volpe e del Riccio….La volpe rappresenta quelli che perseguono molti fini spesso disgiunti e contraddittori…è comunque pluralista e libera.Il Riccio riferisce tutto ad una visione unica e centrale ,onnicomprensiva col rischio del narcisismo,egotismo, fondamentalismo,del fanatismo ( temo ed evito sempre gli “ismi”)e della chiusura. La volpe sa molte cose ma il Riccio ne sa una grande! Monismo o pluralismo …..questo è il problema. Il monismo crea problemi che il pluralismo comunque cerca di evitare……E’ meglio seguire le volpi …sapendo che mentono bene e diffidare e sospettare del Riccio anche quando si veste di democrazia e di tolleranza.Ma in fin dei conti mi sono sempre salvato con il pensiero che il problema non ci riguardava ……..noi siamo “Lupi” e abbiamo ben altre e profonde qualità consapevoli di tutti i difetti che tu ben descrivi ed affronti nei tuoi scritti anche come avvertimento per la nostra vita personale e pubblica.I tuoi scritti non sono solo un dovere verso te stesso e “puro distillato di carne” ma un obbligo affettuoso , amichevole e politico verso di noi.. Tutto questo preambolo per dire che ultimamente mi sento perso e smarrito più del solito…ed ho cominciato a sentire sottili e impercettibili “segni” di disamore e diffidenza verso le mie proiezioni costruttivisti che mi imponevo come metodo per le mie esperienze paesologiche in Irpinia.Ho cominciato a percepire distanza, dissapori e ostilità ( meglio percezione di essere di fastidio ed inciampo) nei nostri incontri Comunitari provvisori. Anche le mie complesse ,articolate, considerazioni le sentivo estranee o devianti rispetto alle nuove sensibilità che circolavano nel nostro blog….i commenti si diradavano non solo per la complessa sintassi dei miei scritti…percepivo che c’era altro e non mi sentivo a mio agio.Alcuni riscontri tecnici di cancellazione o cestinazione sicuramente involontari toccavano e alimentavano sempre più gli aspetti monomaniaci del mio spirito irpino….e alla fine …il silenzio e la mortificazione delle parole scritte mi sono sembrate la scelta più appropriata e conseguente per me.Niente di tragico …in fin dei conti siamo italiani e da noi “ il tragico” è sempre stato soppiantato dal “farsesco” che è preferibile al “ridicolo”.Leggo sempre volentieri quello scrivi e sempre più mi convingo della genialità delle tue percezioni cognitive e che comunque che la difficoltà di una loro pratica operativa e concrete dipende solo dalle limitate o deviate capacità ermeneutiche di noi tutti che avevamo aspettative libere, gregarie o cortigiane. Sappi comunque che quando sono in Irpinia farò l’impossibile per seguire i tuoi incontri e soprattutto leggerò meglio e in modo più approfondito i tuoi scritti….
Con immutata amicizia…….
mauro orlando
lunedì 3 dicembre 2012
Elisir d'amore per .....la poesia.....
gli ultimi scritti di franco giocano piacevolmente tra poesia e politica e rappresenta la cifra ossimorica, anomica e alogica delle esperienze paesologiche e comunitarie……
Platone non amava i poeti perché erroneamente pensava che le parole scritte nella loro oggettivazione materiale facevano comunque perdere la profondità di senso, la forza visionaria , il significato nascosto e la bellezza evocativa e inclusiva della parola parlata nella voce identitaria ….meglio se cantata.Ma nello stesso tempo fidandosi troppo del “lògos” e delle idee , poco della realtà effettuale , aveva pensato alla “politèia” ” solo come possibilità pedagogica e come modello perfetto da esportare nelle varie esperienze delle colonie greche della magna grecia. Difetto della poesia e virtù di una idea totalizzante della politica. Il paradosso ,oggi. è che noi viviamo il trionfo e la massificazione della parola ,parlata ,abusata, detta e gridata dove al massimo ci viene benevolmente concesso il compito critico ed autonomo delle “interpretazioni”.Ben altra cosa il racconto poetico e dolorante di un poeta come franco e della sua esperienza espressamente “ipocondriaca” ”Il mio impegno civile forse è un tentativo di uscire dal pozzo della scrittura”. Ognuno oggi nella enfasi sviluppista e consumista ha i suoi pozzi da spurgare .Nel mio piccolo e particolare pozzo ci sono anomalie e contraddizioni se pur di carattere cumulativo di “opinioni” come usa chiamarle franco…Il mio è pieno non solo di rifiuti di opinioni ma sopratutto di idee,razionali ed a priori che abbisognano di essere contaminate e contrastate dai sentimenti,sogni,fantasie e gesti di follia ,di trasgressioni e delle percezioni vitali che evoca con le parole “rivoluzione” o “ribellione” “politica ” e”fede”.Io penso che la “rivoluzione” che ci racconta dolorante nei suoi scritti sta proprio in quello che dichiara come “paradosso”.”Sono un egocentrico che è diventato uno scrittore comunitario, che paradosso!” Questo è lo specifico e l’originale nelle nostra esperienze e incontri in comunità provvisorie.Dichiarare e vivere la centralità del nostro “io” solo se coniugato e vissuto con esigenza e pratica comunitaria, inattuale e paradossale.Un “io “ sempre in bilico e nello smarrimento che non cerca neanche “un leggero centro di gravità permanente” ma neanche una “centralità dura ” pregalileiana e antimoderna che si incentra e si interroga sulla “cura di sé , degli altri e delle cose naturali ed artificiali” senza caricare la parola poetica di valori assoluti, identitari ed estetizzanti ma di “meravigliosa inattualità” e sottrae la parola politica all’agonismo retorico e all’atto puramente pratico che ci cotringe a “sguazzare nel brodo dell’epoca”anche semnza disgusto e rabbia.Noi siamo partiti sprovveduti ed esposti per questo viaggio non con la “furbizia-hibris” interessata e reazionaria di Ulisse e , anche senza l’accortezza diffidente ,dubbiosa e sospettosa di Arianna nel perdersi attenta nei labirinti mentali e sociali, abbiamo preso “ un filo e intorno a questo filo abbiamo messo le nostre cose, per proteggerle dall’incuria della solitudine o dai recinti del mestiere”.
mercoledì 26 settembre 2012
Elisir d'amore per ........i chiari di bosco....
Dialogo tra Mercuzio (l'arcangelo che si fece clown per amore degli uomini) e il clown Nanosecondo ( che voleva farsi Dio per disprezzo degli uomini)
Nanos: Mercuziooooooooo!!!!!! Aiutami sono entrato in un bosco pensavo che fosse per “...una possibilità mistica” per entrare anche un po’ nei “chiari e scuri” della mia vita complicata e rumorosa, insomma cercavo di entrare in “un altro regno che un’anima clown potesse abitare e custodire” per nulla di determinato, di prefigurato, risaputo… insomma un luogo aperto,libero….. allargato dal solo nostro passaggio. Unico fine è solo quello di andare a vedere e spingersi sino al limite senza voler costruire dimore o definire radure e per provare a scoprire o ricreare sentieri interrotti… ma mi sono perso e adesso non riesco più ad uscire! Mercuzioooooo aiutami tu………; Mercuzio: Nanos la devi smettere una volta e per sempre di pensare di dover camminare nei boschi alla ricerca di umane anime perse e sopratutte da salvare …..e poi la tua ormai è smarrita e U’Mast mio per colpa tua mi ha degradato da Arcangelo in Angelo di 13 serie…..il bosco è il luogo profondo ed intimo della nostra coscienza …oramai neppure infelice abbaglio del vivere poetico come per A.R. altro mio assistito senza via d’uscita ma ricco di rocambolesco e spregiudicato uso delle parole tale da farle ridere e piangere tra una visione e un enigma.Ma bisogna saper praticare la discontinuità provvisoria del sapere dell’ascolto,della frammentarietà non ingessata del pensiero che sappia pensare sé stesso con generosità e severità….. privilegiare comunque i chiari di bosco per dare senso anche a colori del buio…. Nanosecondo: Mercuziooooooooo!!!!..... e che sono un tempo via e un tempo nello sviamento, e poi di avanzamento ma alla fine mi sono smarrito. Per il resto non ho più nulla da dire,da pensare …. da percepire.. e non credo di essere chiamato a dare risposte immediate a responsabilità “in diretta” per la tua sorte! …Tu non ci sei mai ed ultimamente anche tu ti sei perso appresso a poeti e scrittori da strapazzo, per non dire di politici trombati, e filosofi lunatici. Mercuzio: …..il vizio tutto umano di formulare caselle dei ‘buoni-e-cattivi’ maestri …. non è come dici tu…… ormai non mi interessa più lo spazio della filosofia della politica e meno che meno della sofistica poetica di voi umani anche se alla ricerca della anima clown sempre negli altri mai in sé stessi… ma solo la vita buona, bella e giusta questa si ancora mi intriga.Non in astratto ma in concreto cercando di assecondare i miei e altrui demoni interiori…buoni,belli e giusti. A questo proposito noi angeli siamo sempre in difetto … il nostro amore e debito alla vita è infinito. A me come il folle di Nietzsche piacerebbe vivere in “ comunità provvisorie “, in un tipo di amicizia,koinonìa, armonia, eudaimonia non sempre modulata ai bordi… del bosco… con discernimento e distacco come è per nostra natura e abitudine???... Ma voi uomini non è possibile vivere o pensare al bosco dall’eterno o dai bordi….il bosco va attraversato senza aspere da dove si entra o si esce e soprattutto senza sapere come e perché prima….. ops….!!! Nel bosco si gioisce per i chiari, le albe e si soffre per le ombre, gli scuri… i tramonti e la notte e sopratutto apprezzare ilbello ,il buono e il giusto e il suo contrario, ma attrezzarsi a vivere come chi riesce ad amare la solitudine e si prefigge il compito di condividerla e provare il piacere di stare anche un po’ solo con sé stesso….senza annoiarsi o avere paura o addirittura panico….. Nanosecondo: sai anch’io un po’ come te per amore del silenzio adesso mi ero entrato in questo bosco. Si per amore del silenzio per imparare a corrompere anche una delle parole più difficili da comprendere per un umano : amore! Mercuzio: cerca nel tuo bosco un sentiero delle parole, quelle leggere e che rappresentino il respiro sottinteso di un silenzio, più della spiegazione di un sentimento o una passione ……,non per fare domande e avere risposte saper andare al fondo delle nostre ferite e delle nostre crepe che ci infliggiamo sempre per il gusto del possesso e del potere che voi uomini chiamate amore per chè avete paura della forza libera e sconvolgente che è l’eros….. e allora ritenete meglio nascondervi dietro le ‘siepi’ di un amicizia, una ‘fraternità’ o un amore, se mai con uguaglianza e reciprocità per non rinunciare per nessun motivo alla tua singolarità di spirito libero….di clown ” …. amori, non ci sono amori! perché poi non ci sono amori gridò il saggio morente; ”nemici, non ci sono nemici! ” grido io il folle vivente…..Nei chiari di bosco non si va come uno studente ingenuo e curioso o…malizioso come il tuo ‘nanos’ a fare domande o a esibire risposte e convinzioni…. Si va per andare a cercare solchi appena aperti nell’aria o nei sentieri a dubitare dei “segnavie” lasciati dagli uomini, a ascoltare il tremolio delle foglie come una sonata di Mozart, a gustare gli attimi simili scintille di un incendio lontano, l’ombra di un animale forse anche lui ferito o smarrito e ci pone la domanda non di cosa sia l’Essere-bosco ma il senso dei nascondimenti che ama inventare per allontanare la nostra noia e stimolare la nostra curiosità…. Nanosecondo: Come al solito non ciò capito niente Mercuziooooo!!!!!!!!!!!!, e poi dici che è colpa mia si U’Mast Tuoi ti ha declassato………spiegati meglio .... come faccio adesso ad uscire da questo bosco…….. ho paura del buio e dei silenzi……voglio luce e un pò di sano baccano …… Mercuzio : e comodo ora uscirtene con la scusa di non capirci niente e che Il mio mast –come tu lo chiami- parla per enigmi,metafore o parabole.Ti rimando alle parole profetiche e sapienziuali di una mia mortale assistita , M. zambrano, che cercava il senso da dare ad una poesia pensante o un pensiero poetico per non farvi continuare a trastullare ancora una volta nella scelta tra pensiero o percezione o poesia e ragione…..sciveva: “e così, colui che distrattamente se ne partì un giorno dalle aule finisce per trovarsi per puro presentimento a percorrere di chiaro in chiaro i boschi dietro al maestro che mai si era dato vedere: l’Unico, quegli che chiede di essere s…eguito per poi nascondersi dietro la chiarezza.E al perdersi egli in questa ricerca può capitargli di scoprire in una rientranza del terreno un luogo segreto che raccolga l’amore ferito, ferito come in ogni volta in cui va a raccogliersi” alla fine ti fai sempre battere dalla tua anima "parte napoletana e partenopea" cerca i colori del buio e i piaceri del silenzio.... una visone adatto allo sguardo ancora desto nella vita e addormentato nel sogno....... altro che luce e baccanoVisualizza altro
domenica 16 settembre 2012
Elisir d'amore .........per un ricordo...
La nostra anima della memoria è diventata “vintage”?E’ giusto ancorarci a situazione ricche di passioni calde ed oggetti del passato del sentimento come forma rassicurante di una dimensione dell’anima politica perduta non trovando appa...gamento e continuità nel presente. Il “vintage” non è ricordo ….. è una forma possibile di vivere o organizzare la nostalgia? Il passato si presta ad essere riempito di cose ideali dal momento che il presente è bulimico di momenti fondanti,di toppe pregresse di senso. Ci si abitua a d un parossismo del pensiero che cerca se stesso e sfinisce per trovarsi dappertutto in una canzone,un oggetto,un vecchio quaderno d i appunti e quant’altro. “tutte le storie ne contengono una –scriveva Kundera- che non è stata ancora raccontata e che probabilmente non verrà raccontata mai”. Il senso mitico dell’infanzia,di Babbo natale e del gioco come forma del mondo…era il tempo degli Dei di Eraclito che giocavano con gli elementi con la natura e a dadi con gli uomini. Oggi al mitologia possibile delle origini può essere l’antidoto ad un tempo che ci sfugge tra le dita e che non riusciamo a fermare e capire.Non abbiamo più radure che ci permettono di pender fiato nei nostri viaggi parossistici e superficiali in un presente complesso,complicato inafferrabile come Proteo. Mito è parola-racconto ma non parola delle merci che hanno bisogno di aggressività e asservimento totale della nostra mente e psiche..Pasolini ricreava un passato mitico nelle borgate reali o mai esistite, Leopardi li cercava ‘oltre la siepe’. Il vintage è al fenomenologia dello Spirito-merce che satura il nostro orizzonte di senso e che noi dobbiamo comprare per estendere quel senso a noi stessi.
mercoledì 5 settembre 2012
Elisir d'amore per ........la vita dopo la morte
Silvana Kuhtz ricordando ASSUNTA FINIGUERRA andata via il 2 sett. 2009
"testamento esistenziale"
Ósce, trenda novembre d'u dujemile e ttré scrive stu testamiénde esistenziale ......a presenze de na trestézza bestiale e na deméneca cchiù longhe de nu mese Lasse re ttiérre ca tenghe ngimme a lune e cavadde janghe cu r'asscédde e piede e i giacinde'n fiore nzine a Venere a re mamme de magge da purtuà e figlje lasse l'utreje mberlate d'a mende a re cecale chešcose e candatrice ca pònne ngiutì subbete a luwatrice se le face nassce nu openziere scure lasse re scarpe cu re ttacce sotte a capanévere nghiuse ndò cunvende accussì se chióve forte e méne u viénde se póte fà nu tippe tappe assatanate e ppe ffenì lasse tutte re poesije a re puttuanede lIndia misteriose e qquanne Kalì m'avvranghe rabbiose re ponne legge da u Pualazze u Viénde "Oggi, trenta novembre del duemilatre/ scrivo il mio testamento esistenziale/ alla presenza di una tristezza bestiale/ e una domenica più lunga di un mese// Lascio le terre che possiedo sulla luna/ ai cavalli bianchi con le ali ai piedi/ e i giacinti in fiore nel grembo di Venere/ alle madri di maggio da portare ai figli// lascio l'utero imperlato della mente/ alle cicale estrose e cantatrici/ che potranno stordir la levatrice/ se gli fa nascere un oscuro pensiero// lascio le scarpe con le bullette alla suola/ alla capinera rinchiusa nel convento/ così se piove forte e tira il vento/ potrà danzare un tip tap assatanato// e per finir lascio tutte le poesie/ alle puttane dell'India misteriosa/ e quando Kalì mi abbrancherà rabbiosa/ potranno leggerle dal Palazzo del Vento" Assunta Finiguerra Da Scuraije (LietoColle, 2007)Visualizza altro
di mauro orlando
.....Chi l’avrebbe mai detto o immaginato che in questi tempi di tristezza e deriva politica il pericolo più insidioso alla democrazia e alle piccole comunità potesse venire da un pensiero troppo innamorato di sé stesso e ancora una volta impaurito dalla poesia quando non si chiude in sé stessa ma osa puntare il dito verso di noi.Qualche commentatore intelligente ha scritto che l’agonia della nostra società non va misurata a partire dall’esibizionismo banale,superficiale di tutto ciò che oggi si dice “cultura”, cioè di una crescita quantitativa di un “sublime” diffuso e massificato , nel fare arte, poesia, spettacolo..La comunicazione eccessiva ,trasversale ,politicamente corretta e caciarona vuole imprigliare il nostro “io” in un autismo privato deluso, empirico,infelice, solitario y final o in una rimozione o autismo corale di un territorio violentato e emarginato. Paradossalmente si sottolinea la denuncia di “nuove invasioni barbariche “ e contemporaneamente la dichiarazione del crollo della poesia nell’epoca in cui la stessa poesia si fa edonistica indifferenza o eccessiva esposizione e si omologa ad un mondo istupidito e superficiale. Mai come oggi esiste un aumento demografico di poeti e di antologie. E’ una sorta di isteria nazionale che qualcuno ha chiamato ”autarchia creativa del sublime” a cui viene dato o la libertà di sovraesporsi o di relegarsi in regime di innocenza o narcisismo territoriale, storico e politico come una specie in via di estinzione o che dia voce ad una malinconia collettiva o autismo corale che rimargina ( cioè esalta e falsifica) lo sbandamento di una comunità che non c’è più o che non ci mai stata se non nella menta di Platone ,Rousseau o peggio Marx.
lunedì 3 settembre 2012
Elisir d'amore .....sempre per la "bellezza".....
"E così tocca sorprendere se stessi in preda allo stupore davanti all’evidenza del segno naturale: la figura impressa nelle ali di una farfalla, nella foglia di una pianta, nel guscio di un insetto e persino nella pelle di quel qualcosa che si trascina fra tutti gli esseri viventi, giacché qui tutto il vivente in qualche modo si trascina o viene trascinato nella vita… Guidati soltanto nell’ottica di tale sentire, questi segni ci consegnano, o piuttosto ci riconsegnano, a una pace singolare, a una calma che proviene dall’aver fatto pace in quell’istante con l’universo, e che ci restituisce alla nostra primaria condizione di abitanti di un universo in atto di offrirci la sua presenza timidamente, adesso, come un ricordo di qualcosa ormai trascorso; il luogo nel quale si visse senza pretese di possesso”. (Maria Zambrano, Chiari del bosco)
(Dialogo immaginifico tra un Angelo ed un Clown su..) CONFLITTO-BELLEZZA-AMORE Carissimo Mercurzio Angelo mio, mi sono chiesto ma gli uomini sono amanti della luce o sono figli dell’oscuro o dell’ombra? Mercurzio: Gli umani sono tra la luce e le tenebre tra la vita e la morte. L’uomo è un ‘atopos’ assurdo…desituato o insituabile. L’assurdità sta nel fatto che all’uomo insegnano a definire o avere nostalgia di un luogo che lo identifichi o gli dà identità, anche se poi è costretto per caso o necessità in un luogo…. “nascere è un caso”… dice un vostro detto popolare. Nanosecondo: Ma dai lo sai che l’uomo non è costretto a nascere ma e lui che decide di nascere e si sceglie pure i propri genitori ed il luogo dove nascere? L’uomo semmai poi viene costretto dagli eventi dalle sue scelte da destino a scrivere storie. Storie fatte di vittorie e di sconfitte basate sul niente che è lo scontro tra l’oscurità reale della sensibilità, della percezione degli altri, nostra e la chiarezza fittizia o presunta della ragione di esistere o resistere alla sua infinita grandezza e potenza. Mercurizo : Ma cosa sono queste visioni o fantasmi che l’uomo sceglie di nascere e si ritrova in una luce che chiama interiore, intuizioni, sogni, fantasie e luoghi? Sono il niente ed il niente è parte dell’uomo. L’uomo deve riempirei i suoi vuoti e solo lo spirito lo può riempire. Nanosecondo : Ma dai, anche tu ti ci metti adesso con la classica opposizione tra verita–nonverità, tra ragione-sensibilità, tra essere e nulla, tra vero-non vero. La liberazione dell’uomo non consiste nel distruggere l’ideale della bellezza che è in ogni uomo ma la muraglia delle paure che la circondano e che gli hanno costruito intorno, con l’arte dell’amore. Su una cosa sono d’accordo con te che il vuoto dell’uomo non può che essere riempito dallo spirito. Mercurzio: Ma che dici Nanos? Lo sai anche tu che sei un Clown, che non è così semplice spiegare agli uomini perché sono educati a ragionare in modo bipolare per contraddizioni A- non A. La spiegazione è nella contesa tra i due momenti, nel conflitto … nella tensione che si crea fra le differenze tra vero e non vero, bello e brutto, buono e cattivo, bianco e nero e così via. Nanosecondo: Gli uomini non sanno ancora che possono essere tutto ciò che immaginano di essere non malgrado il loro corpo e la loro storia, ma viceversa “essendo” questo corpo e “questa” storia. Si perdono così le sfumature dei colori della vita. Ci vuole solo una parola, un concetto, un’idea che gli possa immediatamente far capire questa loro pretesa di spiegare il tutto solo nella logica del bene e del male. E, tu come Angelo ce la potresti pure mettere questa buona parola. Il Logos. Mercurzio: Beh! La parola è quella che i greci chiamavano ‘tò kalòn’ il bello o la bellezza che dir si voglia. Nanosecondo: Beh! Mi accorgo che anche a voi angeli piace giocare con le parole come spesso capita a me fare con i bambini. Ma tu così non rischi di apparire come un mio amico filosofo? Cioè ‘amante della saggezza’ e del logos, per la sola purezza dell’uso della stessa, senza che la stessa faccia sintesi, si proponga come cura per l’uomo. Lo sai io studio la logos ed i cerchi che faccio con la “biblioteca dell’anima” ormai sono diventati e riconosciuti terapeutici anche da illustri scienziati. L’uomo è un corpo, con esigenze biologiche quali bere, mangiare, riprodursi, appartenere, evitare i pericoli, trovare riparo. Siamo anche “psiche”, attraverso la quale elaboriamo le impressioni sensoriali ricevute dal mondo esterno, formuliamo obiettivi, definiamo priorità. Siamo essenza, scintilla divina, Energia della Sorgente che abbraccia ed interpreta tutto ciò che è. Siamo essenza oltre il tempo e lo spazio, come molte tradizioni spirituali suggeriscono da migliaia di anni. L'essenza è ciò che ci anima, che guida la nostra intenzione creativa e che arriva sulla Terra con uno scopo. Quando la connessione con l'essenza viene ridotta o disturbata e ci distacchiamo dallo scopo che da un senso al nostro vivere, sperimentiamo la sofferenza. Sai oggi molti uomini soffrono per questo. Incontro sempre più persone che non riescono ad elaborare la loro esperienza nel mondo, e non c'è nessuno che le sostiene davvero in questo viaggio, reagiscono solo attraverso due fenomeni reciprocamente collegati e non riescono ad uscire fuori da questo schema dualistico. Semmai usano espressioni che sono strettamente legate alla ‘estetica’ ad una loro immagine accattivante, suggestive, variopinte, ammaliata da parola poetiche che hanno buon gioco con il ragionamento, la logica e il sapere scientifico, ma ispirano la loro azione ad una logica di potere e di attaccamento senza amore. Mercurzio: Io ho evocato una parola e non ho voluto proporre un assioma, un concetto, una idea. Mi avvarrò di un grande scrittore per anticipare una spiegazione. Dostoevskij scriveva che la bellezza “… è una cosa terribile e paurosa, perché è indefinibile e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due vie si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono”.. Nanosecondo: Mi meraviglia che un Angelo continui a propormi una via di uscita suggestiva ed estetica, invece di propormi parole divini va a pescare un letterato squattrinato che ci ha proposto per anni solo immagine oscure di sottosuoli tenebrosi. Come può un uomo delle tenebre comprendere la luce? Mi chiedo! Lui ha proposto come il ‘classico coniglio’ la soluzione tra realtà e finzione con la parola bellezza in cui coesistono ibridamene l’essere e il nulla in una sfida agonistica tutta estetica interna alla nostre anime? Ah, Mercù veramente non ti capisco! Tu mi dovresti insegnare la bellezza. La liberazione che non consiste distruggere un ideale, una fede, una storia, un corpo, ma semmai le muraglie della paura che la circondano con l’arte dell’amore, e mi dici che a te interessa il piano etico dei comportamenti consapevoli e responsabili tra uomini? Ma, lo sai meglio di me che gli umani sono stati insegnati alla morale rinnegando il corpo e le loro storie e non renderle umane si proprio umane con tutti i loro limiti nel bene e nel male perché essi non esistono se non fuori dalla morale, dell’etica di cui è intrisa la loro società così ipocritamente perbenista? Per non parlare di diversi e plurali …. per non parlare poi del pretesa del piano politico a voler costruire polis democraticamente governate e comunità provvisorie identitariamente auto centrate e non aperte ……dove la stessa democrazia è andata a macero perché a rinnegato l’amore e la bellezza del corpo e della storie umane? Mercuzio: Ma, vedo che tu pure stai diventando prigioniero del ‘logos’ e pensare che prioritario e privilegiato per l’uomo è il ragionare filosoficamente. Ma prima di Eraclito che ci ha spiegato l’unità contenuta nella differenza del divenire continuo della realtà che è la essenza stessa della bellezza …non c’era nessuna filosofia che potesse arrogarsi questo nome…….I guai sono cominciati dopo con la laica trinità : Socrate, Platone ed Aristotele. Ma i cosiddetti presocratici alla fin fine erano dei poeti con suggestioni e pretese razionalizzanti. Noi siamo partiti non da un semplice nuovo processo alla filosofia che nella storia del pensiero occidentale è stato una “la croce e la delizia” un po’ inconcludente ed anche un po’ snob. Quel che non mi convince è comunque la sua via di fuga poetica, letteraria e quindi ‘estetica’ che non è poi così originale e convincente . Nanosecondo: AVRAH KA DABRA (origine etimologica della formula magica più conosciuta al mondo, ABRACADABRA) è aramaico e significa IO CREO MENTRE PARLO, la bellezza di cui io parlo è scandalo, mistero, ed è osceno e sacrilego e tu la vuoi ridurre ad un mero approccio “estetico o peggio estetizzante” o ancora peggio etico, …. non è metafisica classica ma “oltranza “ non un semplice oltrepassamento … oltre le cose così come sono o le vediamo o sentiamo ma verso ciò che possono essere. Il se senza accento. Le cose, le persone , la realtà non si esauriscono nel presente sono nascoste non dette in grandissima parte future ma cos’è il futuro se non il qui ed ora? Il sentimento della bellezza autentico si conquista attraverso la percezione dell’altro nel momento presente. Ciò è possibile solo attraverso una “riflessione simpatica”, una “magia gentile” come le chiamo io, se vuoi il privilegio poetico dell’immaginazione della bellezza del mio clown, la bellezza che circonda e può circondare tutti i clown: uomini interi… che racchiudono in essi i sei archetipi fondamentali dell’equilibrio della bellezza: l’innocente, l’orfano, il martire, il viandante, il guerriero ed il mago (appunto). Tutti spiriti mobilitati verso una direzione nuova, in ogni caso pratica: la gioia e l’amore senza nessuno attaccamento. Mercurzio : Caspita Nanos stavolta sto rischiando come Angelo di diventare io il filosofo della situazione e tu il vero divino: l’angelo con il naso rosso! Non credi di rischiare di essere presuntuoso provando anche a tirarmi d’orecchia per la “Ragione e Logos”, che pretende di unificare, analizzare e ordinare il reale per la morte e la bellezza che lo vuole contenere e promuovere come forza , conflitto per la vita. D’ora in poi cercherò di utilizzare anch’io la tua parola magica : AVRAH KA DABRA. Nanosecondo: Carissimo Mercurzio io è un po’ di tempo che penso che Logos ed Eros sono un tutt’uno ordinato anche rispetto a un disordine e caos. Non si può costringere il tutto plurale e diverso ad un “se”. Non è nella testa dell’uomo. Se proprio vogliamo parlare di filosofia è Polemos padre di tutte le cose visibili ed invisibili che governa il corpo e la storia (la vita) degli uomini. E’ da polemos che nasce la parola ‘politica’ come sede e occasione del conflitto nell’ordine della legge (nomos). Tetrarca commentando Eraclito ha scritto “omnia secundum litem fieri”. E’ solo nella contesa tra le cose che le idee possono emergere, le differenze trasformarsi nel sale della terra. Il mondo è in‘fieri’, diventa, non si annienta, unificandolo astrattamente. Eros è conflitto non violento che unifica profondante due o più diversità , dividendo, non unificando come pretendono alcuni dogmi di fede monoteirtiche . Il mondo si forma e si sviluppò solo nella divisione unificante ma dinamica, differenziale e conflittuale dell’eros. Eros è fluido e prende le forme delle circostanze e delle persone che lo vivono. Pensare all’eros e alla bellezza in questo modo dinamico e conflittuale ci fa capire anche le grandi contraddizione del tempo inquieto in cui si l'uomo pensa di risolvere i conflitti e le diversità con la forza, l’ordine e il nomos o il logos …penso che l'uomo abbia sempre più bisogno di un logos, ibrido, mutevole e plurale. Così come ibrida, mutevole e plurale è la bellezza. Adesso più di te sento il grande spirito che riempie tutte le parti anche del mio corpo vuote. Anzi ti dico che le vedo e ci sono seduto di fronte. E, si! E’ il mio mare che tu li non hai. E’, il mio mare della tranquillità di clown che mi pervade tutto il corpo stasera e mi fa assaporare come goccia d’acqua la bellezza infinita dell’essere uno. E, si! Adesso ho immaginato semplicemente di essere infinito amore e cosi: AVRAH KA DABRA. Mi sono trasformato in goccia. Uaooo
venerdì 17 agosto 2012
Elisir d'amore per .......un anno di speranza e di poesia
io sono immerso in una aurora comunitaria
non mi bastano più "i chiari di bosco"
in un autunno berlusconiano...
un'aurora poetica
di presa in cura dei piccoli paesi
degli appennini del mondo
con il sapere dell'ascolto e del silenzio
alla ricerca di una vita
di volti e luoghi
luoghi esposti e segreti
che raccolgano amori feriti .....o compressi.
"Incipit vita nova"
in un vivere poetico
alla ricerca delle parole non scritte
nell'ascolto della parola del gemito
del sussurro ....del destino
delle parole che non torneranno mai
a raccontarci il pensiero che partì
nella frammentazione dell'attenzione
e nell'icompiutezza di ogni sentimento
e ancora una volta ci mettiamo in ascolto......nel vento.....
martedì 26 giugno 2012
Elisir d'amore per la .....politica e la poesia
di franco arminio
Sono partito dalla percezione del corpo, perché il corpo mi dava pensieri, il corpo faceva salire alla testa pensieri più che sensazioni. Queste pensieri si posizionano in un’area della testa che potremmo definire area dell’apprensione. Nel mio caso il disperare del mio corpo, il sentirlo incapace di avvenire. Ogni corpo ha una sua idea di avvenire. Nel mio caso era un’idea bruciante, pochi mesi, pochi giorni, poche ore. Questa immaginaria salute precaria s’incrocia con le reale salute precaria dei luoghi in cui vivo. E allora la ricognizione dei luoghi è il frutto di uno spostamento d’attenzione, dal sintomo del corpo al sintomo del luogo, dall’ipocondria alla desolazione. Facendo uno spostamento ulteriore, mettendo sul palmo della mano il mondo intero, vengono fuori altre parole: sfinimento, autismo corale. La mia scrittura non ha il rigore della scienza, non vuole e non può essere attendibile. Il primato della percezione sul concetto, del particolare sull’astrazione. Questo non deve trarre in inganno, la mira è comunque altissima e non ho bisogno di concordare con nessuno il bersaglio. La paesologia non vuole fare riassunti o postille al lavoro altrui. In un certo senso è una disciplina indisciplinata, raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quel che vuole dire. Un lavoro provvisorio, umorale. Un lavoro letterario. La vicenda si complica quando si pronuncia la parola politica. In questo caso la fragilità non è più una forza ma un qualcosa che dà i nervi. Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il problema e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. Non si sa che strada prendere e allora si fanno arabeschi, congetture. La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa rivolgersi la sua fronte né avanti né indietro. In uno scenario del genere l’unica politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, ma è l’unico abito che possiamo indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima, la poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare, e una volta che la baracca è smontata mettersi a guardare la terra che c’è sotto e costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivarla o per cercarla la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
risposta a “prima bozza di una nota d’avvio a un libro prossimo venturo” .Il modo comunitario della “paesologia” di mettersi in campo per definirsi e radicarsi è rivoluzionario in senso nuovo.Essa è radicale nel cercare e vivere la sua strada nei sentieri interrotti della poesia e della politica con la percezione che non è solo il moderno in discussione ma addiorittura tutta la tradizione occidentale di pensiero. sin dai suoi albori ebraico-semitico- greco-latino. Lerrore è compiuto dagli ebrei, greci e latini che “sbagliano per grandezza” (Heidegger e Nietzsche)Non basta come per noi “filosofi” ritornare agli inizi per ricominciare e dare senso alla strada per inventare nuovi valori e fini.Per noi la strada è già definita e completa …i valori e i fini sono sti travisati e abusati .Per la “paesologia” non basta ripensare esattamente l’inizio,il momento aurorale,che precede la luce.La cultura occidentale è impoetica e antipoetica, impolitica ,è antipolitica nella sua essenza. La filosofia politica è proprio la negazione della politca.La politica non ha nulla a che fare con il pensare la politica La poesia non ha nulla ache fare con il pensare alla poesia.Il pensare e l’essere politici o poeti non è la stessa cosa. L’errore è far riferimento alla “natura ” dell’uomo : determinare che cosa sia per natura l’uomo o quale sia la natura dell’uomo. La domanda giusta è : quali sono le condizioni dell’uomo,non la sua natura, quali sono le condizioni che rendono l’uomo ,uomo. Per la filosofia moderna (Cartesio) l’uomo è essenzialmente incondizionato, ma come il soggetto che pone le condizioni alle cose e al mondo esterno.E le sue condizioni sono il suo pensiero. La filosofia politica moderna come qualsiasi estetica parte dall’assunto che l’uomo deve liberarsi da ogni condizionamento per poter essere effettivamente libero..L’uomo libero è colui che non è condizionato da nulla.Può volere ciò che vuole e se ha i mezzi ,ottenere ciò che vuole. Per la paesologia l’uomo è un essere finito provviosrio,condizionato,inoperosoi.la politica o la poesia possono nascere solo nella fase aurorale, solo quando prende atto di questa limitatezza,inoperosità,provviosrietà;la politica come la poesia scompare quando l’uomo appare come incondizionato.E ‘ la singolarità che interessa . “L’uomo sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza che gli è data, e che desidera scambiare con una esistenza che sia sia fatta da lui stessso” A. Arendt. mauro orlando
giovedì 21 giugno 2012
Elisir d'amore per .......la leggerezza......
Oggi sento una esigenza di “leggerezza” allo stesso modo di quando mi sveglio di notte per un cucchiaio di ‘nutella’….sento l’esigenza di una capacità dello sguardo sul mondo che sappia ridare la dignità alla parola che lo esprime come esperienza fondamentale della persona .Nei momenti in cui le parole si irrigidiscono come pietre anche nella loro superficiale espressività mi invito sempre ad un “esercizio di silenzio” nella speranza che si apra in me “un passaggio” (questo è l’ascolto”) attraverso il quale transita il “doppio mondo delle parole-persone e delle persone-parole”. La ricerca di una possibile vita comunitaria di clowns,angeli-demoni, ha bisogna delle parole che la potenzino, la innalzino,la rischiarano facendole da specchio. E allora cerchiamo il senso della parola che rinuncia a qualsiasi ipotesi di “proprietà-potere” nel suo darsi dando per inteso che quanti le ricevono vi resteranno sottomessi ma che recuperi il suo senso di “dono”, di “cura di sè” e “cura degli altri”…sapersi pensare “..solo rami e fronde e nodi e nidi…..” Diamo alla parola la forza di una “rivelazione” piuttosto che il suo senso strettamente “naturale” e “tecnico”….del comunicare e interpretare. Scriveva Marìa Zambrano ”Se la parola funzionasse esclusivamente come linguaggi all’interno del linguaggio,non costituirebbe altro che la perfezione del naturale. Una perfezione raggiunta soltanto attraverso la vessazione di quella porosità,germe irriducibile di trascendenza,contenuta in ogni parola…” tutto il resto non aiuta il sogno ma predispone all’incubo……
Elisir d'amore per .......la bellezza e la felicità
Dobbiamo pensare per non disperare che possa esistere o essere pensata una possibile nuovo modo di fare economia.Si parla di economia ‘noetica’. Una possibile nuova situazione in cui le visioni, i miraggi, le speranze segrete e inconfessab...ili, le introflessioni integrali, i mutismi e gli arresti incondizionati, le resistenze estreme e l’estrema inarticolazione dell’inoperoso diventano la prassi possibile per vivere e pensare “i piccoli paesi” dell’abbandono, e dei “terremoti”,delle emergenze o delle urgenze naturali o meccaniche. Essa, grazie alla sua razionalità metapoietica, fa dell’inespresso,del fantasioso,del sogno e del non pianificabile il suo oggetto perspicuo, che non lega le proprie sortie le sue finalità alla esplosione consumistica e sublimazione riproduttiva .
La bellezza e la felicità non sono parole indispensabili al vocabolario economico.......alla nostra vita: SI.
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