mercoledì 31 ottobre 2018

Paesologia e.....foliage:vagabondare in autunno.
Vagabondare, viaggiare ,camminare non solo come scoperta della caducità , la lentezza, il silenzio ma come riscoperta degli …..sguardi, sentimenti, pensieri e le grandi tematiche interiori in una contrapposizione compassionevole rispetto all’andamento della nostra società “incivile” ( D. Demetrio, Foliage, Vagabondare in autunno, Raffaele Cortina Editore.). Inseguire le stagioni , frugare tra gli alberi le manifestazioni del bello , godere dei chiari di bosco, attenua i timori, le paure dell’inverno antropologico che incombe. Girovagare in autunno nei boschi, in pianura, in montagna, sulle colline, offre momenti di grande bellezza e consolazione. Oggi c’è qualcuno che ci invita a vagabondare alla ricerca del trascolorare delle foglie in sfumature pregne di solarità, ad ammirarle concedendosi tempo. Ben venga e sicuramente è un nostro amico e compagno di viaggio ! Il mutamento della natura può diventare stile di vita, arte della contemplazione e dell’attesa; il tema della fugacità essere inteso non come fonte di tristezza ma come rinnovato desiderio di vita. Insomma anche un viaggio alla scoperta della luce, nei chiari di bosco, nei deserti sfumati delle dune ,tra i bagliori autunnali che emanano armonia e lentezza possono aiutare a riprendere i l filo di Arianna della nostra vita singola . L’incontro con la nostra interiorità, l’esplorazione di un territorio spesso sconosciuto, un appuntamento non con la decadenza, come si ritiene da più parti e da secoli, ma con la crescita, con la fioritura, con la ricchezza. Non è vero, caro Ungaretti, che si debba stare sempre come in guerra, come i soldati, come d’autunno sugli alberi le foglie. La vita è certo anche guerra, ma il tratto malinconico di una stagione che sembra accompagnare gli umani verso il gelo invernale, verso il finale di partita, può collegarci con l’essenza vera dell’esistere, dell'esserci, del vivere. È con l’autunno, con le sue tinte tenui, che possiamo cogliere il segreto della vita, la ricchezza della vita. Al freddo glaciale dell’inverno, al caldo torrido dell’estate, alle eccitazioni inebrianti della primavera, senza opporre, la misura dell’autunno, ne fa la stagione del suo cuore, il preludio di straordinarie accensioni . Oltre l’estetica letteraria che ha consumato questo sentimento poetico in “spiritualità decadente”, che pure predisponeva a un desiderio di sensate “accensioni”, la riscoperta di un bel paesaggio autunnale, con i suoi colori e profumi, predisponeva al silenzio e al raccoglimento ,al acontrollo dei “demoni interiori” e alla “cura di sé” degli antichi virgiliani. “L’autunno – scrive Angelo Casati- è un tempo di metamorfosi sublimi e incantamenti, di distacchi e di ritorni, di abbandoni e di rinascite. L’autunno è un’irruzione della natura che pare consolare la terra per ciò che le accadrà. Non fine, non morte senza appello: ma passaggi e transizioni nei quali è possibile intuire – oltrepassando l’inverno – i presagi della primavera, che – un altro paradosso – ha molti punti di contatto con il tempo degli addii. L’autunno è un non-tempo da amare: perché è la parentesi più propensa a insegnarci i piaceri della solitudine appagante, le beatitudini del silenzio, le euforie dell’intimità. In tali doti e doni, da accettare con gratitudine, si nascondono la sua grandezza e il suo misconosciuto carattere sapienziale”. La “paesologia” …un “sapere arreso ma vivo ed activo” da parte sua cerca di andare “oltre” e si pone la stessa esigenza come esperienza esistenziale ma anche “politica” nel senso di riproporre una sensibilità recuperata alla osservazione ma anche all’azione, non intimista e immunitaria, ma altruista ,comunitaria, attiva e creativa di vita.Poeti soprattutto ma filosofi per rivoltare la realtà e farne riemergere la loro anima velata. Operazione teoretica ed esistenziale che parte dalla “vita nascosta” dei “piccoli paesi” degli appennini abbandonati dalla “modernità” col privilegio delle coste e delle metropoli come “ non luoghi” della inautenticità della vita e del pensiero.Uno stile di vita e di pensiero non come “sospensione del tempo” ma come un risentire “il tempo immobile” dentro di noi per vivere meglio anche “il tempo mobile” fuori di noi.Nessun “autunno della sospensione”, né “l’inverno dello scontento”. Vita …”cruda e vera vita” conservata nella solitudine e nel silenzio dei “piccoli paesi” ….“è silenzio autunnale ritrovato - scrive Adrana Zarri -concentrazione densa, solitudine calda, meditazione, preghiera […]. Il sapore è quello della maturità. Non qualcosa di stanco e marcescente, ma di compiuto […]. È tempo di raccolta, ma di una seminagione lontana; ed è tempo di semina per un lontano raccolto”. Recuperare il ritmo reale del tempo, il senso concreto dello spazio che si fa paesaggio,la profondità delle parole organizzate nel linguaggio in questi luoghi persi nelle nebbie della memoria non del ricordo ed abbandonati dalle insensatezze dello sviluppo senza progresso.Lasciare la pigrizia a rincorrere la “poesia scritta” dei Bertolucci, Cappello, Pontiggia, Lamarque e insieme a Hölderlin, Leopardi, Quasimodo, Ovidio, Rilke, nostri compagni di un eterno viaggiare, di un eterno vagabondare, tra nostalgia (ah, Nostalgia, storia di un sentimento, di Antonio Prete!) e senso della finitudine, tra caducità e possibile riscatto. E nuovo inizio nel cuore e nella mente .E camminare , viaggiare, incontrare i paesi e il silenzio dei vecchi delle panchine che parlano coi cani randagi e scrivere “nuove poesie” con parole calde, tristi, luminose e armoniose che non hanno persa “l’anima” nello “tzsunami” delle parole della mondializzazione economica.La “paesologia ci indica di riprendere un cammino, “i sentieri interrotti e i segnavie”, e abbandonare le vecchie affollate strade della “modernità incivile”. Un nuovo sapere come “cura di sé e degli altri” e come una “disposizione del cuore ” e una nuova “postura del corpo” nei “luoghi dell’anima” per esperienze inattese di sentirsi meno soli nell’incontro dell’altro.Non una filosofia di vita ma la vita nel mondo con la poesia e anche la filosofia.

martedì 30 ottobre 2018



…la tragedia di Tiresia

….E’ da sei mesi che non ascolto i  telegiornali  e meno che meno le trasmissioni di approfondimenti politici di tutte le tv nazionali. Una disintossicazione necessaria e utile anche se pericolosa per la democrazia. Viviamo un tempo dell’improvvisazione  e del pressapochismo politico e informativo e non era questo che nelle nostre passate esperienze  avevamo immaginato .Ma più grave  è la “involuzione antropologica” che si è metastatizzata nell’intera società. Siamo noi a non capire o sono gli altri a non spiegare e forse ad improvvisare essi stessi ? A livello conoscitivo e di ricerca avevamo immaginato scenari complessi ma comunque governabili  dalla “politica”  oltre “lo stato pura  di natura” hobbesiana senza cambio di “sovranità e rappresentanza”. Oggi viviamo  in modo nebuloso un mondo sociale  in cui  i corpi si  materializzano  nelle  piazze  e nelle strade  in modo occasionale e provvisorio.Parlo di corpo e non di mente  perché tutto sembra  inconsapevole  e irriflessivo. Si partecipa senza decisioni autonome e senza domande o pretese. La  convocazione  avviene in modo occasionale  e temporaneo  attraverso quella realtà dematerializzata che è la Rete, dove lo spazio è  abolito, il tempo reso istantaneo e le persone fanno la loro comparsa con la vicaria complicità di quel loro sosia che è l´alter ego digitale. Certo c´è una bella discontinuità tra l´agorà antica, dove le parole erano accompagnate dai gesti, i gesti dagli sguardi, e gli sguardi, tradendo le intenzioni, potevano smascherare il mai risolto gioco tra menzogna e verità. Una bella differenza anche dalle grandi “manifestazioni di massa”  degli anni 70/80. Ma se guardiamo le cose più da vicino questa discontinuità si riduce, se è vero che il modo occidentale di pensare, nelle sue espressioni matematiche e filosofiche, ha preso avvio proprio dal rifiuto della percezione sensibile rispetto al pensiero logico .La “res cogitans e la res extensa” cartesiana  aveva portato all’illuminismo e alla grande rivoluzione francese.Il Novecento   poi ha cercato di “destrutturare” il tutto  ha subito  l’esperienze  di due rivoluzioni totalitarie .La seconda metà del 900  con la democrazia restaurata si è inaugurato  quel pensiero immateriale che trova la sua articolazione nei costrutti della mente, che consentono di approdare a quella realtà considerata perfetta, perché liberata dai limiti della materia. Non a caso, scriveva  Platone: «Ci avvicineremo tanto più al sapere quanto meno avremo relazioni col corpo». E 2000 anni dopo, Cartesio, inaugurando il metodo scientifico, scriveva: “Dato che i sensi a volte ci ingannano, volli supporre che nessuna cosa fosse tal quale i sensi ce la fanno percepire, perché non conosciamo i corpi per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero”.Se questa è la tradizione del pensiero occidentale, che ha preso avvio nell´agorà greca dove si insegnava a prescindere dai limiti della materia, quindi dai corpi e dai sensi, c´è perfetta continuità tra l´iperuranio platonico, l´astrazione matematica, il cogito cartesiano e la realtà virtuale, capace di dare, nella comunicazione dematerializzata, l´effetto della realtà materiale senza i condizionamenti della materia. La diffusione del telelavoro, la cibernetica come pensiero, l´osservazione di realtà altrimenti inosservabili proprie della biologia molecolare e della genetica, fino al sesso virtuale con partner virtuali, o l´ideazione di una “second life” rispetto a quella insoddisfacente che ci capita di vivere hanno fatto dell´agorà virtuale qualcosa di più potente e di non meno reale dell´antica agorà materiale. Ma ciò che è davvero sorprendente è che l´agorà virtuale trae spunto proprio dal tipo di pensiero che nell´antica agorà greca è stato inaugurato come paradosso e con altri fini . Protagonisti della società virtuale sono i giovani, che nella società reale nessuno convocava , nessuno chiamava  per nome. Trascurati dal mondo adulto, essi hanno carsicamente  inaugurato  piazze dove si incontravano, e dove il mondo adulto, che li ha esclusi, con qualche difficoltà ha avuto ed ha possibilità di  accesso. Il loro comunicare, chiamarsi e convocarsi per via telematica ha segnalato  una modalità di socializzazione e di scambi relazionali non ancora abbastanza considerato dal mondo adulto, che sotto questo profilo appare arcaico, sordo e cieco. E in questa segnalazione sembra ci sia   la configurazione del futuro, che solo chi è giovane è in grado di progettare e sognare. Nella proiezione del futuro ci sono i segni del cambiamento e noi non riusciamo non solo ad intercettare ma a capire o contrastare . Si tratta di un cambiamento che è radicale perché avviene in un linguaggio, quello virtuale, che un potere troppo vecchio nelle sue abitudini mentali e nei suoi schemi percettivi non solo fatica a capire, ma neppure ne scorge la forza e la potenza. Perché è potenza comunicare senza i limiti dello spazio, senza le attese del tempo, senza la grevità dei corpi, senza l´ingombro della materia. E proprio qui può nascere quello spiraglio di speranza che giustamente i vecchi saggi  preventivavano per i giovani non nella concessione  generosa del mondo adulto. Il futuro i giovani non lo hanno atteso o  lo attendono più dagli adulti. Con la loro piazza virtuale semplicemente se lo sono preso….per farne cosa  non ancora lo sanno ma sicuramente non per accontentare o ingraziarsi  gli adulti.
Tiresia

lunedì 22 ottobre 2018

La "decadence" di un colwn!
Quando gli occhi di un clown( nascosti dietro occhialoni neri) riescono, sfuggendo alle più immediate associazioni mentali ed emotive , ad abbattere l’immagine ironica e satirica del suo volto umano troppo umano ,invecchiato e impasticciato di colori troppo intensi....come le vecchie puttane impenitenti . Un artista di strada "nottola giocosa di Minerva" che vola sul far della sera alla ricerca della "vita nascosta" dentro le cose e le persone ...... finisce per offrire di sé il vuoto rituale de "la maschera della farsa e del teatro di maniera " (Crozza e Grillo) e abbandonare quella della più assoluta malinconia vitale nella indistinta e grigia confusione di un' "epoca di decadenza realizzata " come "rivoluzione postuma e inattuale " di "nani sulle spalle di giganti" nella dissolvenza-dissonanza del reale razionale e del reale immaginario in un film di fantascienza .Operazione di "nascondimento" del negativo come stimolo e conflitto per un cambiamento vero "in interiore homini".Compito primario della ricerca del clown nascosto ....mai ritrovato ....come volontà eraprresentazione....per lasciarlo vivere nel suo ruolo di "zotico e irriverente oppositore....mai omologato al rtibasso" del superfluo e del superficiale.E come lo sciocco normale confonde il "dito" (Gabanelli,Glillo, Di Battista, Di maio, ecc. ecc) con la "luna"!
Il clown rivela che il suo mal d’essere si fa immediatamente topos dall’innegabile fascino dello "spettacolo per sè " ...della farsa o macchietta di vita sprecata .Le sue " esibizioni si fanno performances" del superficiale senza dramma e passione.Il "canovaccio" sostituisce i silenzi delle parole non dette nei gesti classici dlle debolezze del corpo che stimola risate sguiate senza anima.Sì perchè il clown cerca l'anima anche in una risata ! La sua maschera fescenninica mostra nella forma e l'evento figura pantomimica dell’apparenza alienata mediante una maschera dalla realtà nei surrogati dei salotti satireschi della televisione di Stato dove oramai "protagonisti e maschere" si scambiano i ruoli senza infingimenti.E allora , se il clown di strada" confonde la strada con le corti , i palazzi del potere con i "termidoro" perde la sua vocazione a penetrare quest’ultime a fondo, sferzando in modo sottile e ferocecon le veritiere critiche un ’apparato sociale debole e superficiale nei suoi "arcana imperi" e nelle sue "palesi incosistenze".
TUTTI SANNO, CIOÈ, CHE UN CLOWN DEV’ESSERE MALINCONICO PER ESSERE UN BUON CLOWN, MA CHE PER LUI LA MALINCONIA E' UNA FACCENDA MALEDETTAMENTE SERIA!
Pablo Picasso, Arlecchino pensoso (1901) ha saputo rappresentare questa "malinconia" come essenza e anima di chi ha il compito storico ed essitenziale di "essere contro" finchè gli lasciano la voce e gli permettono la maschera.
Quando un clown si riduce a cavalcare le "opinioni fredde e corte" della politica politicata spacciata per rivoluzione...i suoi frizzi e lazzi diventano il rito del vacuo e del superficiale relativo ai fatti e i personaggi che è costretto a parafrasare senza credibilità avvolta in un’aura di vacuità e di stasi. È proprio essa, per analogia, ad introdurre alla chiave di lettura più profonda e importante della realtà da smascherare e svelare ad assumero un senso di routine e di inutilità dlla vita sociopolitica. e le sue crepe contraddittorie 
E finalmente il mondo rientra con leggerezza e superficialità nella "notte in cui tutte le vacche sono nere!".....il resto è solo "mutazione antropologica" con alla guida "mosche cocchiere" che non fanno ridere!

Un Presidente onorario che difende la sua onorarietà !
Liberamente ispirato ad uno sguardo furtivo in questo spazio di comunicazione e di "opinioni di un clown ".
...elogio della maturità.....
Abbiamo dedicato molto tempo a conoscere la giovinezza e la vecchiaia....inizio e fine di un segmento esistenziale.Ma la maturità, la lunga,ricca e fugacissima età di mezzo,il Purgatorio della commedia , la medietas della virtù, il mezzo del cammin di nostra vita , l'età del " mota quaetare et quaeta movere", alla quale abbiamo affidato la parte migliore di noi,continua rimanerci incomprensibile ,poco considerata e analizzata . La maturità non è una vetta da scalare , un continente da scoprire ma una pianura o un deserto da attraversare, un bosco da svelare , colline dolci e morbidi da passeggiare , sentieri interrotti da superare e radure riflessive da vivere , mari tranquilli e tempestosi da navigare , orizzonti brevi e lunghi da superare e immaginare .Qualcosa di gracile, provvisorio, debole, si colma e si svuota, si prova e diventa perfetto : resta per qualche anno nella stessa condizione, prima di decadere lentamente e mutare di senso e di forma ; la viviamo con la curiosità e la consapevolezza come se la maturità fosse una stasi tra una crescita e una decadenza.La maturità è anche perdita di una incertezza,approssimazione, completezza, verificabilità , di prove ed errori, di illusioni, utopie e distopie, di slanci e ritiri ,di un vagabondaggio...fughe e ritorno , di dubbi e sospetti,amori e disamori ,passioni e sentimenti caldi :è insieme una conquista e una rinuncia : mentre lo sguardo apprende e vede più in profondità (eidein), le parole si scoprono nelle cose ,l’intelligenza coglie il nucleo percettivo delle cose e le spoglie degli aggettivi superflui, il cuore sopporta le cose tollerabili e intollerabili.....e definisce il suo rapporto di amore e disamore con il mondo, distingue le maschere dalle persone accettando la centralità del suo "io" come un punto di una "spirale" puntata all'infinito......

mercuzio

martedì 9 ottobre 2018


Teniamo bene a mente questa immagine: una casa, nel margine della campagna , è il luogo dove l’homo sapiens ....agricoltore e cacciatore ha trovato dimora......per vivere una vita autentica agli inizi della sua avventura umana e divina assieme.

Ritornare a questo isolamento activo e a questo silenzio pensante fu il primo passo di Heidegger fuori dall’esilio intellettuale nel quale si era, giustamente, rinchiuso....dopo essere stato travolto dallo stesso suo pensiero politico deviato in ideologia.E allora la casa isolata nella "radura" della selva nera diventa la casa della "parola" autentica "...."Nessuna cosa è dove la parola manca"
L'uomo occidentale dopo il disastro del 900 sceglie di tornare in campagna.... vagabondo nella foresta, dopo tanto incespicare nell’oscurità della "Tecnica" omologante e deviante .Ritorna nella "periferia del mondo " , nella radura e trova una rifugio in cui sostare.....pensare ....ritornare a vivere prendendosi in "cura" sè stesso e ristabilendo un rapporto non di potere con gli altri . La sua dimora è questo linguaggio, del quale non è il padrone: in questa radura, l’uomo non possiede nulla. È solo il custode. Heidegger dice: l’uomo è il pastore dell’Essere. E suo unico compito è custodire questa casa nell’attesa che torni il vero proprietario.L'uomo autentico con un rapporto autentico con sè stesso e con la "terra" che lo ospita.Ripartendo dal recupero del "linguaggio" non della filosofia, della metafisica o della teologia ortodossa ma della "poesia" la lingua dell'essere e non degli enti.
L' essere autentico che si manifesta dentro il linguaggio poetico , nella bocca dell’essere umano, sulla carta delle sue infinite biblioteche.Solo i "poeti" oggi sanno rivivere nell'isolamento e silenzio di una "casa" nella "radura-campagna"dove sentono la presenza viva dell'Essere lontano dalle "bibbie" dai canti tribali e maschere e talismani colorati, o nel grande dispiego di apparecchi scientifici e tecnologici, 
Ἀλήθεια! Questa è la verità: ἀ–λήθής, ovvero non (più) nascosto. Verità è lo svelamento quotidiano e mutevole dell’Essere che infine, da occulto che era, si rivela dentro il nostro linguaggio umano. E quindi l’attesa è finita? Non ancora: verità è lo svelamento dell’Essere che continua ad apparire in lontananza, che si intravede nel folto della foresta,nelle periferie, nelle campagne, nei piccoli paesi abbandonati degli appennini dove si nacsonde "la vita autentica" lontano dai "non luoghi metropolitani" dove "il silenzio è vuoto" e la "solitudine ...depressiva".....dove "uno straniero è un nemico" e non un ospite o un visitatore benvenuto. Ma l'Essere siamo anche "noi" che non ci limitiamo subito a celebrare e anticipare il suo avvento....creando templi , altari o chiese.Non aspettiamo una sua "rivelazione" ma la costruiamo giorno dopo giorno in "noi" e in comunitrà con gli "altri". Ma il nostro essere non è sopra nessun "monte" e non è ancora arrivato.....ma arriva continuamente e poi va " a vivere" e a volte si "nasconde" perchè "l'Essere ama nascondersi " (Parmenide) per essere continuamente "svelato" (aletheia" dall'uomo sapiens ed activo. Perché ci sia rivelazione è necessario l’occulto, il mistero, la fede come pensare profondo: l’Essere sive natura provvede anche a questo, annunciando il suo arrivo e restando nascosto. E' il compito autentico del pensare e vivere dell'uomo avvicinarsi autonomamente all'Essere non in modo definitivo ed eteronomo ma provvisorio e eterno. L’Essere non della filosofia o della metafisica nella la staticità assoluta della verità metafisica (il vassoio) – è piuttosto il continuo svelamento che, di volta in volta, storicamente, si dà e si nega alla comprensione umana. Accade, come un evento, dentro il linguaggio, e produce la sua sola verità: l’Essere che non è ancora tornato a casa.....ma è in viaggio e ci parla con "il canto e la poesia" non con i "concetti e le idee".

lunedì 8 ottobre 2018


Riace : un'occasione di rivitalizzazione e compassione.
di mauro orlando


Una delle benefiche conseguenze della postmodernità è il processo che ha visto imputata la ragione occidentale, costretta a un’autoanalisi critica e relativizzante dei suoi fondamenti e rilettura storica del suo tragico e ricco Novecento. La compressione spazio-temporale operata dalla globalizzazione degli ultimi decenni del "secolo breve"ha significato per tutto l’Occidente un processo inedito di avvicinamento di mondi lontani e di costrizione alla convivenza con altre culture e forme di razionalità prima ignorate.L'italia per la sua esposizione geografica come cerniera con l'Africa tutta e la sua centripeta posizione culturale e religiosa ne è stata coinvolta nel bene e nel male che ogni fenomeno di tale portata tracsina con sè come un fiume in piena che rompe argini e territori non protetti.Oggi che l’altro, il lontano, non è più facilmente eludibile, la negoziazione tra valori spesso considerati diseguali prorompe sulla scena. Lo vediamo non solo nelle turbolenze interne,nelle incomprensioni tra umori ,paure e idee ma anche sull’altra sponda mediterranea..... strozzata da una "modernità disegualee incivile".Riace cosa vuole rappresentare nel suo aspetto simbolico, utopistico, reale in questa situazione complessa, conflittuale e ricca di opportunità o di misfatti umanitari al limite del genocidio naturale e politico.Anche per noi nati nel mito e nella scelta consapevole del "progresso" dall'Illuminismo in poi è tempo di scelte dolorose ma radicali.Tertium non datur .....accoglienza o rifiuto.
Installarsi non ingenuamente in un orizzonte multiculturale significa disfarsi dell’ideologia dell’equidistanza, accogliere col beneficio del dubbio ogni pensiero della comunicazione simmetrica. Intavolare discussioni alla pari; postulare veli dell’ignoranza à la Rawls per riprodurre il terreno della razionalità universale, è una strategia non sempre attuabile. Il rischio è che i tavoli siano sbilenchi, i veli fin troppo sottili, che dietro tali artifizi del dialogo si mascheri il dominio di una sottaciuta rigidità, un universalismo tanto piú etnocentrico quanto piú ambizioso nell’ergersi a paradigma “non negoziabile”.
Invece pluralismo significa anzitutto riconoscimento di asimmetria, differenza, conflitto, opacità irriducibili. Qui la condizione, qui anche la sfida. La reductio delle differenze non è detto che sia operazione utile e feconda.In particolare per gli uomini del mediterraneo nostrano e del sud dei sud dell''Europa fredda ,la voce del pensiero “mediterraneo” ha la necessità naturale e scelta culturale di considerare tutto questo risorse irrinunciabili per la nostra vita civile, emotiva e culturale oltre che politica . La nostra terra meridiana è stata ed è crocevia di svariate culture, da sempre luogo di incontro/scontro tra civiltà, il mare nostrum che collega Europa a Paesi arabi e mediorientali ed è di fatto il laboratorio ideale per situarsi nel nuovo spazio di gioco inaugurato dalla contemporaneità.E' quindi un obbligo morale e politico e salvezza intellettuale essere con "Riace" è la sua "bella utopia"in via di realizzazione anche accettando tutti gli scogli malevoli e pigri che il pensiero corto della politica politicante mette in campo per esprimere la propria pochezza umanitaria e la volgarità delle proprie argomentazioni etnofobiche e razziste.

lunedì 24 settembre 2018

Una stanchezza che cura


Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, euro 7), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.

Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.

Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.

Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione.  Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.

Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.

Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.

Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.

Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere untra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.

Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.

Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.

venerdì 21 settembre 2018



Nel nostro specifico anche una lettura letteraria e poetica di “un sapere arreso” ha la forza di indicarci un viaggio possibile per la “cura “ di sé e degli altri soprattutto come esperienza esistenziale che si fa pratica sociale e vita activa politica.Tutto ciò in una predilezione ad esporsi e senza nessuna pretesa pedagogica ed educativa.Per fare ciò dobbiamo recuperare in pieno il significato autentico e profondo di questa “esperienza” rovesciata al proprio esterno come impegno o al proprio interno come piacere estetico di "uno sguardo che sa ammirare". Un naturale ritorno interioriore ,(rede in te ipsum di Agostino) non esclude la scelta razionale che guarda suo “fuori …comunitario”. Ecco allora perché spesso abbiamo associato la nostra “esperienza comunitaria” all’idea di traversata o di viaggio…..ma di un viaggio identitario senza meta e senza ritorno nel senso “povero” inteso da Benjamin non come “privazione” dell’esperienza ma come esperienza “della privazione e come privazione” tout court.Consapevoli,però, che l’esperienza stessa porta il soggetto fuori di sé e la depriva di ogni “soggettività” leggera o pesante che sia.“Rimettere in questione il soggetto- spiega Foucault- significa sperimentare qualcosa che sbocca nella sua distruzione reale, nella sua dissociazione, nella sua esplosione, nel suo capovolgimento in tutt’altra cosa”. Può essere difficile e doloroso per le nostre inossidabili e comode convinzioni ma resta l’unica strada per poter costruire “Comunità libere ed aperte” e non “enclaves identitari e autoritari” e sopratutto non invischiarsi affascinati in una “microfisica dei poteri” come puro esercizio egoistico, retorico o sofistico.Non può esservi nessuna forma di conoscenza e di sapere senza una comunità di riferimento né esperienza interiore e personale senza la comunità di quanti la vivono e……..la conseguente esternazione o “comunicazione è qualcosa che non viene affatto ad aggiungersi alla realtà umana, bensì la costituisce” (Bataille)Bisogna ricreare un luogo e un clima di “tensione contraddittoria” fatta insieme di fascino e di sfida, di identificazione e rifiuto,di paradossali equivoci e palesi fraintendimenti, di diversità e amicizia , di generosità e dono……di sogno e realtà . Perché ci sia “comunità” non è sufficiente che l’io si apre ,si perda o si dona all’altro ma la nostra fuoriuscita si determini mediante un “contagio” rompendo tutte le forme di “immunitas” coinvolgendo tutti i singoli membri della comunità e la comunità nel suo insieme. Intaccare l’isolamento e le solitudini che non si possono attenuare socialmente o chimicamente ma soltanto colla condivisione….. “cum-dividere”... "cum -munus".Dopo Hobbes ci siamo garantititi dalla paura e scelto il diritto di sopravvivenza individuale con una sorta di “immunizzazione” (Stato) volta a garantire la sopravvivenza individuale imponendoci una restrizione o eliminazione del senso naturale di Comunità umana non coincidente con lo Stato come una sorta di “protesi artificiale”. Cosa sia ad ora una "comunità provvisoria" nessuno può dire con chiarezza e determinazione…..è inattuale e aspaziale per cultura ma nello stesso tempo ha un luogo e un tempo …vive di orizzonti mutevoli e irreali al limite del miraggio ma tutto ciò non è un buon motivo per abbassare lo sguardo sui nostri piedi e affogare nel quotidiano,nel luogo comune e nelle abitudini ma pretendere alzarlo anche se non troppo in alto “al di là del cielo stellato sopra di noi” e neanche solo "nel mondo morale dentro di noi".Siamo non a caso “irpini” appenninici ....uomini con orizzonti verticali leggeri e abbiamo ingaggiato una sfida per ricreare un “umanesimo degli appennini” come orizzonte specifico e non assoluto del nostro viaggio mentale e pratico.mauro orlando

giovedì 20 settembre 2018

il " canto" è la lingua degli uomini prima della " parola" e prima del canto degli uomini agli uomini...il canto era " preghiera...domanda...dubbiio....amore" al Dio che si sentiva non solo Signore ma creatore del cielo e della terra...suor maria donna canta la sua preghiera nan al Padre ma alla Madre perchè conosce le sue qualità femminili e non canta ma prega come sanno fare in modo naturale ancora oggi gli " uomini di fede"...un canto che non è pura tecnica vocale e musicale che buca l' indifferenza....magicamente armonizza la lontonanza e la prossimita del " deus sive natura" di Spinoza che ancora risente della pesantezza del " logos" con la sua vocazione di " legare" lo stesso Dio col rischio di farne un " idolo" senza dubbio e sospetto con un sapere umano sistematico e assoluto.Oggi solo la lingua della " poesia" può darci un idea della magia del canto come preghiera ....la prima vocazione e possibilità dell' homo non ancora sapiens....di comunicare con l' universo Tutto che abbiamo nominato " Dio".

martedì 18 settembre 2018


Leggere malinconie
col vestito.della festa
carezzano il mio cuore tra nebbie grigie
dell' inverno del nostro scontento
ricordo di sorrisi adolescenti
e storie affetti e amori incoffessati
che restavano al palo del non detto
oggi....
di notte ricomincio il sogno
iniziato l' altra notte
con carezze leggere di vecchio
tra chiaroscuri tragici
nelle foreste dei sogni freudiani
senza desideri e passione
e continuiaml a ridere di niente
solo di.gioventù in festa...
un sorriso accanto
che guardava altrove
ma mi bastava...
un attimo
insidie dei sogni dei vecchi…
con demoni irriverenti….maghi e streghe
….versano ambròsii velenosi
nelle coppe piene di desideri repressi
tra canti e danze di giovani ninfe
nelle ebbrezze dei cortei di Dioniso
e Apollo Dio dell'ordine vitale
sghignazza beffardo
le rughe che non sanno invecchiare
trasformando
in dolore i ricordi velati di misteri..
languide e dolci vertigini della sera
dello spirito che si addormenta sereno 
tra i piaceri di un sogno vissuto….
in altri meravigliosi e tempestosi tempi….

mercoledì 12 settembre 2018


"……E subito riprendo
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare"

il penultimo viaggio...
di mauro orlando

“Troppo da dire, e oggi non ne ho la forza….”. nell’aria  c’è il segno che la mia generazione  finisce. In questi ultimi tempi  avevo scelto di essere  “ un pensatore dell’avvenimento …non dell’attimo fuggente “. Una  differenza sempre nomade, anarchica e in eccesso, la folgorazione prodotta  da una parola, da due occhi di donna….una carezza non richiesta  e  ….si apriva la possibilità di un nuovo pensiero , una curiosità …un filo di nuove Arianne . Avevo maestri “genealogisti nietzschiano”…”adoratori heideggeriani”….”delusi   felici”.nelle  refrattarietà e diffidenze spesso mostrate dalla filosofia accademica, in particolare italiana, che invece di approfittare di quella “perversione del buon senso” inaugurata da “pensatori di riporto” che arrivavano dalla Francia :Deluze, Guattari, Foucault.... ha preferito in molti casi adoperarne la lezione come un quadro eccentrico e difficilmente sistemabile. I contributi disseminati e inaggirabili al pensiero di Spinoza, Leibniz, Kant, Nietzsche, Freud, Bergson, tra gli altri, corrispondono a una pratica da coltivare ancora con convinzione e generosità.Abbiamo con fatica trovato risposte sempre provvisorie  alle tante domande inevase  nei “labirinti illogici” del Novecento.Abbiamo scelto   non “la fuga e il suo elogio” dichiarandoci  “innocenti fino a prova contraria”  o  “i meno colpevoli” per il fatto di fare filosofia, come “vita activa” perché lo spazio frequentato è stato della massima ampiezza e occasione  di banalizzazione  e perdita. Dalla scienza al cinema e la letteratura, dalla psicoanalisi all’arte, la dirompenza  di un pensiero leggero …liquido  al massimo ci costringeva  a un ripensamento e a un’invenzione …per prova ed errori …di alcune categorie critiche con continui “ tagli” nella storia delle idee.Gli anni ’80  come residui ideologici dei “magnifici anni ‘70’ oltre la molteplicità sovversiva negli anni feroci e vitali dei movimenti, lo schizo e la macchina desiderante, e ancora il divenire stesso di «corpi senza organi», si puntellano di deterritorializzazioni e paradossi cercando  ossessivamente “una logica del senso”  come possibile risposta  allo scardinamento stesso della dialettica formale  e materiale  per assumere nuove coppie concettuali, radicali forme di rovesciamento simultaneo del senso comune. E restava sempre inevasa  la domanda “Che cos’è la filosofia?”  avendo anche esaurito la domanda “a cosa serve la filosofia ?”.  La filosofia  infatti  come “l’arte di formare, di inventare, di fabbricare concetti”  non bastava neanche se  le risposte si limitassero ad accogliere la domanda; era necessario anche che essa stabilisse un’ora, un’occasione, le circostanze, i paesaggi e i personaggi, le condizioni e le incognite della questione”. Alla fine  risultava sempre  un po’ stravagante porsi un quesito simile dopo anni di pratica filosofica  e arrivare alla conclusione  che che questo “mestiere  del pensare” poteva essere utile  solo quando la vecchiaia dona non un’eterna giovinezza ma al contrario “una libertà sovrana”, quando cioè si manifesta lo stato di grazia tra la vita e la morte.E alla fine …stravaganza delle stravaganze …. Abbiamo cominciato anche il “gioco” del “penultimo”  per non affrontare  il gioco dell’ “ultimo”  reale  che ci incalzava con “i suoi occhi cattivi”  e non riuscivamo neanche  a  richiedere una “ultima partita a scacchi” nelle fredde notti nordiche  di Bergman  o delle “poesie sapienziali “  sugli “inizi”  troppo lontani nel tempo che si stava esaurendo . E allora accettare  la realtà  tragica  di Edipo a Colono  con lo stato d’animo dell’Épuisè-esausto  che non è la fuga,la rinuncia, l’ipostasi e quant’altro. Una postura  per “Il viaggio finale” non ultimo in cui tempo e spazio si creano, si contraggono e si erodono.Una stanchezza di vivere …in cui l’esausto non può più realizzare ma  possibilizzare. Non una nuova maschera  ma una figura dell’esausto come ulteriore trama, affettiva e di significati, per un protagonismo   con un’andatura simile a una minuziosa macchina desiderante  in cui “tutto si divide, ma in se stesso”.E’ nell’esausto, in questa forma in cui ad esaurirsi non sono solo le forze ma il possibile, che si attraversa la penultima sovversione, quella per cui le idee, le cose, le immagini, non smettono di estenuarsi. Per arrivare ai corpi, alla chiusura di ogni immaginazione del possibile che è la propria morte. Si è stati stanchi di qualcosa, oggi invece,  è il presente a raccontarci che si è esausti di niente. Come durante una notte insonne, quando “le due mani e la testa fanno un mucchietto” per dire che forse non va bene eppure si resta così, insopportabilmente seduti “a spiare il colpo che ci raddrizzerà per l’ultima volta e ci stenderà per sempre”….come un personaggio di Samuel Beckett nel “penultimo spettacolo” della propria vita  nel reale…..
mauro orlando

governare il futuro
nei sottoscala della fantasia
nei rovesci della vita
solo e in disparte
a discorrer di misteri...di paure
di dolci malinconie…leggere
niente speranze...niente utopie
il pugno chiuso nella tasca
una domanda
chi sei
due riga di risposta
zoòn ....èkon legon
niente più comizi
cortei colorati di sogni
oggi...
meridiane malizie
coi lupi delle controre irpine
Palomar
a contare le increspature marine
Titiro che balla
intorno a un filo d’erba
il vecchio pazzo
che si crede me
con le mani conficcate nella terra
a giocare con le formiche
ostruendone ĺa strada
con un piccolo sasso
metis umana e voglia d'esser Dio
e disegnar destini…
e sentieri interrotti
a code percettive di formiche
e a noiosi canti di cicale
oggi...io
... sussurro un controcanto
di parole inerti... pigre e inoperose
in gara nel ciel in mille giri
....una melassa di parole
incolore..inodore ...insapore
della biforcuta e fredda lingua di sofia
sorella nemica della poesia…


venerdì 18 maggio 2018


“Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non devi sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello che il paese è. Non devi fare altro”.Franco Arminio,appunti di “paesologia” 


 La questione di base è come abitare la terra. E l’analisi del “come”, della “terra” e delle “abitare” è quanto c’è di più interessante e impegnarsi in un lavoro anche teorico o filosofico oltre che un approccio esistenziale o politico .. La radice di abitare è quella del verbo avere. Avere la terra. Possedere la terra. Dominare la terra. Padroneggiare la terra. Controllare la terra. Tenere la terra. Prendere la terra. Occupare la terra. Appropriarsi della terra. Ognuno s’accorge di questo. Di fatto bisogna riconoscere che l’ordine sociale espelle la natura in cui esso originariamente si è costituito. Il trionfo dell’artificio e della tecnica può coincidere con il dominio quasi assoluto dell’intelligenza meccanizzata sugli enti intramondani,uomini,natura e cose? La filosofia e il pensiero umano o la politica come agire umano hanno ancora il compito precipuo di espandersi nel tempo e nello spazio che agiscono sulla terra? La contemporaneità con gli inevitabili strascici del moderno e la tirannia del postmoderno tecnologico con gli echi mai sopiti del classico ci impone un orizzonte del pensiero,dove gli strumenti della ragione sono coniugati assieme quelli della passione. Perchè come ricorda la poetessa Marina Cveteva, “ Il pensiero è una freccia. Il sentimento –un cerchio”. Queste solo alcune delle domande che l’importante primo incontro sulla “paesologia” che si terrà il 9 gennaio per l’intera giornata nel Castello d’Aquino di Grottaminarda organizzato dalla “Comunità provvisoria”.Una idea e non solo nata dalle intuizioni , dagli scritti e dagli impegni del poeta Franco Arminio per poterci predisporre a vivere e pensare una esperienza originale e autentica di irpini stanziali e della diaspora nel nostro possibile rapporto con il nostro territorio e non solo. Un percorso rivolto alle persone disponibili a giocare la loro personale vita mentale e concreta nella possibile declinazione di due categorie apparentemente contrastanti ,locale e globale che tanto ci inquietano e ci disorientano. Ognuno di noi partendo dal proprio sapere e dalle proprie competenze ha l’obbligo intellettuale di delineare non solo la grammatica e il lessico rinnovato per una possibile nuova esperienza culturale ma assieme sentire la necessità di ristabilire un rapporto di tipo nuovo con una realtà meridionale sociologicamente e psicologicamente immutata in un contesto di modernizzazione “con sviluppo e senza progresso” e una mondializzazione non solo economica ma soprattutto antropologica. La “paesologia” come intuizione da definire e sviluppare potrebbe essere uno strumento conoscitivo originale e nuovo. Una persona che ha intenzione di continuare a vivere e pensare un territorio del sud ha la necessità di rivendicare alla base della sua ricerca di funzionalità intellettuale e esistenziale non solo retaggi e ricchezze culturali pregresse in modo consolatorio o di orgoglio identitario.Oggi bisogna rivendicare la categoria della “marginalità” e “fragilità”come capacità e possibilità di autenticità e originalità di stare e vivere contemporaneamente il mondo nel suo piccolo e nel suo grande. Si può vivere non con il vecchio schema della schizofrenia o delle “lamentationes” una bella esperienza emotiva e culturale a Castelbaronia e il giorno dopo visitare una importante mostra alla Tate Gallery di Londra e una settimana dopo partecipare ad un convegno a Bombay sulle nuove tecnologie informatiche e il futuro delle economia mondiale e non solo in internet .Lo spazio concettuale libero e liquido tra centro-margine-periferia si è aperto incondizionatamente e ci permette di verificare nei fatti e non solo nella volontà le idee ma soprattutto la nostra disponibilità e capacità di attivare volontà e strumenti per condividere “comunitariamente” anche le nostre individuali solitudini, introversioni, umori caldi e freddi, inquietudini e sogni .Non in una sorta di sopravvalutazione con ‘sovrappesi’ culturali e professionali di sé stessi che ci costringe a costruire muri e barriere intolleranti non solo psicologiche per rifiutare o accettare gli ‘altri’. Sapendo che stare insieme può essere anche una sofferenza ,un esercizio faticoso di ridurre frammentazioni e chiusure e alleggerire pesantezze conoscitive e rigidità dottrinarie .Per iniziare questo nuovo viaggio di prospettiva necessita anche un viaggio nelle nostre storie mentali costruite su un eccesso di sviluppo accumulativi di saperi e un eccesso di ‘criticismo’ sedimentato o ossifificato nelle nostre diaspore migratorie. “Siamo emigrati male e spesso ritorniamo peggio”. Ci siamo costruiti intellettualmente e professionalmente con una idea di acculturazione e sapere come possibile strumento per acquisire potere e riscatto su un diffidenza e non fiducia verso gli altri in termini sociali e politico. Cultura e sapere non è acquisire potere ma proprio una possibile possibilità di depotenziamento del potere e del sapere stesso. Con una tale idea di acquisizione di conoscenze,abilità, sapere come strumento di possibili poteri e riscatti anche la categoria economica e sociale di ‘disoccupazione’ nei piccoli e grandi paesi dei “sud e del nord “ del mondo può acquisire slancio progressivo e ideativo e riscatto individuale nella propria vita mentale e politica nei luoghi che ci è dato vivere hic et nunc. Dato per acquisito che la politica politicista oggi non più produttrice di “ragionamenti” o di ceto politico riscattato socialmente ,va dunque sempre sospettata e criticata nella sua rigidità e illiberalità costitutiva e istituzionale. Ma soprattutto perché per la nostra prospettiva “progettuale” ,educa a coltivare pensieri corti e relazioni corte. Abbiamo la necessità per motivi conoscitivi, esistenziali e politici di ricostruire una “società civile” di nuovo conio e funzione non seguendo i canoni e le categorie politologiche classiche e moderne che la mettono necessariamente e unicamente in una sorta di separatezza e superiorità solo concettuale con la “società politica”. La differenza tra società civile e società politica è che una obbliga a pensieri lunghi e di prospettiva la seconda educa a pensieri corti e regressivi ingessati nelle istituzioni. Noi abbiamo bisogno di mettere in campo con modestia e presunzione “pensieri e relazioni lunghe sapendo però che vivere insieme agli altri e confrontarsi non è mai stato perfetto,idilliaco,edenico. Bisogna diffidare chi ci ripropone “paradisi perduti” e chi ci lusinga con utopie di comunità utopiche e mitiche. Bisogna accettare le complessità e difficoltà nei possibili spazi di amori ,di sogni, di odi,di controversie, di rancori, di rimorsi , sempre disposti al rischio ma con “gesti eroici”ed autentici anche di intelligenze confuse ,provvisorie o smarrite mai dogmatiche e prescrittive. Massima vitalità anche in possibili massime disperazioni. Mauro Orlando
https://youtu.be/rEGOihjqO9w