lunedì 11 maggio 2009

Elisir d'amore per .......una 'vie en rose'.

.........La vie en rose ........è solo al presente
può capitare al futuro purchè non diventi 'utopia'
....per il passato ....usare con cautela!



IL PASSATO
di Emily Dickinson

E' una curiosa creatura il passato
Ed a guardarlo in viso
Si può approdare all'estasi
O alla disperazione.

Se qualcuno l'incontra disarmato,
Presto, gli grido, fuggi!
Quelle sue munizioni arrugginite
Possono ancora uccidere!

Elisir d'amore per ....la mia Irpina del ricordo,del sogno e della speranza di futuro.




L'ALTA IRPINIA MUSEO DEL TERRITORIO
Informazioni di base
Tipo:
Interessi Comuni - Cause e ideali
Descrizione:
L'Alta Irpinia è un museo del territorio, un luogo del buon mangiare, del buon bere, del buon vivere. Abbiamo il dovere di consegnare alle prossime generazioni un territorio quanto più possibile vivibile. Chiediamo con forza a chi ci governa di istituire il MUseo del Territorio, una sorta di certificazione a tutla proprio del territorio che lo preservi da speculazioni future e dalle mire di chi vuole, con la scusa della bassa densità abitativa distruggere questa meravigliosa parte d'Italia sottoponendola a violenze insopportabili.
Informazioni di contatto
E-mail:
Sito Web:
http://www.irpinando.it
Ufficio:
via francesco giancola 2
Posizione geografica:
Avellino, Italy

venerdì 8 maggio 2009

Elisir d'amore per ......l 'Abruzzo.

....non bastano le lacrime
ad impastare il calcestruzzo.....
....e la vita comincia " D O M A N I "
21 APRILE 2009
ARTISTI UNITI PER L'ABRUZZO

" DOMANI E'..........GIA' QUI ! "
Non basta guardare o ascoltare questa bellssima canzone di Mauro Pagano.
Acquistare questo disco in un qualsiasi negozio dà una mano concreta alla ricostruzione delle case terremotate d'Abruzzo evitando 'mafie e speculatori'.
Mi raccomando compra e fai comprare : "Domani
"!





Lettera dall´Abruzzo": riflessione da dentro il terremoto


Scusate se riterrete invadente o fastidiosa questa mia
intromissione, ma ritenevo giusto far circolare questa lettera scritta da Laura,
giovane studentessa universitaria di Colle di Roio, paesino colpito dal
terremoto.
Il testo mette in luce il punto di vista di chi il terremoto lo ha
subito e, al di là dei proclami e la propaganda del governo del tipo "tutto sotto
controllo" che tutti i giornali e le televisioni si sono affrettati a
divulgare senza il minimo spirito critico, sta sperimentando come
funzioni in realtà la macchina degli aiuti... (E' la stessa Laura che mi
chiede di far circolare il più possibile la sua lettera, come potrete leggere
nelle ultime righe) Vi saremo grati se voi stessi aiuterete a diffondere punti di vista
e informazioni anche di chi non ha televisioni proprie e vorrebbe
comunque fare informazione!
29 Aprile 2009 -- "Ciao a tutti, oggi è il 20 aprile 2009. Per molti
Abruzzesi lo sguardo è congelato all´alba del 6 Aprile 2009. Io, fisso il
mio sull´ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del
Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano
locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza
richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza
facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile
(si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile
nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura
soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l´ombra".
"Vi scrivo da Colle di Roio (Aq) uno dei paesini colpiti dal sisma
del 6 aprile 2009. Il mio paese... Trovo molto difficile fare ordine
nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo
questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di
conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell´autore".
"Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite
in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme
a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di
gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana
dall´inaspettato evento), era andata sviluppandosi".
"Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione
logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto
può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si
potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile
profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della
protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di
polizia etc...), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe
meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione
Civile stessa e nel suo sistema organizzativo".
"La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia
le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei
volontari; il resto da´ l´impressione di drammatica improvvisazione. E non
perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma
semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il
problema fin dall´inizio".
"Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le
scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell´inaspettato
evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è
servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in
via XX settembre a L´Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati
transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la
più alta di 4° grado, quindi poca cosa...) avevano fatto cadere parte degli
intonaci e dei cornicioni..."
"Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così
grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle
porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed
invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti tende del nostro campo se le
sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti dal sisma), con
l´aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con quello di un volontario; che siamo stati dotati
di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...)
stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito
dell´intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi
strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via
mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che
che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna
doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende".
"Vi ricordo che in Abruzzo e a L´Aquila in particolare la primavera
fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere
prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone,
la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera...),
cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle
case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa". "Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento".
"Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all´atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e
conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o
quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni".
Cosa comporta tutto questo?
"Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare
a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia
anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri".
Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
"La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l´aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza
domenicale??? A questo si aggiungano l´inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza".
Qualcosa di buono però ragazzi l´ho imparato. "Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui
responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, maserve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni
per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune".
Un´ultima noticina. "Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha
ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle digheabruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all´alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e
azzerasse l´economia e la vita di migliaia di persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico..."
Però dei regali li ho ricevuti".
"Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento".
Un´altra cosa. "Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l´aereo o la macchina e
si faccia un giro per L´Aquila e d´intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla
cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo
in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle".
"I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessundolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa... Conoscete i nomi
delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville? Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini". Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono
amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.
Un saluto a tutti
Laura



giovedì 7 maggio 2009

Elisir d'amore per ......C A I R A N O :.una "buona via di fuga"


questi paesi
di franco arminio
così alla rinfusa
passano gli anni.
così ce ne andiamo
e gli altri se ne vanno.
ma questi paesi
mentre tutto muore
resteranno.

....Mentre tutto in Italia è ......"in bilico" tra terremoti , spazzature e divorzi ad 'usum Delphini'
non solo per gli 'Irpini' viandanti,esuli e girovaghi ma per gli 'italiani' liberi,consapevoli e aperti al sogno ,all'avventura,alla fantasia, alla speranza..........offriamo una "buona via di fuga " per cominciare un nuovo viaggio nella democrazia dei territori e delle anime.

C A I R A N O 7 x
dal 22 al 29 giugno






scritta da franco arminio:
… Cairano sarà così luogo d’intreccio, capitale dei confini. Ogni arte, ogni persona si sporge sul bordo di se stessa, si pone in bilico, in ascolto di altre arti, altre persone. Artisti pellegrini che giungono in un paese che diventa santuario di una nuova religione, la religione della clemenza. Giovani e anziani, contadini e teatranti, musicisti, scultori, poeti, architetti, pensatori delle panchine, pellegrini e residenti, gastronauti e artigiani, tutti uniti per svolgere una serena obiezione all’esistente.

mercoledì 6 maggio 2009

Elisir d'amore per ........il pudore anche in politica.

"Un segno che siete veramente invecchiato: le ragazze vi dimostrano una confidenza e una sicurezza offensive, sono con voi familiari e perfino naturali".
Karr, Alphonse Aforismi, Newton Compton, 1993, p. 27.


Va in onda lo statista pop

Ormai siamo berlusconizzati a tutto. Perciò, quando lo abbiamo visto affacciarsi alla Nazione dai divani di «Porta a porta» per parlare di un fatto privato come il suo divorzio, sapevamo già che nulla avrebbe potuto stupirci. Nemmeno un tentativo disperato di riconciliazione affidato alla chitarra del maestro Apicella o, al contrario, la firma in diretta di un mandato fiduciario alla sua divorzista Ippolita Ghedini, sorella del Niccolò che lo difende nelle cause penali (quell’uomo è così metodico che ha addestrato un Ghedini per ogni rogna). Invece il Presidente Addolorato, come da sua ultima raffigurazione, ci ha spiazzati ancora una volta, recitando semplicemente se stesso e cioè il primo statista pop che abbia mai calcato il palcoscenico della Storia. Persino quel simpatico mangiatore di arachidi di Bill Clinton, quando dovette andare in tv a parlare dei fattacci propri, indossò una faccia contrita e atteggiamenti d’eccezione, cercando frasi memorabili che per sua fortuna non trovò. Berlusconi riesce a parlare del terremoto, della moglie e del Milan allo stesso modo, nella stessa sera e a volte nella stessa frase, come se tutto fosse la stessa cosa, perché per lui lo è. Come lo è per milioni di italiani che anche quando non lo amano, lo capiscono, dal momento che Berlusconi, tranne che per il reddito, è identico a loro. Gli stranieri, basta vedere la Cnn, non riescono a comprendere la nostra mancanza di indignazione. Ma uno può indignarsi dello specchio? Questo è il Paese dove un qualsiasi piccolo imprenditore conclude un affare di miliardi con una mail e intanto scambia via sms una barzelletta sconcia con un amico, mentre al telefono ordina un mazzo di fiori per il compleanno dell’amante. Alto e basso, serietà e cazzeggio, cinismo e lacrima. In contemporanea. Questa è la bassa grandezza d’Italia e chi la vorrebbe diversa rischia di ritrovarsi all’opposizione di se stesso.In tv Berlusconi si è dipinto per l’italiano medio che è. Un padre troppo impegnato sul lavoro, ma che non si è mai dimenticato delle feste di compleanno dei figli, anzi, le ha «sostenute finanziariamente». Un marito distratto, ma capace di romanticismi occasionali e altamente spettacolari, come quando si travestì da nobile berbero per consegnare un gioiello alla «signora». La quale ora non vuole più saperne di lui solo perché si è fidata dei giornali di sinistra, i quali lo hanno dipinto come un depravato seduttore di minorenni, quando invece le cose sono andate così: Silvio era al Salone del Mobile di Milano, ma è dovuto scappare in anticipo per l’imbarazzo che gli procuravano i cori «Grande grande grande» dei fan. Atterrato a Napoli un’ora prima del previsto, ha ingannato l’attesa andando a farsi scattare quattro foto alla festa di compleanno della figlia di un amico. Se adesso la moglie non gli chiede scusa per aver dubitato della sua probità, lui cosa può farci, se non continuare a volerle «un mare di bene»?In un mondo così meraviglioso e rassicurante c’è poco spazio per l’autocritica. E quando, nel passaggio più rivelatore della serata, Ferruccio De Bortoli, a nome della borghesia lombarda che fu, gli fa notare che un capo del governo non dovrebbe andare a feste di nozze e compleanni, il Premier del Popolo risponde: «Se non andassi ai matrimoni, rinuncerei a essere me stesso. Io parlo con i camerieri, i tassisti, i commessi. Ho un grandissimo rispetto per le persone umili». Applausi in sala e chissà quanti a casa. Questo divorzio minaccia di essere un altro terremoto: nel senso che, invece di togliergli voti, gliene porterà.
Massimo Gramellini
Barbara Spinelli:
La Stampa, 6 maggio 2009Il privato uccide la politica (leggi tutto)

martedì 5 maggio 2009

Elisir d'amore per ..........un'Italia mortificata e spettatrice ..

C'è una logica in questa follia ?
“Quanto a me …..Quanto a me io sono dotato di un potere spaventoso: Si direbbe che un altro essere è rinchiuso dentro di me, il quale vuole di continuo fuggire, operare a mio dispetto, e intanto si agita, mi morde , mi consuma. Chi è ? Non o so, ma siamo in due dentro al mio povero corpo ed è lui spesso il più forte, come questa sera.
“Mi basta guardare la gente per stordirla come se l’avessi propinato dell’oppio. Mi basta stendere le mani per effettuare delle cose….delle cose…terribili. Se tu sapessi! Il mio potere non opera soltanto sugli uomini, ma anche sugli animali e anche …sugli oggetti”
Pirandello ,Enrico IV






Il dramma di Berlusconi ( Enrico IV di Pirandello )

Il contrasto tra la vita e la forma, tra realtà e finzione, tra persona e personaggio rivivono nella ribellione esistenziale di questo personaggio teatrale.
Quale il senso tragico del protagonista? Recitar per vent’anni la parte di Enrico IV, nei primi dodici anni con inconsapevole innocenza, negli ultimi otto per dolorosa necessità. Importante il soccorso alla sua non tranquilla pazzia il fatto che tutto si svolge in un castello tra compiacenti cortigiani che lo assecondono e lo blandiscono per vari motivi.
Quando rinsavisce si accorge di aver speso il meglio della sua giovinezza ( o vita),di aver perso la donna che amava e qualche amico vero e diinteressatoanche.
Il tempo inesorabile si vendica con gli uomini che non hanno capito il suo senso ineluttabile ma reale e non aspetta Enrico che ora insegue disperatamente un senso nei ricordi e si ritrova estraneo al mondo che è andato avanti senza e nonostante lui.
Il tempo scorre inesorabile e non aspetta nessuno.
Non gli resta che continuare a recitare la sua pazzia essendo impossibile il recupero egli anni perduti.
Unico via di fuga rivivere nel profondo dei suoi sentimenti come rivalsa sul tempo che non può più sfiorare la sua esistenza volontariamente posta al di fuori della vita degli altri.
Così almeno non invecchia rimanendo fermo all’immagine di sé giovane avventuriero di belle speranze facendo appendere nella sua camera tutte le sue foto giovanili.
A niente possono i suoi amici venuti a curiosare e tentare di farlo rinsavire.
Enorme il contrasto tra la consapevolezza del protagonista e la superficialità degli amici che cercano di riportarlo all’attualità della vita.
Nell’allucinante dialogo tra gli interlocutori emerge la follia come saggezza e la saggezza come follia inconsapevole.
Anche rispetto ai suoi devoti consiglieri …tragedia nella tragedi ...a nessuno, neanche a loro aveva dato di rappresentare una parte; ma essi, almeno, non sapevano di doverla rappresentare: la rappresentavano perché la rappresentavano; non era una parte, era la loro vita, insomma facevano i loro mestieri ed interessi a danno degli altri; vendevano le investiture o che so io e si erano asiicurato prestigio,potere e un rendito discreto ....che non guasta mai visti i tempi di crisi economica .


Politica e discrimine etico

A l terzo giorno, provi a immaginare che le cro­nache da un matrimonio sull’orlo del divor­zio si siano smorzate e sfumino con un che di e­leganza, lasciando spazio ad altro. Magari a una riconciliazione. Invece sulla querelle tra il premier e la sua signora non c’è foglio che si risparmi di mettere un carico da novanta, sfruculiando pre­sente e passato, stendendo copioni da telenove­la, rappresentando così una vicenda privata e di per sé dolorosa come un’incresciosa faida fami­liare e legale dai risvolti patrimoniali miliardari. Del resto, come nelle peggiori tradizioni quando un matrimonio va in pezzi, la linea bipartisan non attacca. E qui tra il premier e la signora del pre­mier non sembra andare meglio: chi sta con lui e compiange l’uomo potente, il cesare allegrotto, piantato in asso da una donna ingrata; e chi – e sono i più –sta con lei, moglie trascurata e oltrag­giata all’onor del mondo. Pochissimi – e noi, con ogni possibile delicatezza, vorremmo essere tra questi – spendono un pensiero dolente e solida­le per i figli, ormai grandi ma assai meno grandi della tempesta che gli si è scatenata nel cuore e nel­la testa. Il rispetto, d’obbligo quando si maneggiano pub­blicamente i casi personali e privati di ogni per­sona, di ogni famiglia, è una regola ferrea. E non sono poi così rari i casi di politici che in casi ana­loghi di tale rispetto hanno goduto. Anche per questo può aver suscitato qualche stupore che la first lady, da «parte offesa», abbia scelto la maggiore agenzia giornali­stica per commentare le di­scutibilissime scelte del marito-premier e, qualche giorno dopo, due tra i più grandi giornali italiani per metterlo idealmente alla porta. E lui? Il presidente e­suberante, il presidente e­steticamente corretto, al­lergico alla bruttezza e con un debole dichiarato per la gioventù delle attrici in fio­re, pur avendo scelto la guasconeria come arte del consenso ora scopre di colpo il basso profilo e la privacy. E grida al com­plotto. È chiaro che a nessuno è lecito usare i disastri al­trui come arma politica. E a nessuno dovrebbe es­sere concesso di sguazzare là dove sono in gioco i sentimenti delle persone e la vita di una famiglia. Essere ricchi, potenti e famosi non mette al ripa­ro dalle sofferenze, i soldi non risarciscono nes­sun figlio dal dolore di assistere alle liti e al divor­zio dei genitori. Tanto più se pubblicamente. Pubblicamente, allora, qualche appunto va pre­so: ciò che farebbe ridere in una puntata del Ba­gaglino non può non preoccupare i cittadini che di tanto «ciarpame» alla fin fine farebbero volen­tieri a meno. Preoccupa perché la politica e lo spet­tacolo, in un abbraccio mortifero, hanno dato nel­l’occasione il peggio di sé. Non ci è piaciuto quel clima da scambio di 'favorini' veri, falsi o pre­sunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spar­gersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un’altra manciata di sospetti sul­le gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque, prima o poi, arriva il momento del conto. Possiamo dirlo? Questa volta abbiamo vissuto con autentica tristezza il valzer delle candidature: se ci fossero davvero in lista d’attesa veline o attri­cette non lo sapremo mai, ma anche solo l’ipote­si di un uso delle ragazze come esca elettorale è suonata sconfortante. Perché inaccettabile è una concezione della donna meramente strumenta­le: la «candidata» dev’essere bella, giovane, pia­cente... possibilmente disponibile. Magari così so­lo allo sguardo degli estranei, ma si sa che le ap­parenze contano. E queste rivelano un ricorso ta­lora spregiudicato al potere. Tuttavia la politica buona, quella che a volte di­venta anche grande, è del potere un uso ben tem­perato, è sereno rigore, è consapevolezza della te­nace significanza di un impegnativo discrimine e­tico. È tenere sempre bene a mente ciò che è giu­sto e ciò che è sbagliato nel «fare». Sappiamo che un uomo di governo va giudicato per ciò che realizza, per i suoi programmi e la qua­lità delle leggi che contribuisce a varare. Ma la stof­fa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono in­differenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presi­dente che con sobrietà sappia essere specchio – il meno deforme – all’anima del Paese.
Rossana Sisti

Elisir d'amore per ..........."il sacro".

Felice Cimatti
Il possibile e il reale
Il sacro dopo la morte di Dio



Cos’è il “sacro”? Appartiene esclusivamente alla sfera religiosa? È qualcosa che solo i credenti possono provare, oppure raccoglie in sé una serie di valori universali cui oggi – nell’epoca della “morte di Dio” – sembra difficile appellarsi? C’è un legame tra la biologia umana e la capacità di commuoversi di fronte a un’opera d’arte? Queste domande sembrano rimandare a campi del sapere lontani fra loro, se non del tutto inconciliabili, come la politica e la biologia, l’estetica e la teoria del linguaggio, la teologia e le scienze cognitive. Cimatti invece fa dialogare queste diverse tradizioni scientifiche e filosofiche, offrendoci così una tesi inedita: se è vero che al senso del sacro non è possibile rinunciare, in quanto geneticamente inscritto nella biologia dell’“animale uomo”, è altrettanto vero che il sacro è un concetto storico, un prodotto della cultura umana, un’esperienza che l’uomo compie quotidianamente e che erroneamente è stata fatta coincidere con il sentimento religioso. Grazie a un approccio trasversale che accosta antropologia, logica, religione, scienza e filosofia, mistica e linguistica, Felice Cimatti affronta uno dei grandi dibattiti culturali che hanno impegnato sociologi, linguisti e filosofi, e ne dimostra – in un’epoca caratterizzata da un’apparentemente insanabile crisi di valori – l’attualità e l’urgenza.

Elisir d'amore per ........De Andrè , Caravaggio e....Pasolini.

.......Che bello inganno sei
anima mia
e che bello e che grande il mio tempo
che solitudine
e che bella compagnia.......


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

P.P.Pasolini


......Caravaggio e Pasolini

Nella vita furono entrambi grandi interpreti del loro tempo, anche se l’eccellenza assoluta dell’arte caravaggesca non è neppure paragonabile a quella pasoliniana spesso informale e prolissa, senza misura. Entrambi tuttavia furono nella vita figure smisurate rispetto al loro tempo. Artisti entrambi irregolari, se non proprio eretici, dal temperamento irruento e non alieno dallo scandalo, perfino coinvolti in inchieste giudiziarie e perseguitati dalle incomprensioni, alle prese con la «grande guerra santa», come islamici e indù definiscono il percorso interiore e spirituale degli uomini. Perché controcorrente lo furono certamente entrambi, forse anche peccatori, come tante figure bibliche, da Abramo a Mosè. Nei loro visi segnati e nervosi era già segnato un destino.

Elisir d'amore per.......il corpo delle donne e della autenticità.

"Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre". P.P.Pasolini.
(dal Corriere della sera, 9 dicembre 1973)



Ogni morale, in senso lato, comporta due aspetti, quello dei codici di comportamento e quello delle forme di soggettivazione: se è vero - dice Foucault - che essi non possono mai essere del tutto dissociati, ma che avviene loro di svilupparsi ciascuno in un'autonomia relativa, bisogna anche ammettere che, in alcune morali, l'accento è posto soprattutto sul codice, sulla sua sistematicità, la sua ricchezza, la capacità di adeguarsi a tutti i casi possibili e comprendere tutti i campi d'azione. L'impostazione iniziale di Foucault, che intendeva aggirare l'ipotesi repressiva era attenta agli elementi di codice: l'implicazione potere-piacere-sapere, analizzata attraverso l'elemento del codice, privilegiava di fatto le strategie di istituzionalizzazione sui processi di appropriazione dei codici.
Il "soggetto del desiderio" appare come soggetto capace di organizzare la sua vita a partire dall'esperienza corporea che noi, in termini del tutto moderni, chiamiamo sessualità. C'è in tutto ciò una questione di governo e di potere, ma essa ricade nei limiti della stessa individualità, da intendere come quell'unità d'esperienza che accade nel perimetro dello spazio corporeo. La centralità del corpo ha una funzione decisiva nella formazione del sé, poiché è proprio attraverso la pratica di sé che si emerge come soggetti morali.




lunedì 4 maggio 2009

Elisir d'amore per ........Veronica.

"Divorziare da 'questa gente' non è un diritto ma un dovere verso la democrazia!



"Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale".
Veronica Lario ha avviato le pratiche per la separazione e il divorzio da Silvio Berlusconi, portando a termine un percorso cominciato molto tempo fa come ammise lei stessa alla fine dell'estate 2008, quando confessò che all'eventualità di una separazione stava meditando da dieci anni.

"Voglio tirare giù il sipario, ma voglio fare una cosa da persona comune e perbene, senza clamore. Vorrei evitare lo scontro".


"Ora sono più tranquilla - ha confidato loro - . Sono convinta che a questo punto non sia dignitoso che io mi fermi qui. La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni".


"Mi domando in che paese viviamo - ha raccontato Veronica l'altro giorno a un'amica - , come sia possibile accettare un metodo politico come quello che si è cercato di utilizzare per la composizione delle liste elettorali del centrodestra e come bastino due mie dichiarazioni a generare un immediato dietrofront. Io ho fatto del mio meglio, tutto ciò che ho creduto possibile. Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata. Adesso dico basta".

(

domenica 3 maggio 2009

Elisir d'amore per ........un diritto allla noia e alla gioia.

Domenica di maggio
di sgomento e noia.
Sto qui
in bocca alle parole
mie e degli altri,
sto qui a stampare le copie
della mia assenza
da ogni gioia.

armin

................Ancora emozioni a piene mani anche a lacerare il proprio corpo e la propria anima.La poesia può permettersi questo lusso doloroso e liberatorio assieme.Non vi è ramo della filosofia , almeno in Occidente,, nel quale si parli di emozioni isolatamente.In filosofia parliamo di emozioni nei termini delle condizioni per vivere bene l’esistenza.In che modo le emozioni possono aiutare o danneggiare il processo attraverso il quale si diventa persone buone?
Tre punti di vista.
1) Egoisti razionali
2) Egoisti e compassionevoli
3) Compassionevoi ed egoisti.
La prima è che siamo egoisti razionali: ognuno di noi sta atttento soltanto al proprio bene ma ,in termini razionali, si rende conto che soltanto comportandosi bene nei confronti degli altri è possibile ottenere quello che si vuole. Si tratta di un un punto divista molto diffuso.In campo economico ed anche filosofico molti credono che le cose funzionino bene soltanto perchè ognuno di noi è abbastanza intelligente da rendersi conto che il benessere individuale dipende da come si trattano gli altri ......Gli altri due punti possono essere declinati a piacimento senza pretese di risultati eticamente sostenibili.

sabato 2 maggio 2009

Elisir d'amore per ....il 1° M A G G I O.



Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione.
"Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.
La storia del primo Maggio rappresenta, oggi, il segno delle trasformazioni che hanno caratterizzato i flussi politici e sociali all'interno del movimento operaio dalla fine del secolo scorso in poi.




Quest'anno il tema era " la morte per un lavoro" e ....per la vita cantaa da un "poeta in musica" come Vasco e tanti altri cantanti e poeti:

Ho voglia di dare la parola ad una poetessa che io amo........
“Ruba a qualcuno la tua forsennata stanchezza
o gemma che trapassi il suono
col tuo respiro l’ombra che sta ferma
di fronte ad un porto di paura
quel trascendere il mito
come se fosse forzatamente azzurro
o chi senza abbandono
che non sanno che il pianto dei poeti
è solo canto.
Canto rubato al vecchio del portone
rubato al remo del rematore
alla ruota dell’ultimo carro
o pianto di ginestra
dove fioriva l’amatore immoto
dalle turbe angosciose di declino
io sono l’acqua che si genuflette
davanti alla montagna del tuo amore.”
(A.Merini)

giovedì 30 aprile 2009

Elisir d'amore per ........"Fabrizio de Andrè"


.....Un ricordo che è memoria,emozione,cultura.........

il Pescatore (De Andrè) - PFM + Cristiano De Andrè + Roberto Vecchioni




"ILPESACTORE" è una delle più alte e popolari ricerche del senso comune, del senso morale del vivere assieme che la canzone d’autore abbia mai prodotto. E non solo quella. "Il pescatore" per parlare di Storia si parte da una storia comune e particolare.La Storia per De Andrè parte da un ottimismo della ragione e del cuore, da una sicurezza escatologica, da un preciso stretto manicheismo bene-male (non solo etico, ma politico, poliumano), che trascende ogni errore, ogni castroneria, ogni interpretazione parziale del passato, per assicurarci che gli uomini, noi tutti, protetti da un "elan vital", da un "pandemismo" (non panlogismo, pandemismo, uomini sopra le idee) percorreremo di sconfitta in sconfitta una vicenda universale che ci porterà alla verità. "Ilpescatore" è canzone-denuncia di falsi contingentismi, di totem momentanei, di approssimazioni, di attimi, di entusiasmi facili, di sirene e superfici, orpelli, credulità; ed è monito secco, intransigente, definitivo a chiunque voglia fare della vicenda di una intera umanità un caso di interessi particolari e personali e di porte e di potere. La Storia è tutto questo perché s’identifica con l’umanità e la sua avventura incompresa e sempre demandata ai vertici che l’hanno determinata: ovvero la storia è la ruota e la fame, la paura e il bisogno di libertà e non Napoleone o Bismark o Hitler o Saddam Hussein. Questo identificare la storia con l’umanità, con tutta l’umanità dei tanti singoli-individui, ha radici antiche, ma anche qui De Andrè prende le misure: non c’è niente di rivoluzionario, di sovversivo in quel che dice.Non c’è niente o quasi () di vichiano o idealistico, forse, un po’ più, ma nemmeno tanto di marxista.
La storia è soprattutto la storia di Bocca di rosa “ persona vera” ,” parabola semiseria della gioia, della fantasia, della libertà schiacciata dal comune pudore ,dal perbenismo, dal bigottismo borghese”. Non è preminentemente la lotta sociologico-politica tra “il diverso e il potere” che vuole raccontare o cantare Fabrizio come nella Guerra di Piero ma la rappresentazione poetica tra due essenze vere e concrete in una vita fatta di perenne conflitto non rimarginabile.
Conflitto oggettivo giocato tutto sul “silenzio magnetico ed eloquente” del Pescatore e su una intesa sapienziale di una storia profonda, grande e inspiegabile tra il pescatore e l’assassino. Il primo non ha la necessità o il dovere di rivelare l’incontro “ai gendarmi” fingendo di dormire il secondo che non avrà esigenze di dare giustificazioni o chiedere comprensione o compassione ,ma solo “pane”.
I protagonisti delle loro storie di vita non hanno niente di eroico o di santo.
“Posso dire ancora sulla Buona novella – scrive De Andrè- che dato il tipo di taglio conferito a questo argomento,probabilmente i personaggi del Vangelo perdono un poco di sacralizzazione, ma io credo e spero soprattutto a tutto vantaggio di una loro migliore e maggiore umanizzazione”.
mauro orlando

Elisir d'amore per ......Cairano ricordando Galvano

...il nostro viaggio di gioa e speranze verso Cairano non ci fa dimenticare le soffrenze e i dolori delle terre d'Abruzzo e le vecchie ferite dell'Irpina e di :

BALVANO


di Andrea Di Consoli

Tra i comuni più colpiti dal terremoto irpino-lucano del 1980 c’è sicuramente Balvano, piccolo paese a circa trenta chilometri di distanza da Potenza. Anzi, la notizia del terremoto fu lanciata proprio da questo paese, tanto che per almeno due giorni – nel mondo intero – si parlava di Balvano come dell’epicentro del terremoto. Nel 1980 gli abitanti di questo paese erano circa 2.300, attualmente, invece, sono meno di 2.000. Alle ore 19.34 del 23 novembre del 1980 la terrà tremò a Balvano per un minuto e venti secondi, con un’intensità di 11,3° della scala Mercalli. I morti furono 77, mentre nella sola chiesa di S. Maria Assunta, che crollò interamente, morirono 65 persone, soprattutto ragazzi di giovanissima età, che a quell’ora – per via della presenza in paese dei Padri predicatori – affollavano la chiesa (dove c’erano quasi 400 persone, e quindi molte si salvarono). Il sindaco di allora (democristiano, di quelli che avevano portato la DC al 78% alle elezioni comunali e regionali del 1980, per la gioia di Emilio Colombo) si chiamava Ezio Di Carlo. Di lui scrissero anche Giovanni Russo e Corrado Stajano nel libro Terremoto, che uscì nel 1981 per Garzanti. Scrisse Russo: “A Balvano, nella solita roulotte, c’è il sindaco, Ezio Di carlo, trentasette anni, medico insieme al veterinario, un commerciante, la guardia comunale e dei giovani. Il sindaco di Muro Lucano è comunista, questi è democristiano, ma si comportano allo stesso modo con la stessa efficienza brusca, senza retorica”. Oggi, a ventinove anni distanza, l’ex sindaco Di Carlo è capogruppo di minoranza nel comune di Balvano, ed è il medico più importante del paese. Dopo i primi massacranti impegni sul fronte dei soccorsi e della ricostruzione (tanto che per sei mesi, nonostante quattro figli, usciva alle 6 del mattino e vi rientrava soltanto a mezzanotte, magari mangiando scatolette di fagioli con il segretario comunale), Di Carlo ha subito alcuni processi (ben 13 capi d’imputazione), 200 firme di cittadini balvanesi contro di lui, mille accuse di appropriazione indebita di fondi destinati alla ricostruzione, alcune assoluzioni, una condanna di 8 mesi (per un recinto non autorizzato che fece intorno a casa sua, a sue spese) e ben due trionfali rielezioni. Insomma, un tipico “gliommere” di sentimenti grumosi e contrastanti del nostro litigioso e velenoso Sud paesano. Due cose sono certe, comunque: l’allora Commissario Giuseppe Zamberletti, il Guido Bertolaso di allora, prese la ricostruzione di Balvano a modello da imitare; mentre il collaboratore del Prefetto – che in quel frangente ogni sindaco aveva al proprio fianco – fu l’unico ad andarsene dopo dieci giorni, perché Di Carlo era bravo e autonomo di suo, e quindi non abbisognava di “tutor” statali. Dal terremoto, comunque, tutti ne sono usciti cambiati – in peggio, sembrerebbe – e questa è la principale lezione che Di Carlo, sulla sua pelle, ha imparato. Certo, sarà la storia a giudicare l’operato di Ezio Di Carlo, ma una cosa è certa: lui è la principale memoria storica del terremoto a Balvano: “Il terremoto lo stiamo pagando ancora oggi. 10 persone su 100 hanno disturbi ansiosi e depressivi molto gravi, e ci sono anche casi di psicosi depressive e schizofreniche. L’uso di psicofarmaci è aumentato molto, dopo il terremoto. Un ragazzo, che all’epoca sembrava sereno, e che giocava con i pompieri e con i soldati, è entrato in una depressione grave solo molti anni dopo. I danni di un terremoto si vedono soprattutto nel tempo”. Chiedo al medico Di Carlo se corrisponde al vero il fatto che i soccorsi giunsero, soprattutto nei paesi più sperduti, con colpevole ritardo – tra l’altro, l’allora Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, lanciò la sua accusa (unico caso nella storia repubblicana fino ad allora) contro i colpevoli ritardi dei soccorsi del Governo nazionale (si era da poco insediato a Palazzo Chigi un precario Governo presieduto da Arnaldo Forlani) proprio da Balvano. Di Carlo è in controtendenza: “Assolutamente no, e le spiego perché. Quando si diffuse la notizia di Balvano epicentro del terremoto, il mio paese divenne sede di una straordinaria solidarietà internazionale. Non posso dire niente, da questo punto di vista. Le cose funzionarono bene”. Provo a punzecchiarlo su Emilio Colombo (che la sera del disastro partecipò a un cerimoniale ufficiale a Roma), ma la risposta è altrettanto precisa: “Vuol sapere una cosa? Emilio Colombo venne qui a Balvano, da solo, con la sua macchina, senza codazzo, addirittura la notte di Natale”. Ma Di Carlo ammette che un terremoto porta solo guai (“certo, circolano molti soldi, l’edilizia si sviluppa e, con l’edilizia, i commerci, ma ci si incarognisce, si dicono tante falsità. Si figuri che una volta in paese circolò la voce che io distribuivo a mano i soldi del terremoto. Ma è acqua passata, lasciamo perdere”). Molti in paese fanno notare che la ricostruzione di Balvano ha determinato un vulnus edilizio, e che le nuove costruzioni sono state fatte senza criterio, e con enormi speculazioni. L’ex sindaco Di Carlo è irremovibile: “A Balvano ci sono ancora 100 appartamenti in cemento armato che facemmo in quei mesi. Furono costruite come case di emergenza, e invece sono rimaste come case popolari. Cos’altro dovevamo fare?” Poi, prima di congedarci, mi mette a parte di uno studio che ha fatto in quanto medico: “La vuole sapere una cosa? Dopo il terremoto, nei nostri paesi, sono aumentati i casi di tumore al cervello, al polmone e all’intestino. E sa perché? Per colpa delle vernici dei prefabbricati, e dell’eternit, di cui non sapevamo ancora niente. E, ovviamente, anche per lo stress post-traumatico, e per le nostre scellerate abitudini alimentari. Il terremoto viene sempre accompagnato con altri mali, non viene mai da solo”. Infine mi detta la poesia che scrisse durante i giorni del terremoto, e che – m’informa – fu pubblicata sul “Corriere della sera” e sul “New York Times”. La ricopio integralmente: “Nell’aria immobile del primo inverno / freddo livore di luce / ombre lunghe di luna piena / sussulti improvvisi di terra impazzita / pietre di morte sulla mia gente”. Anche Pasquale Iacullo ha scritto alcune poesie sul terremoto – il suo libro più recente è Erano quasi le otto di sera, pubblicato dall’editore Arduino Sacco – e il suo punto di vista è molto più drammatico: “Dal terremoto in poi le cose sono cambiate per sempre. Non solo per i morti, 77, che per una piccola comunità come la nostra ha significato tanto. Ma per come è cambiata la comunità dopo il disastro. La gente non è più stata la stessa. Da allora la terra è stata abbandonata, e i giovani hanno preferito andare a lavorare nello stabilimento della “Ferrero” qui a Balvano, in cui lavorano circa 150 miei concittadini. Tenga poi conto che a causa dei 65 ragazzi morti, a Balvano manca all’appello un’intera generazione. Ma le voglio dire che la cosa più vergognosa è che il paese intero andò alla ricerca di un capro espiatorio, e purtroppo lo trovò. Tutti qui a Balvano diedero colpa del disastro a don Salvatore Pagliuca, che non aveva nessuna colpa. Dissero che la chiesa crollò per la sua incuria, per la sua disattenzione. Il povero don Salvatore è morto in solitudine nel 2006, a Muro Lucano, in una sorta di esilio. Una brutta storia. Subì anche dei processi, ma ne uscì sempre assolto”. Alle ore 19.34 di quella domenica sera, Pasquale Iacullo – attualmente impiegato comunale – che all’epoca aveva 22 anni, ed era disoccupato, si trovava in piazza, a pochi metri dalla chiesa S. Maria Assunta. Chissà se ha visto quello che in molti mi hanno raccontato, ovvero che per tentare di salvare qualcuno sotto le macerie della chiesa, molti, salendo sulle pietre crollate, schiacciarono ulteriormente i corpi seppelliti, magari ancora vivi. Ma Iacullo ha una sola ossessione: “Da allora il paese è cambiato. Anche la piazza, dopo quella sera, non è stata più la stessa”.