domenica 12 ottobre 2008

12/10/2008
EDITORIALI

L'uomo senza pecunia

.....Benedetto XVI conosce certamente la poesia di Heinrich Heine che gli alunni in Germania imparano a memoria. S’intitola Germania-Fiaba d'Inverno, e non solo è difficile tradurne la cadenza...


di BARBARA SPINELLI

L'eros secondo M. Foucault

Il "soggetto del desiderio" appare come soggetto capace di organizzare la sua vita a partire dall'esperienza corporea che noi, in termini del tutto moderni, chiamiamo sessualità. C'è in tutto ciò una questione di governo e di potere, ma essa ricade nei limiti della stessa individualità, da intendere come quell'unità d'esperienza che accade nel perimetro dello spazio corporeo. La centralità del corpo ha una funzione decisiva nella formazione del sé, poiché è proprio attraverso la pratica di sé che si emerge come soggetti morali. "L'uso dei piaceri" individua i modi di questa soggettivazione non tanto nell'adesione a regole date, quanto nell'appropriazione di esse, con quel tanto che c'è da modificare e da produrre originalmente in se stessi. Solo se c'è il perfetto dominio di sé è possibile il dominio degli altri: anche il potere assume dunque una diversa curvatura, poiché è considerato a partire dalle capacità dei soggetti individuali ed in una parola dalle loro virtù. L'indagine intorno alle regole mette in evidenza quegli elementi di ascesi che producono l'autodominio. La civiltà greca, in prima istanza, e poi quella romana sono il terreno più idoneo, e sotto certi aspetti unico, per una tale analisi: infatti quelle culture sono centrate sull'individualità etica e sulla sua formazione. A scanso di ogni equivoco vale la pena di chiarire che l'individualità in questione non è l'ipostasi dell'individuale astratto, ma semplicemente l'esistenza degli indlvidui, che esistono come tali e si relazionano, e nella loro relazione rimangono anche quando si costituiscono come soggetti etici. Il processo di soggettivazione si articola dunque in un preciso campo d'esperienza.

sabato 11 ottobre 2008

L'eros segreto ,passionale e violento di Guglielmo IX d'Aquitania.



Con la dolce stagione rinnovata
i boschi rinverdiscono e gli uccelli
nella sua lingua ognuno va cantando
con l'armonia del canto novello:
è giusto allor che ognuno si procuri
quello di cui ha brama più grande.
Dal luogo in cui è tutto il mio piacere
missiva o messaggero non mi viene,
sicché non dorme né ride il mio cuore,
e io non oso spingermi avanti,
finché non sappia che la conclusione
sarà ben quale vado domandando.
Si porta il nostro amore
alla maniera
in cui si porta il fior di biancospino,
che avvinto all'albero tutta la notte
tremando resta nella pioggia e al gelo
ino al domani quando il sol s'effonde
sul ramoscello tra il verde fogliame...

Nella poesia provenzale, prima grande espressione della lirica romanza, il tema della natura è sempre legato alla manifestazione del sentimento. Poeti d'amore sono i trovatori anche quando cantano il mutarsi delle stagioni e il rifiorire della natura. Così avviene nel celebre verso in cui Guglielmo d'Aquitania (Guilhelm de Peitieu, 1071-1126), vero capostipite dei provenzali, stabilisce una splendente equazione tra le vicende del suo amore e quelle del ramo di biancospino: similitudine che dispiega nella terza strofa, vero nucleo generatore della poesia. Senza la strofa centrale la lirica sarebbe mera comunicazione di un sentimento; ma senza l'esordio primaverile ("Ab la dolchor del temps novel") e senza il richiamo a personali memorie quella strofa resterebbe sospesa in aria come un'anima senza corpo. I suoi versi d'amore vibrano di una violenta passionalità che si esprime attraverso una scissione dello spirito tra "eros" e "thanatos" tra la violenta e quasi febbrile pulsione verso l'unione dei corpi eun sotterraneo tormentoso senso di colpa.L'erotismo appare come colpa e se ne gode l'aspetto segreto (furtiva Venus).(La poesia dell'antica Provenza, a cura di G. E. Sansone, Guanda, Parma 1984) .

Eros dolce e triste di Saffo




Alle sue alunne

Quando, fanciulle, dite
“Ti coroneremo, cara Saffo,
come la migliore suonatrice della dolce lira”,
non fate onore
ai bei doni delle Muse formose.
Non sapete forse
che rugosa per l’età è la mia pelle,
i capelli da neri son divenuti bianchi,
pochi denti mi sono rimasti
e le gambe quando cammino
a mala pena sorreggono il corpo
mentre un tempo agile mi univo alle danze
come cerbiatta, la più snella fra gli animali?
Non posso farci nulla.
Neppure Dio stesso può fare
quel che non è possibile che avvenga.
E come la Notte stellata
segue all’Aurora dalle rosee braccia
portando oscurità ai confini della terra,
così alla fine Ades raggiunge
ogni essere vivente;
e come non volle
ridare ad Orfeo la donna amata,
così trattiene prigioniera ogni donna che muore
quand’anche la lasciasse seguire
il canto fascinoso e la melodiosa lira dello sposo.
Ma, sappiate,
amo la vita nel suo fiore
e per me splendore di bellezza
è tutt’uno col desiderio di sole.
Non penso di entrare ora nella tana
prima che sia necessario.
Vivrò amandovi
da voi amata.
Questo mi basta e veramente più non desidero.
Traduzione di Simone Saglia

testo greco a fronte:
[Ἀτίετε Μοίσᾱν βαθυκόλ]πων κάλα δῶρα, παῖδες,
[« Πρώταν σ’ » ἐνέποισαι, « ὦ] φίλ’, ἄοιδον λιγύραν χελύννᾱν

[ἐρέψομεν· » ἦρ’ οὐκί μ’ ἄπα]ντα χρόα γῆρας ἤδη
[συνέσπασε, λεῦκαί τ’ εγένο]ντο τρίχεσ 1κ μελαίνᾶν,

5 [παῦροί τέ μ’ ἔδοντεσ περέασι]ν, γόνα δ’ οὐ φέροισι
[δέμας πεδὰ τῶ πρόσθ’ ἐσυνόρχ]ησθ’ ἴσα νεβρίοισιν

[ἐλαφροτὰτοισι ζοίων; ἀ]λλὰ τί κεν ποείην;
[οὐ γὰρ θέοσ αὖτοσ δύνατ’ ὄττ’] οὐ δύνατον γένεσθαι,

10 [νημέρτεα δ’ ὤστ’ ἄμμι πέδεισι] βροδόπαχυν αὔων
[νύξ ἀστερόεσσα δνόφον εἰς τἄσ]χατα γᾶς φέροισα

[οὔτως Ἀίδας πὰν πεδέπων ζοῖ]ον ὔμωσ ἔμαρψε,
[κωὔτ’ ἤθελεν Ὄρφηϊ δίδων κεδνοτ]άταν ἄκοιτιν

[παῖσάν τε γύναικ’ αἶι κατίσχην φθ]ιμέναν νομίσδει
15 [αἰ καί σφ’ ἐπαοίδαισι συνώρω ἠϋλύρ]αις ὀπασδοι.

ἔγω δὲ φίλημμ’ ἀβροσύναν, [κέκλυτε] τοῦτο, καὶ μοι
το λάμπρον ἔρος τὠελίω καὶ τὸ κάλον λέλογχε·

ἐπ’ ἴλ[εον οὖν πρίν με δεην οὐκ ἀ]π[ύβαν] νόη[μμι]
φίλεισ[α δὲ σὺν ὔμμι φιλείσαισι βίον διάξω·]

20 καὶ ν[ῦν τόδ’ ἄλις μοι πέλετ’ , οὐδὲ πλέον οὖν κ’ ἀραίμαν]
·… … … … … … … … … … … … … … … … …

La donna e l' eros....tra il serio e il faceto.

SALONE MARGHERITA : il tempio della "mossa".


EPITAFFIO

Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace.





Gaspara Stampa, la voce più autentica e spontanea della poesia erotica italiana del sedicesimo secolo, nacque a Padova nel 1523 da una famiglia milanese nobile e colta ma di scarse risorse economiche, perciò costretta a passare al commercio e, nel 1531, alla morte del padre Bartolomeo, si trasferì a Venezia con la madre, il fratello Baldassarre (anche lui poeta) e la sorella Cassandra.A Venezia tutti e tre i giovani ebbero una buona educazione letteraria ed artistica purtroppo Baldassarre, dalla solida cultura umanistica e ottimo verseggiatore, morì a soli vent’anni, però quest’evento, che pure colpì le donne dolorosamente, non le spinse ad isolarsi e a chiudersi, anzi, ben presto la loro casa divenne centro di vita mondana, aperta ai nobili e ai letterati veneziani, che la frequentavano attratti dalle due sorelle, di bell’aspetto e brave suonatrici e cantatrici; in particolare Gaspara, che conduceva vita libera e spregiudicata, si meritò grande ammirazione per la sua vivacità intellettuale, per l’arte dimostrata nel canto e nella poesia, e per la straordinaria bellezza.
e..Ninì Tirabusciò


IL SALONE MARGHERITA: Il tempio della mossa

Forse, quelli che qui vengono riscoperti e rivissuti furono gli anni in cui Napoli si illuse di aver riconquistato, se non altro in apparenza, il suo antico rango di capitale.
Quegli anni, posti nel giusto centro della Belle Epoque, coincisero anche col fiorire e col prosperare del Salone Margherita, primo e massimo cafè-chantant italiano.
Il suo successo fu tale che i ricchi sfaccendati di tutta Italia preferivano, quando erano in vena di divertirsi, Napoli a Parigi. A Napoli, sul palcoscenico del Salone Margherita, appunto, essi potevano ammirare le stesse bellissime dive che avevano fatto la fama mondana di Parigi, dalla Belle Otero e Cléo de Mérode alla Fougére e Lina Cavalieri.
Il Salone Margherita iniziò il suo declino negli anni che precedettero la grande guerra, ma l'autore ne segue gli eventi fino alla definitiva chiusura, avvenuta nel 1982.

venerdì 10 ottobre 2008

per amore di questa terra
with 6 comments
una risposta all’invito di Franco Arminio / di Antonella Pasqualicchio
sono una irpina che vi scrive nel disperato tentativo di preservare la mia terra, la mia Irpinia, il mio sangue!
Scrivo di getto, sento il lacerante bisogno di urlare lo scandalo che sta avvenendo nel silenzio totale! No, io non ci sto, e lo urlo!
Lascio a chi di competenza la descrizione dettagliata di quanto sta avvenendo sul Monte Formicoso, non scrivo per documentare ciò che già si sa e viene taciuto!
Read the rest of this entry »

lunedì 6 ottobre 2008

IRPINIA: viviamo una terra che ama i poeti.

INTORNO A NOI
leave a comment »
abbiamo questi uomini e queste donne
dentro di noi
e intorno a noi
abbiamo questi paesaggi
dentro di noi e intorno a noi,
non sappiamo fino a quando
guarderemo questa scena
fino a quando ci illuderemo
di cambiarla.
in ogni caso l’anima delle cose la trovi
solo se vuoi baciarla.
il mondo ti riesce vicino
solo se gli corri dietro come un bimbo
il suo palloncino.
ARMIN

Amara terra mia...........



Canto delle campane
Quando la sera si perde nelle fontane,
il mio paese è di colore smarrito.
Io sono lontano, ricordo le sue rane,
la luna, il triste tremolare dei grilli.
Suona Rosario, e si sfiata per i prati:
io sono morto al canto delle campane.
Straniero, al mio dolce volo per il piano,
non aver paura
: io sono uno spirito d'amore,
che al suo paese torna di lontano.

(Pier Paolo Pasolini)

domenica 5 ottobre 2008



LE ASSEMBLEE DI BISACCIA
leave a comment »

franco arminio

Al mio paese facciamo tante assemblee. Ogni tanto capita qualcuno che tenta di rovinarle queste assemblee, perché al sud le cose belle hanno più nemici che altrove. Ci si abitua al male e quando il bene si presenta arriva sempre qualcuno a incornarlo. Il sud ha bisogno di strappi e di pazienza, di scrupolo e utopia. Combattere contro una discarica oggi sembra una cosa da attardati, da falliti. E quindi è proprio l’impresa giusta per i poeti, per gli artisti. I sindaci, i sindacalisti, i commercianti di ogni merce, dal pollame alla politica, non hanno molto senso in queste lotte. Oggi la democrazia possono pensarla veramente, possono praticarla veramente, solo quelli che non sono in linea con la dittatura di paglia impersonata da Berlusconi e dai suoi sodali di centro, di destra e di sinistra. La dittatura di paglia si ravviva ogni sera col telecomando, è un fuoco fatuo che lascia fredde le case in cui si accende. La dittatura rende normale l’idea che si producano tanti rifiuti, tratta il problema dei rifiuti come l’anomalia di una regione, mentre in realtà è il cancro di tutto il capitalismo. Noi nel nostro paese da quindici anni combattiamo contro una discarica per lasciare il vuoto che c’è intorno al nostro paese, e questo è un gesto che non sconfina, non emoziona nessuno lontano dal luogo in cui si svolge. Ormai il mondo è fatto di tanti pezzettini, vagoni sperduti su un binario morto da cui non parte e non arriva più nessuno. Il problema dei rifiuti non sarà mai risolto. Cambierà solo luoghi e forma. Invece dei cumuli in mezzo alle strade avremo le polveri sottili per aria. Diciamo che sarà spostato dalla sfera del tangibile. Con gli inceneritori che li bruciano o con le discariche che li coprono di terra, i rifiuti non spariscono, semplicemente marciscono nel suolo o si spandono nel cielo. È una vicenda grande allora, una vicenda che riguarda tutti e che ci riguarda sempre. La dittatura di paglia ha questa caratteristica: si fa amare da chi dovrebbe odiarla. Nelle assemblee, nelle manifestazioni che organizziamo nel nostro paese del sud facciamo qualcosa che non fanno nelle città, perché nelle città ormai l’indifferenza è l’unica passione condivisa, perché la politica è morta e i politici che vediamo ogni sera alla televisione sono i vermi che guizzano sul cadavere marcito della Repubblica.
Forse l’Italia può essere salvata solo dai luoghi più nascosti, dalle persone più appartate. L’Italia può essere salvata dalle Alpi e dall’Appennino, dalle pietre, dai sentieri, dai rovi, dai paesi affranti e sperduti, più che dalle autostrade, dai calciatori e dalle veline. Forse le assemblee di Bisaccia sono più letteratura che politica, forse viviamo in un luogo fuori dal mondo, oppure semplicemente a Bisaccia è il mondo a essere fuori luogo.

armin

Un commento di "affetto e condivisione"

“ Quando io adopero una parola,questa ha il significato che le voglio dare” Così il coniglio Humpty Dumty, in Alice nel paese delle meraviglie risponde ad Alice la quale protesta perché usa le parole in modo arbitrario: E quando cerca di convicerlo che non si può indicare con una parola qualcosa di diverso da ciò a cui si riferisce, il coniglio mette fine alla discussione ribattendo: “ Bisogna vedere chi comanda…ecco tutto”I poeti -come tu giustamente dici- insieme agli artisti sono quegli attardati che vannoancora al cuore delle parole e dei problemi da decrivere con le parole.La loro lingua , impaziente, poetica per urgenza, rapida a stringere in poche parole il giro largo degli avvenimenti ,dei racconti, del pensiero analitico e logico. Animata.E’profetica nel senso di caricare le sue parole di speranza sacrale . La lingua deve essere breve ed intensa,profonda,ansiosa di non perdere il punto cruciale ,interno e profondo. Incomprensibile nella sua superfice e difficile da cogliere da un orecchio poco attento o da un occhio distratto da tutti gli ?spettatori o consumatori? di quella che tu chiami “dittatura di paglia”.La lingua della poesia non può essere morta e convenzionale, ma viva densa e sempre sorprendente anche quando evoca e ricorda.E’ classica e antica assieme.Capire la lingua classica o antica è una propensione all’attenzione o una educazione all’attenzione come diceva Simone Weil. Curiosità onnivora e sopratutto conservare intransigenza aderente alla realtà e alle persone relai.La parola deve conservare la pregnanza simbolica ed evocativa del Natale e la discorsività espressa della epifania insieme alla tragedia intima della quaresima sapendo che c’è con la rinascita della Pasqua.Questo è il solo modo oggi di usare la parola nella politica perchè la politca come Ugolino ha mangiato le sue parole per sopravvivere.Solo ilpoeta oggi ,o l’artista, cura la ricerca quasi ossessiva del senso intimo e di grazia ,quasi teologico ed epifanico,delle parole evocative di sentimenti e delle cose che solo per i superficiali e i malevoli in essi vedono l’eterna difesa dell’”io” in una sorta di,’paradossale disumano sconsiderato oblio del ‘noi’, delle lotte sociali e politche in senso tradizionale.”Forse-tu scivi- l’Italia può essere salvata solo dai luoghi più nascosti, dalle persone più appartate”.Sono completamnete d’accordo con te a patto che tu togli il “forse”.

mauro orlando

Quando sono triste ....ho voglia di poesia dolce.




Gli dei ridono con sarcasmo per i poeti che hanno paura di perdere la giovinezza e la passione .

La vecchiaia mi inaridisce la pelle
E imbianca
I miei capelli neri:
le gambe non mi reggono più
agili e leggere
danzando come giovani cerbiatte.
Che ci posso fare?
Io non sono eterna
anche se forse lo saranno
I miei canti.
L’aurora dalle rosate braccia
Che non potè salvare il suo amore,
può forse cancellare
i segni della mia vecchiaia?
La gioventù se ne è andata.
Io adoro ancora il sole.
Saffo. 15


L'odio per lo straniero nasce dalla paura


Zygmunt Bauman

la Repubblica 29-09-2008









L´odio e la paura dell´odio sono antichi quando il genere umano (forse ancora più antichi...), e le probabilità che la loro eterna familiarità con la condizione umana possa essere interrotta in un prossimo futuro appaiono alquanto scarse, sempreché ve ne siano. Odiamo perché abbiamo paura; ma abbiamo paura a causa dell´odio che avvelena la nostra coabitazione sul pianeta che condividiamo. Così ci sono sempre motivi più che sufficienti per avere paura; e sempre motivi più che sufficienti per odiare. Sembra che l´odio e la paura siano prigionieri di un circolo vizioso, che si alimentino vicendevolmente e traggano l´uno dall´altra l´animosità e l´impeto che li infiammano. (...) L´odio è sempre stato con noi, lo è adesso e lo sarà per sempre ? qualunque cosa facciamo, e per quanto impegno mettiamo per cercare di rimpiazzare ciascuna delle sue numerose e variegate manifestazioni con la mutua compassione, la comprensione, la solidarietà. È vero? Sì, ma non del tutto. Come ha fatto notare Albert Camus, c´è una novità impressionante nella vecchia storia che abbiamo riportato. Nei tempi moderni ? i tempi in cui viviamo, e soltanto nei tempi moderni ? ci accade di diffondere e coltivare la paura e l´odio, e di commettere atti di violenza che tendono a esserne conseguenza, in nome di una vita migliore e pacifica, della felicità, dell´umanità, dell´amore. Di usare il male per promuovere il bene. (...)Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare per sbarazzarci del senso devastante della nostra indegnità, sperando così di sentirci meglio, ma affinché questa operazione riesca, essa deve svolgersi celando tutte le tracce di una vendetta personale.Il legame tra la percezione della ripugnanza e dell´odiosità del bersaglio prescelto e la nostra frustrazione alla ricerca di uno sbocco deve restare segreto.In qualunque modo l´odio sia nato, preferiremmo spiegarlo, agli altri e a noi stessi, adducendo la nostra volontà di difendere cose buone e nobili che essi, quegli individui odiosi, denigrano e contro le quali cospirano, sostenendo che la ragione per la quale li odiamo e la nostra determinazione a liberarci di loro siano causate (e giustificate) dal desiderio di assicurarci la sopravvivenza di una società ordinata e civile. Insistiamo a dire che odiamo perché vogliamo che il mondo sia libero dall´odio. (...)Recentemente la Suprema Corte di Cassazione italiana ha deliberato che sia legittimo discriminare i rom sulla base della motivazione che «gli zingari sono ladri». E quando i delinquenti di Napoli, brandendo mazze, spranghe di ferro e bottiglie incendiarie, si precipitarono sui campi dei rom e dei sinti situati nella periferia est della città a causa della diceria che una bambina fosse stata rapita da una zingara, la reazione del ministro dell´Interno [Roberto Maroni, ndt] del governo democraticamente eletto di Silvio Berlusconi, fu l´affermazione che «questo è ciò che accade quando gli zingari rubano i bambini», mentre il leader della Lega Nord e ministro dello stesso governo [Umberto Bossi, ndt], dichiarò (benedicendo «la gente» che mette i campi nomadi a ferro e a fuoco e manifestando uno sprezzante sarcasmo per la «classe politica» reticente) che «se lo Stato non fa il suo dovere, lo fa la gente». Fatti analoghi ? benché meno pubblicizzati perché annunciati meno esplicitamente e spudoratamente ? erano avvenuti in precedenza nella Slovacchia, nella Repubblica Ceca e in Ungheria. L´editorialista del Guardian Seuman Milne riflette che, dato il clima europeo caratterizzato da un acuto senso di incertezza e ansia, «la degenerazione sociale e democratica raggiunta ora in Italia» potrebbe verificarsi dovunque. «La persecuzione degli zingari è la vergogna dell´Italia», conclude, «e un monito per tutti noi». (...)A differenza delle paure del passato, le paure contemporanee sono aspecifiche, disancorate, elusive, fluttuanti e mutevoli ? difficili da identificare e localizzare esattamente. Abbiamo paura senza sapere da dove venga la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che causano la nostra ansia e la nostra inquietudine. Potremmo dire che le nostre paure vagano alla ricerca della loro causa; cerchiamo disperatamente di trovarne le cause, per essere capaci di «fare qualcosa in proposito» o per chiedere che «qualcosa venga fatto». Le radici più profonde della paura contemporanea ? la graduale ma inesorabile perdita di sicurezza esistenziale e la fragilità della propria posizione sociale ? non possono essere affrontate direttamente, poiché le agenzie ancora esistenti di azione politica non hanno potere sufficiente per sradicarle in un mondo che si sta rapidamente globalizzando. E così le paure tendono a spostarsi dalle cause reali di malessere per scaricarsi su bersagli che sono solo remotamente, sempreché lo siano, connesse alle fonti di ansia, ma che presentano il vantaggio di essere prossimi, visibili, a portata di mano e per ciò stesso possibili da gestire. Tali battaglie sostitutive, intraprese contro un nemico sostitutivo, non cancelleranno l´ansia, poiché le sue radici reali resteranno dov´erano, assolutamente intatte ? ma perlomeno trarremo qualche consolazione dalla consapevolezza di non essere restati inerti, di aver fatto qualcosa per cercare di vendicare la nostra infelicità e di esserci visti mentre lo facevamo. la tormentosa consapevolezza della nostra umiliante impotenza ne sarà forse lenita ? per qualche tempo, almeno.L´afflusso dei migranti, e specialmente di quelli fuggiti da vittimizzazioni, persecuzioni e umiliazioni, o la minaccia del loro arrivo, dà ai nativi dei Paesi a cui approdano un profondo disagio poiché ricorda loro sgradevolmente la fragilità dell´esistenza umana ? la loro stessa debolezza che i nativi preferirebbero decisamente nascondere e dimenticare ma che nondimeno li tormenta per la maggior parte del tempo. Quei migranti hanno lasciato le loro case e hanno dovuto separarsi dagli affetti più cari perché non avevano più mezzi di sostentamento e avevano perso il lavoro all´impatto con il «progresso economico» e il «libero mercato», o perché le loro case erano state bruciate, sventrate e rase al suolo a causa del corto circuito dell´ordine sociale, di sommosse e tumulti, o perché vi erano stati costretti dal fatto di essere in esubero, incapaci ormai di guadagnarsi da vivere e segnati a dito come un «fardello della società». Essi perciò rappresentano ? o, meglio, incarnano ? tutte le cose che i nativi temono; rappresentano quelle terrificanti e misteriose «forze globali» che decidono le regole del gioco in cui tutti noi, i migranti al pari dei nativi, siamo non già giocatori bensì pedine o gettoni. Quando respingono i migranti e li costringono a fare i bagagli per tornarsene da dove sono venuti, i nativi possono almeno bruciare quelle forze odiose e spaventose in effigie; possono conseguire una specie di «vittoria simbolica» in una guerra che sanno (o sospettano, per quanto ne neghino la consapevolezza) di non poter vincere «sul serio».Prendere i migranti per le cause delle proprie difficoltà e paure può sembrare illogico, ma tutto ciò riposa su una sorta di logica perversa: c´era la sicurezza del lavoro e la certezza di buone prospettive di vita, prima ? ma lo scenario è cambiato sostituendovi la flessibilità del mercato del lavoro e assunzioni incerte e a breve termine, accompagnate da uno sgradevole allentamento dei legami fra le persone, e tutte queste novità si sono verificate proprio quando arrivavano i migranti. È dunque «ragionevole» presupporre che l´arrivo di questi stranieri e l´insicurezza che prima non esisteva siano connessi, e che se si obbligano i nuovi arrivati ad andarsene, tutto tornerà nuovamente agevole e sicuro come ci si ricorda che fosse (indipendentemente dal grado di correttezza del ricordo) prima del loro arrivo. (...)Le paure di oggigiorno sono generate in larga parte dalla globalizzazione (in altre parole, la nuova extraterritorialità) di forze che decidono delle questioni fondamentali riguardo alla qualità della nostra vita e alle possibilità di vita dei nostri figli. Il primo nesso causale collaterale riguarda il senso di sicurezza esistenziale. (...) La questione della sicurezza esistenziale è scivolata via dalle mani dei partiti che per forza d´inerzia vengono ancora chiamati «la Sinistra», che potevano contare in passato, ma non più nel tempo presente, su uno Stato intraprendente che risolvesse il problema. La questione perciò giace, letteralmente, in mezzo alla strada ? da cui è stata lestamente raccolta da forze che, anch´esse erroneamente, vengono chiamate «la Destra». Il partito italiano di destra, la Lega, promette adesso di ripristinare la sicurezza esistenziale ? che il Partito Democratico, l´erede della Sinistra, promette di minare ulteriormente con una maggiore deregolamentazione dei capitali e dei mercati, un sovrappiù di flessibilità nel mercato del lavoro e un´apertura ancora più larga delle porte del Paese alle misteriose, imprevedibili e incontrollabili forze globali (porte che, come sa dalle sue amare esperienze, non si possono chiudere comunque).Soltanto la Lega intercetta l´insicurezza esistenziale, ma la interpreta, ingannevolmente, non come il tipico prodotto del capitalismo senza regole (che significa in pratica libertà per i potenti e impotenza per chi è a corto di risorse), bensì come la conseguenza, per i ricchi lombardi, di dover condividere il loro benessere con i pigri calabresi o siciliani, e come la disgrazia di dover condividere, gli italiani tutti, i loro mezzi di sussistenza con gli zingari ladri e con tutti gli altri stranieri (dimenticando che la migrazione di milioni di loro antenati italiani negli Stati Uniti e nell´America Latina ha contribuito e normemente all´attuale ricchezza di quei Paesi).Traduzione di Riccardo Mazzeo

sabato 4 ottobre 2008

Grazie Vinicio ...uno dei tantissimi irpini del Formicoso.


Vinicio Caposele un irpino.......



la piazza della democrazia
with 10 comments

Oggi in in Irpinia c’è una grande piazza per chi vuole fare politica nel senso più alto della parola. Questa piazza si chiama Formicoso. Siamo riusciti ancora una volta a fare una manifestazione senza provocare incidenti.

C’erano molte irpinie sul Formicoso, c’erano quasi diecimila persone, ma ora dobbiamo estendere lo sforzo. Si può e si deve unire questa bellissima provincia, piena di tante risorse, umane e paesaggistiche. Oggi sul Formicoso abbiamo difeso la costituzione, abbiamo onorato Guido Dorso e Carlo Levi, Francesco De Sanctis e Rocco Scotellaro. Come comitato avremmo preferito la richiesta di immediata smilitarizzazione dell’area, ma, tenendo conto anche delle ragioni dei sindaci, abbiamo deciso di chiedere che il filo spintato venga tolto immediatamente dopo i carotaggi, quale che sia l’esito.

Chiediamo ai rappresentanti irpini in Parlamento di adoperarsi perché Bertolaso accolga questa richiesta. In caso contrario veramente vorrà dire che questo Governo pensa solo agli effetti televisivi delle sue scelte. E allora veramente i sindacati dovranno decidersi a indire uno sciopero generale, non solo per il Formicoso, ma tutti i piccoli paesi, sempre più abbandonati a se stessi. E allora veramente tutti gli Irpini dovranno partecipare a una lotta che non è per salvare solo un pezzo di terra, ma la dignità di tutta la provicnia.

L’Irpinia deve salvare il Formicoso. Il Formicoso può salvare l’Irpinia.



armin

e tante ma .....tante persone irpine.

mercoledì 1 ottobre 2008



LETTERA APERTA A BERTOLASO


with one comment


Dottor Bertolaso nella sua lettera pubblicata qualche giorno fa dai giornali campani si esprime come se fosse arrivato qui dalla luna. Lei era qui anche quando i suoi collaboratori facevano le cose per cui sono stati indagati dalla magistratura. È vero che la legge dell’oblio ormai cancella oggi quello che è avvenuto ieri, ma forse anche da parte sua non sarebbe male una qualche autocritica sul passato. In ogni caso lo sforzo che lei sta conducendo nel presente tende a penalizzare i deboli e ad avvantaggiare i forti. Possiamo dimostrarglielo quando e come vuole.
La aspettiamo sul Formicoso. Sarebbe una bella prova di democrazia da parte sua. Venga a vedere e a parlare e ad ascoltare, ma dopo aver provveduto a far rimuovere il filo spinato. Non siamo in Somalia. Non è possibile che per fare sette buchi bisogna impegnare esercito, poliziotti e carabinieri per sei mesi. Vi assicuriamo che potrete procedere tranquillamente alle vostre indagini. Ma sappia che una discarica non si fa solo perché c’è il terreno adatto a farla. Devono sussistere tante altre condizioni, tecniche e politiche, che qui non ci sono.
Venga a spiegarci perché le nostre ragioni non vengono considerate. Sono quindici anni che subiamo questa minaccia. Ci dovreste pagare i danni per tutto il tempo che ci avete rubato.
Quel filo spinato è piantato nella nostra pelle ed è una ferita insopportabile.
Siamo disposti a qualunque sacrificio, ma non a questa penosa agonia stabilita dai vostri decreti incostituzionali.

Il giorno dei generosi


chi si è preso per domani un giorno di ferie?
chi ha chiesto a scuola un giorno di permesso per motivi personali? (si può fare, lo prevede la legge)
chi harimandato impegni rimandabili, come si rimandano il giorno in cui ci accade qualcosa di grave?
chi ha pensato di venire con un dolce, con qualcosa da offrire agli amici?
non stiamo comtattendo solo contro una discarica, ma contro una società che si sta miserabilmente sfarinando.
domani sul formicoso l’autismo corale sarà un pò arginato. è un grande fiume di indifferenza ed egoismo, un fiume limaccioso che ci ha portato a questi personaggi squallidi che sono venuti a recintare il formicoso (parlo dai mandanti, ovviamente, non dei lavoratori che stanno eseguendo gli ordini).
domani inizia l’autunno caldo dell’Irpinia. non siamo lì per fare una fiammata e poi tutti di nuovo accucciati davanti alle televisioni del padrone. è il vecchio errore del sud che dobbiamo evitare.
siamo lì per fare quello che l’Italietta laida e meschina non sa fare.
mettete venti ero nella scheda del telefonino e spendeteli nella giornata di oggi a chiamare gli indecisi, quelli che pensano di avere altro da fare, quelli che pensano non ci sia più niente da fare.
p.s.
chi avesse anche un pò di tempo per leggere andasse a vedere nei secoli passati da dove venivano le persone che hanno combattuto…
leggerete di letino, di sapri e di altri piccoli paesi.
armin

martedì 30 settembre 2008

Non sprechiamo l'odio......ma il diritto di "disprezzo"!



Ma può animo umano pensare che una terra così bella ,di uomini e piante , fiori e frutti, può essere violentata dalle macchine del potere dispotico e immorale dei pavidi 'Creonte' di un sud servile e asservito e dal cinico e schignazzante "pagliaccio" di Arcore che osa esibire ad un pubblico di "servi sciocchi" nipotini ignari per fascisti sondaggi di opinione senza anima.Vorrei poter coltivare con inusitata cattiveria nel mio cuore lacerato dal dolore "un odio freddo e risoluto anche per il semplice soldato che offende la mia terra in nome di un inspiegabile dovere e per il suo comandante in capo ...dott.Bertolaso,che pur mi era stato dipindo come uomo "buono e giusto".Ora capisco il senso della pace in una esperienza di "guerra" combattuta con altri mezzi e la violenza di chi "col ghigno telegenico" coltiva finti fiori nelle sue ville di plastica e apre ferite insanabile nella carne di uomini veri e di terre ricche di storia millenaria e di cultura di vita e di lavoro.Ora capisco :non siete degni neanche del mio odio meritate solo disprezzo e silenzio.

Una canzone e una preghiera del mio amico Roberto per una perdita possibile.Come per "le rose blu" della mia terra d'Irpinia.